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“Vogliamo tutto!” (punk in Islanda, parte II)

[We talk about…punk in Iceland!]

Islanda: ebbene sì, anche la remota isola dei vulcani, ficcata nell’estremo nord europeo, ha avuto una interessante e vivace scena punk! Dopo aver parlato dei trascorsi adolescenziali di Björk, trattiamo invece ora degli altri gruppi che hanno animato la scena punk islandese tra il 1980 e il 1984: band incredibilmente prolifiche, alcune dalla vita brevissima, che in pochi anni ci hanno lasciato tanti dischi interessanti e sorprendentemente originali. Come già accennato, alla fine degli anni Settanta nei locali e nei teatri di Reykjavìk – capitale e unica vera e propria città dell’isola – si esibivano soltanto loffie cover band di gruppi anglosassoni o americani: l’unica concessione alla creatività era affidata a qualche sparuto rocker che scriveva canzoni hard-rock o simil-prog destinate a rimanere confinate da quelle parti. Ma, fortunatamente, al volgere del decennio, nelle strade della tranquilla città scandinava, irrompe il punk!

In principio furono le rane…
Leggenda vuole che i primi a suonare punk in terra islandese siano stati i Fræbbblarnir (le rane), attivi dal 1978 ma le cui prime uscite discografiche risalgono al 1980. La loro attitudine rende bene l’idea dello “stacco” che la scena punk ha attuato rispetto agli stereotipi della cultura generalista di sinistra diffusa sull’isola: “Ci stiamo stancando della cultura socialista e della gente vestita da hippie. Non basta avere il logo di una falce e un martello perché una cosa piaccia. Siamo stufi: non è vero che se non hai lavorato in una fabbrica di pesce per dieci anni, allora non sei figo…”. “Gli islandesi – parla il bassista Steinƥòr Stefànsson – pensano che gli anarchici e la sinistra facciano parte dello stesso fenomeno. In realtà, guardate quegli anarchici che si decorano i giubbotti con la lettera A cerchiata e altra roba che non sanno nemmeno cosa significa. Non basta mettersi addosso qualche simbolo se non sai nulla di quello che vuol dire. Se le cose stanno così, questa gente potrebbe mettersi pure addosso le svastiche, sarebbe la stessa cosa. L’anarchia per alcuni qui è semplice moda, come i simboli della pace e tutte ‘ste stronzate…”. La band, attiva ancora oggi dopo innumerevoli pause e svariati cambi di formazione, è dedita ad un punk rock bello scassato, ricco di motivetti più adatti all’Oktober Fest che alla terra dei vulcani. Comunque sia, il loro primo disco “Viltu Nammi Væna” (Vuoi una caramella?) del 1980 è un classico per i punx islandesi ancora oggi e il loro chitarrista cantante Valgarður Guðjónsson è una piccola celebrità in patria.


Scarica “Viltu Nammi Væna” (1980) dei Fræbbblarnir


Il successo della radioattività – gli Utangarðsmenn

Ma nel 1980 esce anche Geislavirkir (radioattività), il disco d’esordio degli Utangarðsmenn (gli Stranieri), che si rivela, inaspettatamente, un successone e spianerà la strada alle altre punk band dell’isola sino ad allora chiuse negli scantinati e nei garage a provare senza uno straccio di spazio dove fare concerti. In realtà il disco presenta sonorità ancora piuttosto legate al rock del decennio precedente, con diversi pezzi reggae in salsa nordica. D’altronde titoli come “China reggae”, per quanto buffi se immaginati in un contesto di freddo e neve, parlano chiaro…Ad ogni modo, in patria, gli Utangarðsmenn ci sanno fare e diventano un piccolo fenomeno discografico, tanto che quando i Clash faranno il loro storico concerto a Reykjavìk il 21 giugno del 1980, loro suoneranno da spalla.


Scarica Geislavirkir (1980) degli Utangarðsmenn

Bubbi “testa calda” Morthens
Ma come vuole la prassi della mitologia rock’n’roll, all’apice del successo in patria, i rapporti degli altri membri della band con il cantante Bubbi Morthens, alla fine del 1981 dopo un altro album e un ep, non sono dei migliori. A dirla tutta, il giovane Bubbi doveva essere, come dire, un’adorabile testa di cazzo: sì, proprio così! A vederlo negli spezzoni della sua intervista sul documentario “Rock in Reykjavìk” del 1982, con i piedi sul tavolo, jeans e maglietta bianca, sigaretta in mano a pontificare di politica, sesso e droga, non si può che pensare: minchia ma quanto se la tira questo? I suoi compagni di gruppo, ad un certo punto, avranno probabilmente pensato la stessa cosa. Dopo essersi confrontati tra loro, si decidono a parlargli chiaro in faccia: sei troppo egocentrico Bubbi, gli dicono, datti una calmata. E lui cosa fa? Incassa, s’incazza e molla il gruppo: ne fonderà subito dopo un altro con il fratello chitarrista e un amico alla batteria. E li chiamerà Egò. Ecco, pigliatevi questo, stronzi. Bella canaglia questo Bubbi…

