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RUSSIA 2014 // DA KIROV A PERM’

Venerdì 25 aprile, da Kirov a Perm’. Dopo il freddo, la neve. 

[Russian tour report 2014 – 8 di 10] 

Shona Laing – Soviet snow (1985) […siamo ben svegli? Il mondo ne è a conoscenza? Radiazioni sulla Piazza Rossa, paura ad attraversare le strade, paura di congelarsi nella neve sovietica. Un occhio all’inverno, oh, ma è solo un accenno di neve sovietica...]

[Valeria] La notte a Kirov, nonostante l’amorevolezza della ragazza che ci ha ospitato, vanta un record: è riuscita a segnare male e profondamente tutti e tutte. Il problema è sempre lo stesso: siamo in troppi. Citando i Fall Of Efrafa (ma anche la Bibbia) “I am legion for we are many“, che nel concreto significa… c’è chi dorme sul tappeto con un giaciglio fatto di giacche, vestiti e asciugamani; c’è chi dorme in tre sopra un materassino da campeggio a una piazza e mezza; c’è chi si stringe in un sentito abbraccio a Denis.
Ci svegliamo tutti rotti e accartocciati come ragni che fingono di essere morti. E guardiamo fuori dalla finestra…Nevica! E ci aspetta il viaggio più lungo di questo tour. Abbiamo davanti a noi almeno nove ore di furgone. E sia! Ci attende Perm’ e la penultima data del tour. Perm’ è a due ore di fuso orario da Kirov, quindi oltre a calcolare le circa nove ore che impiegheremo ad attraversare i cinquecentoventi chilometri che separano le due città dobbiamo tener conto del fatto che abbiamo due ore di svantaggio! La Russia non smentisce mai: è l’unico paese nel quale c’è un salto di due ore di botto nel fuso orario! Pare che sia per motivi legati al campionato di calcio, tra l’altro…


Carichiamo il furgone, cantando canzoni natalizie sotto la neve che fiocca…Ci stipiamo in furgone al calduccio e ci addormentiamo secchi dopo meno di un minuto. Tutti. Persino Denis, temo. Dopo un paio di orette è il momento di una smoking brrreik e ci si ferma ino di quegli autogrill per camionisti molto naif, in un paesino imprecisato in mezzo al solito nulla. Il bagno esterno ed è impraticabile. Una cabina di legno con in mezzo un buco e… non c’è bisogno di entrare nei dettagli.

Denis beve due caffè di fila. Sarta decide di prendere del puré. Loki compra una fetta di torta nuziale ed io una sorta di crêpes unta con dentro della caramella mou sciolta. Buona, eh, ma me ne pentirò. La mia autodiagnosi dice che quel mal di pancia latente che mi accompagna dalle prime ore dell’alba non è assolutamente dovuto alle mille birre e agli shot di Blavod, la temibile vodka nera, della sera prima… No, è stato il dolcino e il freddo a farmi male.
In ogni caso, durante la nostra colazione-pranzo-matrimonio (non capiamo più cosa e quando mangiare) ci capita di assistere ad un telegiornale russo. Diversi minuti di monologo di Putin. Solo e soltanto notizie di guerra. Niente politica (a parte il sermone di Putin), niente opposizione che attacca, niente maggioranza che si difende. Nessun politico arrestato o indagato. Nessun gattino eroico che salva le balene da morte certa. Niente cronaca, niente gossip. Solo guerra… o meglio, solo propaganda di guerra…
Denis quando vede Putin in televisione fa il saluto nazista, poi alza il dito medio e dice “fuck off”. Noi cerchiamo di nasconderci sotto il tavolo e ci guardiamo intorno sperando che nessuno lo abbia visto – ci sono dei tipi per nulla raccomandabili e piuttosto massicci in giro. C’è chi si finge una pianta, chi cerca di mimetizzarsi con le piastrelle glitterate del locale e chi, come Loki, che si finge un volatile; quest’ultimo, appena usciti dal caffé, dà inizio ad una slam-poetry con alcuni corvi appollaiati su un abete. I corvi rispondono, ma Loki, nonostante la differenza numerica, vince, il che è un bene per diverse ragioni; se all’interno del caffé ci fosse stata una spia-collaborazionista-infiltrata pro-Putin, grazie alla performance di Loki, avrebbe compreso che eravamo soltanto un gruppo di matti vestiti di nero, che girano per luoghi inospitali e nulla di più… anarco-che?!? Ci rimettiamo in viaggio. Il lunghissimo, interminabile viaggio verso Perm’…

