Share / condividi e diffondi

Robert Wyatt!

[We talk about…famous artists!]

“Oggi parliamo di Robert Wyatt! Chi è costui – direte voi punx abituati a viaggiare sulle frequenze della rovina hc più spinta – ? Non un punk ubriaco, mi dispiace, anche se ci da dentro anche lui, ma di uno dei più importanti e influenti musicisti del secolo scorso e di questo scorcio di fottutissimo terzo millennio. Cosa ci fa un pluri-acclamato musicista, ampiamente sdoganato dalla critica mondiale, sul blog dei Kalashnikov collective? Adesso vi spiego…
Robert nasce nel 1945 a Bristol, in Inghilterra: l’anno giusto per essere giovane e radioso nei favolosi anni Sessanta e ciucciarsi il meglio della beat generation e della psichedelia. Il Nostro, naturalmente si strippa subito con la musica: impara a suonare il pianoforte e si appassiona al jazz. Dirà tempo dopo: “Non posso definirmi un vero musicista jazz: sono piuttosto un turista del jazz, che vaga in questo meraviglioso mondo con la bocca spalancata. Questo perché purtroppo non sono un americano nero nato ad Harlem ma un inglese”.

Giovinezza hippy, suicidi tentati e l’iscrizione al partito comunista inglese…
Inizia a viaggiare e a conoscere gente, amici, musicisti: passa dieci mesi – definiti uno dei periodi più belli della sua vita – sull’isola di Maiorca assieme ad una comunità di poeti, artisti e scoppiati. Giornate piene di cazzeggio in cui si suona la batteria, si fanno sculture, si scrivono versi surrealisti. Non che fosse una persona tranquilla, il buon Robert: qualche mese prima aveva tentato il suicidio ingerendo un mix di barbiturici, nella camera dell’amico Daevid Allen, a Canterbury. Di indole malinconica ma, a modo suo, dotato di forte personalità, Robert capisce che le convenzioni sociali sono un limite per la propria crescita e che bisogna imparare a sbattersene, iniziando un percorso esistenziale di liberazione. Come vedete, non si tratta della classica vicenda della rockstar a caccia di successo!

Schiacciamo il tasto fast-forward e andiamo avanti nella storia: nei primi anni Settanta Robert ha già fatto un sacco di cose interessanti. Ha scritto tre dischi con i Soft Machine – gruppo seminale della scena prog di Canterbury – dove suona la batteria e canta, facendo concerti assieme a gente del calibro di Pink Floyd e Jimi Hendrix Experience. Ha composto il suo primo disco solista, lo stripposissimo “The End of an Ear” (1970), capolavoro di improvvisazioni free e sperimentalismo strumentale, dal titolo memorabile e pretenzioso, dove Robert canta utilizzando vocalizzi senza il ricorso alle parole. Se n’è poi andato dai Soft Machine e ha fondato i Matching Mole (gli “incontro tra talpe”: il suono delle due parole è un fine sfottò del suo precedente gruppo, se pronunciato alla francese, “Machine Molle”), con i quali inizia ad esplicitare in maniera netta il suo impegno politico. Sì, perché il Nostro è un compagno, di quelli determinati e duri, anche se i suoi testi non sono mai troppo espliciti: alle dichiarazioni solenni preferisce il surrealismo e il non-sense (“Possiamo berci via la nostra politica, a partire dal mezzogiorno, possiamo berci via lontano la nostra politica”). La copertina del secondo disco dei Matching Mole “Little Red Record”, però, è chiara come più non si potrebbe: loro quattro in posa da guerriglieri comunisti, con tanto di mitragliatore, bandiera e libretto rosso, il tutto in uno stile da dipinto di propaganda maoista.
Il volo
Il giovane Robert non dev’essere un tipo facile, tutt’altro: beve, fuma marjuana, è uno tosto. Il primo di giugno del 1973 è a Londra, alla festa di compleanno di alcune amiche (Gilli Smythdei Gong e la musicista e pittrice Lady June). Al calar della notte, è completamente fatto. Ubriaco fradicio, ciondola e cade dalla finestra. Fa un volo di tre piani e si schianta al suolo. Risultato: rimane paralizzato dalla vita in giù. Non certo il massimo per uno dei migliori batteristi in circolazione. Carriera finita? Niente affatto. A proposito dell’incidente, il medico che gli presterà soccorso, racconta che rimase stupefatto: “Doveva essere proprio ubriaco per rimanere così rilassato mentre cadeva dal terzo piano”. “La cosa – ricorda ironico lo stesso Wyatt –andò così: nell’ordine, vino, whysky, southern comfort e poi la finestra. Se fossi stato appena un po’ più sobrio probabilmente oggi non sarei qui: avrei teso tutto il corpo per la paura e quindi mi sarei fracassato”. L’alcool, quindi, gli causa questo incredibile incidente, ma, nello stesso istante, gli salva anche la vita. Curiosità astrale: tre anni prima Robert era diventato molto famoso per la canzone “Moon in June”, nell’album “Third” dei Soft Machine, una lunga suite composta interamente da lui nella quale sperimentava delicate atmosfere free. Quella stessa luna di giugno, invocata nella canzone, assistette impassibile al suo lungo volo dalla finestra.