La dipartita del cantante porta allo scioglimento degli Utangarðsmenn. Gli Egò invece, il nuovo gruppo di Bubbi Morthens, suonano un buon rock melodico ma ci mostrano una musica dall’approccio e dalle tematiche piuttosto lontana dal punk che ci interessa. Pubblicheranno due dischi nel 1982 e un terzo due anni dopo, si dice, per necessità contrattuali. La verità è che, guardando alla carriera di Bubbi che è ancora oggi in pista con chitarra acustica e piglio da Bruce Springsteen nordico, in effetti, vediamo nient’altro che un irriducibile rocker, una canaglia da palco alla quale fatichiamo ad affibbiare l’etichetta del punk. Per cui lasciamolo perdere e concentriamoci su quelli che sono i veri gruppi punk islandesi…

Il rock non è abbastanza – I Þeyr, parte prima
Magnús Guðmundsson è un giovane cantante. Verso la fine degli anni Settanta, con un paio di suoi amici, ha un gruppo garage, i Fellibylur (Uragano). Dopo un po’ si aggregano altri due personaggi: uno di questi è Sigtryggur Baldursson, batterista, che qualche anno dopo assurgerà a fama mondiale con gli Sugarcubes assieme a Bjork e ad altri personaggi che incontreremo nella nostra storia. Ad un certo punto le cose cominciano a farsi serie e Magnùs decide di cambiare il nome alla band in Þeyr, che vuol dire “vento” oppure “disgelo” in islandese arcaico; si pronuncia come their, in inglese, e anche in islandese significa loro ma solo al maschile. Nel gennaio del 1980 i Þeyr iniziano a registrare delle canzoni, ma Magnùs non è soddisfatto, qualcosa non va. Si accorge che il materiale che avevano, nonostante le aspettative, non è abbastanza innovativo. Così decidono così di piantare lì le registrazioni, accordandosi con lo studio di tornare a settembre con nuove idee. La sorte volle che, come già detto, il 21 giugno del 1980 passassero da Reykjavìk nientepopodimeno che i Clash in persona: ovviamente l’appuntamento è di quelli da non perdere perché i concerti di band straniere in Islanda non sono poi così frequenti. Tutti ci vanno. E Magnùs rimane fulminato dalla musica di Strummer e soci. Decide di dare una svolta netta alle sue canzoni: più distorsione, più effetti, più roba strana, basta con il rocchettino innocuo che puzza ancora di prog e anni Settanta. Il disco poi viene completato, forse un po’ controvoglia, senza grande convinzione ed esce: Þagað í Hel (pensieri dall’inferno) – primo disco dei Þeyr – è però evidentemente avvolto da un alone di sfiga inarrestabile: una volta con le copie in mano la band si accorge che, causa di un problema tecnico nella riproduzione, se ne salvavano soltanto 500. E la sfiga non finirà qui. Dopo alcune buone recensioni sui giornali locali e il rapido sold-out del disco, l’anno dopo vanno a fuoco gli studi di registrazione dei Þeyr. Risultato: i master originali dell’album, che comprendevano anche alcuni inediti, vanno persi per sempre. A questo punto succedono casini e cambi di formazione a ripetizione. Ma ormai Magnùs ha avuto una visione ed è inarrestabile: la nuova musica è lì, chiara nella sua mente, sussurratagli dagli antichi spiriti che dormono nel ribollente sottosuolo della sua isola vulcanica.