Dopo oltre cinque ore facciamo una seconda pausa in un secondo caffé che sorge sulle sabbie mobili. La località è tra le più desolate e deprimenti mai viste…

Non sto ancora molto bene. Maledetto dolcino! Per curarmi, decido di comprare una lattina da un litro di Baltika. Tenerla in mano mi fa sentire come se fossi ancora una bambina immacolata, in un mondo di cose giganti. Il nonno acquista invece una bottiglia di Baltika 9, quella vietata dal buon senso.
Finalmente arriviamo a Perm’. Sono quasi le otto. Dobbiamo suonare subito! Appena parcheggiato il furgone in quella che doveva essere un zona industriale, sentiamo qualcuno urlare “figli di puttana,  pezzi di merda!”. Scendiamo dal furgone e il responsabile si presenta: Antonio. È russo, ma parlicchia in italiano. Presenta anche i suoi amici con il loro nome declinato in italiano. Noi facciamo lo stesso in russo. Il mio nome si pronuncia “Leyra” o qualcosa del genere, ma è un nome da uomo. A me non dispiace.
Il posto dove dobbiamo suonare è un’enorme rovina industriale labirintica. Sembrerebbe a tutti gli effetti uno squat, eppure ci spiegano che sono in affitto, ma non hanno i permessi e le licenze necessarie. Il solito posto “semi-legal”, insomma. Ci informano anche che quello di questa sera sarà l’ultimo concerto: il proprietario vuole trasformare quello che sembra un inferno pre-luddista, in un moderno complesso di uffici. Auguri. All’ingresso del posto ci sono due bellissime punk tutte colorate con un banchetto vegan. È il primo che vediamo da quando girovaghiamo per la Russia. Continuo ad aver problemi di pancia, ma i bagni sono pessimi. Decido di bere una birra. Un’altra… una ancora e quello che sembrava il cesso di Trainspotting si trasforma in un posto ospitale dove sedersi, riflettere, leggere il giornale e… non c’è bisogno di entrare nei dettagli anche in questo caso. Una simpatica nota: gli organizzatori del concerto usano appiccicare i flyer di altri eventi sulle lattine di birra! Soviet-punk-marketing.

Il concerto inizia presto, molto presto. Già durante il sound-check c’è chi poga felice come una pasqua. Il palco è altissimo. Faccio metà concerto in ginocchio per cercare di incrociare qualche sguardo. Un ragazzo si toglie la felpa e me la mette sotto le ginocchia. Che tenero!
Stiamo per attaccare con il bis di Mamma Anarchia, quando alcuni skin giganti decidono che tutti e sette dobbiamo fare stage diving. Non ci sono scuse. Veniamo presi a turno e ribaltati sulla folla che ci sballotta un po’ e poi ci ripone, con precisione chirurgica, sul palco…


Finito il concerto torniamo in quello che dovrebbe essere un backstage (una stanza a cui mancano due pareti su  quattro, ma dotata di una pratica porta per accedervi e di un orologio di legno con le lancette disegnate a matita) per essere accolti dai Re Magi. Ognuno di loro ha con sé un dono. Loki riceve una mela, io della marmellata fatta in casa conservata in una bottiglia di plastica e riemergono le due ragazze del banchetto vegan che ci regalano tutti i panini avanzati.Tornati in ostello ci fermiamo nella sala comune per consumare i nostri doni. Alcuni di noi vanno subito a letto. Altri vengono rapiti da un uomo gigante che indossa una camicia hawaiana slacciata e ha una pancia grande come una Fiat 500; sopra la pancia, vanta una dozzina di cicatrici da pugnalate. Si parla di musica… cioè LUI parla di musica. Mostra ai suoi nuovi amici (noi) alcuni video su youtube di pezzi pop-rock russi con donne discinte. Fa headbanging e dimena la pancia in tutte le direzioni. Non resta che annuire e fingersi interessati: nonostante ciò, non rilascerà gli ostaggi prima di un paio di ore. Non ci è dato sapere in che cosa sia consistito il riscatto: Lisa, il Nonno e Loki non se la sono sentita di raccontarci tutto…

“Il russo in pillole”, settima puntata: Kakaia strecha! Che gradito incontro!

[Continua…]

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