Esoterismo, magia e tagli di capelli… – I Þeyr, parte seconda

Nel gennaio 1981 finalmente la band è pronta per un nuovo inizio: sono cambiati i chitarristi ma è rimasto, fortunatamente, il bravissimo Sigtryggur Baldursson alla batteria. Si suona a Reykjavìk, all’Hotel Saga (sì, è un albergo) e durante una pausa dello show, i nostri offrono tagli di capelli gratis agli astanti, ovviamente allibiti. E lì si capisce che i Þeyr hanno intrapreso un’altra strada, sicuramente stramba, molto esoterica. Si appassionano di testi teorici sull’oscurantismo e scrivono alcuni versi ispirati alla magia, come testimoniano le sonorità mistiche della title track di Mjötviður Mær (il saggio albero luminoso), il loro secondo disco che, leggenda vuole, sia fuoriuscito dopo un’estenuante lavoro di ben 140 ore in studio di registrazione. Quando si parla di un disco – parla Magnùs – sarebbe più corretto parlare di uno “stato d’animo”. Queste registrazioni sono il prodotto, la preservazione delle sensazioni e dello stato mentale della band in questi ultimi mesi. Che mesi meravigliosi sono stati! Siamo giunti alla consapevolezza che l’ascetismo arricchisce lo spirito, e questo spirito è stato registrato, inciso su vinile e uscirà il mese prossimo come il nostro secondo disco. Sempre che dio, e chi è in sua compagnia, lo desideri”.
 

Canzoni come “Current”, “2999” e “Iss” esemplificano bene la strada che prenderà la band di lì a poco: voci effettate, ritmiche ostinate, armonie storte, un alone futuristico di sinistro mistero. A causa del loro notevole videoclip “Rudolph”, dove provocatoriamente appaiono travestiti da gerarchi nazisti facendo il passo dell’oca, verranno accusati di essere degli eversivi di estrema destra. E l’uscita dell’ep dal titolo “Il Quarto Reich”, l’anno seguente, non potrà che naturalmente portare acqua al mulino dei contestatori: si tratta ovviamente di una presa in giro, anche perché utilizzare simboli provocatori come la svastica è una pratica ricorrente tra i gruppi punk islandesi cresciuti in una cultura intrisa di socialismo. I Þeyr hanno solo il merito (o la colpa) di spingere al massimo sull’acceleratore. Ad ogni modo il breve disco è davvero bello e consegnerà alla storia la band di Magnùs come un gruppo di culto, dedito ad un pop futuristico spigoloso, con voci distorte e una base ritmica ossessiva: una miscela veramente originale e prodotta con metodi all’avanguardia per l’epoca.


Scarica “The Fourth Reich” (1982) dei Þeyr


Il giocatore di scacchi addormentato – Einar Orn e i Purrkur Pillnikk
I Purrkur Pillnikk, ovvero “il giocatore di scacchi addormentato” – nome strepitoso per una punk band – sono un gruppo con Einar Örn Benediktsson alla voce e Bragi Ólafsson al basso, altri due che assieme alla cantante Bjork e al batterista Sigtryggur diventeranno famosi qualche anno dopo con gli Sugarcubes. Einar e Bragi saranno dei personaggi importanti per la scena punk islandese, come vedremo, anche perché con l’aiuto di alcune amiche e amici apriranno un’etichetta, poi diventata anche un negozio di dischi ancora oggi esistente, dal simpatico nome Smekkleysa (Cattivo gusto). I Purrkur Pillnikk sono dediti ad un punk rock sbrigativo ed arrabbiato: il loro primo disco, uscito nel 1981 e intitolato “Ekki enn” (non ancora), raffigura in copertina un individuo che brandisce sopra la sua testa una pecora. Sì, proprio una pecora. Il sound, benché piuttosto autarchico, risente dell’influenza del punk inglese: Einar, infatti, studia a Londra e, naturalmente, si sbatte per conoscere finalmente dal vivo la scena punk più figa di quegli anni. Stringe amicizia con i Flux of Pink Indians e con i Crass con i quali si trova talmente bene da invitarli a suonare a Reykjavìk. Loro, probabilmente un po’ increduli, accettano: dobbiamo quindi proprio ad Einar l’organizzazione dello storico concerto islandese degli anarcopunk inglesi nel settembre del 1983. Ad ogni modo i Purrkur Pillnikk dureranno solo diciotto mesi, anche se molto intensi, come testimoniano i vari ep pubblicati e alcuni concerti tra Islanda e Inghilterra. Einar, d’altronde, pare davvero esagitato: a vederlo cantare, ballare e muoversi freneticamente come un ossesso nel solito imperdibile documentario “Rock in Reykjavìk” del 1982 (con addosso, tra l’altro, un giubbotto pesantissimo che lo fa sudare come un pazzo) si capisce come non gli piacesse esattamente stare fermo a far niente.


Scarica il disco “Ekki enn” dei Purrkur Pillnikk




Il punk vira verso la new-wave – Elly e i Q4U
E le ragazze punx? Anche loro, naturalmente, si danno da fare nella scena. Una delle più attive è Elínborg “Elly” Halldórsdóttir, cantante dei notevolissimi Q4U, band formata anche da Árni Daníel Júlíusson alle tastiere, già bassista dei Fræbbblarnir, le rane. Le sonorità dei Q4U si aggirano tra new-wave e dark, con la bella voce di Elly a piazzare melodie sulla precisa e scarna sezione ritmica. I Q4U pubblicheranno un disco, chiamato laconicamente Q1, e una cassetta intitolata “Skaf Í Dag” che significa qualcosa come “acquisti del giorno” o qualcosa di simile. Il loro materiale migliore sarà raccolto in Q4U 1980-1983 e appariranno anche loro nel solito “Rokk ì Reykjavìk”. Aneddoto simpatico: la band esiste ancora oggi ed Elly è diventata celebre in patria per essere stata nientepopodimenochè “giudice” nell’edizione islandese di X-Factor.


Scarica la raccolta delle Q4U “1980-1983”

Riot grrrlllsss! – Le Grylurnar
E veniamo alle Grylurnar, questa volta una band di sole ragazze. Ragnhildur Gìsladòttir, cantante-tastierista delle “ragazze grigliate” (così pare si debba tradurre il nome del gruppo), ci spiega: “Con questa band vogliamo dimostrare che anche le donne possono suonare e vorremmo che altre come noi facessero lo stesso. La cosa non deve rappresentare un problema o un’eccezione”. Con una semplicità disarmante, la bassista Herdìs Hallvarősdòttir aggiunge: “…fatti fare un prestito in banca, noleggia un garage, compra gli strumenti, butta tutto dentro e inizia. Impegnati e suona finché non esce qualcosa di buono. Alla fine tutto funzionerà. Ah, e mi raccomando…non piangere!”. Mi immagino già la faccia dell’impiegato di banca, di un paese qualsiasi che non sia l’Islanda, quando gli direte che volete diecimila euro per avviare la vostra band. Beh, seguite il consiglio di Herdìs e provateci…Operazioni bancarie a parte, le ragazze grigliate fanno uscire nel 1983 l’album “Mávastellið” (Gabbiano) che è davvero bello e originale.


Scarica il disco “Màvastellið” (1983) delle Grylurnar


O Reykjavìk – I Vonbrigði
I Vonbrigði (delusione) sono un gruppo che esemplifica bene la parabola della scena punk islandese, che da sonorità classiche stile inglese si sposterà verso il new-wave e il dark con canzoni sempre più sofisticate e ben prodotte. In effetti i Vonbrigði scrivono un primo disco omonimo, uscito nel 1982, con qualche canzone più strettamente punk e una buffa copertina spaziale, mentre già l’anno seguente esce “Kakofonia” che, a discapito del nome, è ben registrato e ci mostra una band che non ha nulla da invidare ai più blasonati colleghi mainstream. Beh, certo, qui sotto li vediamo dal vivo in una veste ancora un po’ acerba: era il 1981…


Scarica “Kakofonia” (1983) dei Vonbrigði


Infanzia bruciata – Gli Sjàlfsfròun
Dei Sjàlfsfròun, ovvero “i masturbazione“, non si sa molto ma quel poco che si sa, decisamente, rimane impresso. Sono un gruppo di giovanissimi punx strafatti e molesti di circa…dodici anni. Non esistono loro dischi ma compaiono nel solito “Rokk y Reykjavìk” mentre eseguono un paio di pezzi rovina hc molesti, suonati a caso, in un teatro della città, con la gente seduta e qualche loro compagno di classe che si agita convulsamente tra le prime file. Il cantante, Bjarni ƥòrir ƥòrőarsson, è un vero bambino punk, cattivo e sfrontato, anche se un po’ confuso: si esibisce in un classico del rock, ovvero lo sfasciamento della chitarra, o del basso in questo caso. Porta avanti il numero con perizia, servendosi anche di una grossa scure per completare meglio l’opera. 



La sua intervista, che trascriviamo integralmente, è lo spaccato di un’infanzia drogata: più che un bambino islandese, Bjarni sembra provenire da qualche paese del terzo mondo. L’effetto è comico e drammatico allo stesso tempo: ”Sniffo, quando voglio un po’ di droga. Cerco una stazione di benzina e chiamo qualcuno che compra la colla per me…a volte me la procuro da solo. E’ impossibile trovare qualcuno che ti compri della colla a Kòpavogur [cittadina vicino Reykjavìk] perché la polizia te lo impedisce e poi chiama un tizio chiamato Hafsteinn che è dei servizi sociali. Hai più possibilità di comprarla in centro. Sniffare quella roba ti strafà, mentre sniffare benzina, il diluente, la colla dei pneumatici delle bici non fa lo stesso effetto. E’ roba pericolosa ma mi piaceva sniffarla. Io sono quasi impazzito a causa di quella roba, ma ora ho chiuso. C’era un ragazzo che è impazzito davvero per quello. Se lo incontri e gli chiedi qualcosa, dà di matto e ti urla: “la colla, la maledetta colla!”. Perciò è in effetti abbastanza stupido sniffare quella roba. Alcuni sniffano il gas, se lo pompano direttamente in bocca. A me non piace, perché ti prende male, ha brutte conseguenze. Rimani confuso fino al giorno dopo. Ti vengono pure le allucinazioni, se usi il gas. Una volta stavamo sniffando il gas e uno di noi ha sentito qualcuno che gli correva negli occhi e dentro il suo stomaco: non riusciva a buttarlo fuori, stava impazzendo, si era preso male. Quando gli è passata, si è accorto che tutto derivava dalla sniffata. Una volta la polizia ci ha preso la roba. Avevamo preso della colla per i pneumatici delle biciclette e stavamo sniffandola in centro. Qualcuno deve averlo detto alla polizia e gli sbirri sono arrivati. Il ragazzo che aveva la colla è stato portato alla stazione di polizia e la colla ci è stata confiscata. La polizia non aveva il diritto di prenderci la colla, non avevano il diritto cazzo…Ad ogni modo, se rimani senza roba, colla e simili, e ti serve benzina, può essere difficile procurarsela se è tardi la notte. Puoi tentare di rubarla dalle auto parcheggiate e sniffartela…


E alla fine, vince il Partito migliore!
Siamo giunti alla fine del nostro breve viaggio nel punk della remota isola vulcanica dell’Islanda. Nonostante l’abbuffata di musica, copertine di dischi e testi tradotti con il traduttore automatico, rimane sempre difficile immaginarsi cosa volesse significare essere un punk in un posto così remoto. Un luogo dove lo stato, come nella migliore tradizione scandinava, si occupa di tutto e ti assicura un lavoro, una casa e la possibilità di farti una famiglia sin da giovanissimi. Uno Stato che non è certo lo stesso Stato, prepotente e ingrato, che azzerava i diritti del proletariato nell’Inghilterra dell’Era Thatcher tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. L’essere punk, in Islanda, doveva probabilmente significare il rifiuto della cultura bonariamente di sinistra nella quale si sono sempre identificati gli islandesi, il rifiuto della noia, delle convenzioni, di ciò che è prevedibile. La voglia di prendersi tutto, di andare oltre il limite di quel mare che isola da millenni quella terra gelida, spazzata dal vento. Terra nera, ribollente, senza alberi, dagli spazi brulli sterminati e circondata da lunghe scogliere frustate dalle onde.




Bjork, lungi dal rinnegare quegli anni, dirà: “Ci siamo divertiti come pazzi quando eravamo teenagers. Eravamo punk, ma punk positivi, non del tipo preso male che odia tutto ciò che ha intorno. Volevamo tutto e ce lo prendevamo…“. E i punk, ad un certo punto, si sono davvero presi tutto: nel 2010, dopo il default dello stato islandese indebitatosi fino all’osso con le banche europee a causa della crisi finanziaria del 2008, a vincere le elezioni con quasi il 35% è stato il “Partito migliore” di Jòn Gnarr

Chi era costui? Un attore satirico, ma soprattutto un vecchio punk rocker attivo tra il 1980 e 1983 nei Nefrennsli (il naso che corre). Subito dopo la vittoria alle urne, il leader Jòn Gnarr ha dichiarato: “nessuno deve temere il nostro partito. Perché si tratta del partito migliore. Se così non fosse si chiamerebbe “Partito Peggiore”, o “Partito Pessimo” e noi non accetteremmo mai di lavorare in un partito del genere”. Applausi. Poi ha aggiunto: “il sistema politico del paese è segretamente corrotto, il mio partito promette di esserlo apertamente”. Altri applausi misti a risate. Sembra uno show televisivo, invece è il discorso di un primo ministro di un paese europeo che vanta nella sua squadra diversi ex-musicisti punk, tra cui l’immancabile Einar Orn. Il programma di governo? Asciugamani gratuiti in tutte le piscine della città, una Disneyland all’aeroporto di Reykjavìk e naturalmente la ferma volontà di non pagare un euro del debito pubblico alle banche private.

L’avventura politica del “partito migliore” si è chiusa nel 2014, quando Jòn Gnarr, probabilmente annoiato da tutti quegli impegni istituzionali, ha rifiutato il secondo mandato. Ma si sa, i punx sono “nati per essere veloci” e quattro anni di governo sono stati sin troppo lunghi…

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