Rock basso
Inizia un periodo di lunghe cure in ospedale. Gli amici Pink Floyd, diventati dopo “The Dark Side of the Moon” tra le band più famose del pianeta, organizzano un doppio concerto a Londra per aiutarlo con le ingenti spese mediche. Lo sconforto si fa strada, ma Robert ha una creatività e un’ironia dirompenti e, in qualche modo, capisce che questo incidente non rappresenta una fine, ma un nuovo inizio. Ma cosa può fare un batterista che rimane mezzo paralizzato? Niente più tradizionale drumset, via la grancassa e il charleston. D’ora in poi ci si mette sotto con le tastiere, le percussioni, la tromba e, ovviamente, la voce. E’ da questa storia che nasce uno dei dischi più belli e struggenti di sempre, “Rock Bottom”. “Rock Bottom” è un’espressione inglese che significa più o meno “toccare il fondo” ma per Wyatt è anche un gioco di parole, letteralmente “rock basso”, “sottotono”. Un rovesciamento della consueta iconografia della rockstar tutta eccessi e impatto mediatico. Il disco è intriso di atmosfere intimiste e malinconiche, espressione di un animo inevitabilmente afflitto ma anche pervaso da un lirismo e da una poesia surreali senza precedenti. In apertura c’è “Seasong”, una splendida canzone d’amore: Wyatt, rivolgendosi ad una “lei” sembra essere un pesce rosso che osserva il mondo chiuso nella sua palla di vetro, sciorina espressioni tratte dal mondo marino e sembra interrogarsi su questa strana creatura, amabile ma in qualche modo ferina, parte di un mondo “altro” e sconosciuto (“Sei un animale stagionale come la stella marina che si lascia trascinare dalla marea”). Ma chiude con un “we’re not alone” dal quale trapelano speranza e futuro. E chi è dunque questa creatura bellissima e misteriosa?

Alfie
Alfreda Benge, detta Alfie, è una poetessa e illustratrice austriaca, di cinque anni più grande di Robert. Di madre polacca, si trasferisce in Inghilterra a soli sette anni. I due si conoscono e s’innamorano. E la loro relazione sentimentale si intreccia con la loro carriera artistica: Alfie è una delicatissima poetessa, ama i giochi di parole esattamente come Robert, dipinge quadri dai colori accesi e dai soggetti surreali. Quando lei viene chiamata nel 1972 a lavorare a Venezia come assistente a un film horror, lui la segue, ma una volta arrivato nella camera d’albergo non sa che cazzo fare ed inizia ad annoiarsi a morte. Alfie allora, durante una pausa sul set e con i pochi soldi che ha in tasca, va in un negozio di strumenti musicali trovato per caso e gli regala una tastierina giocattolo, con la quale finalmente Robert può stripparsi: nascono così le prime bozze di “Rock Bottom”, che uscirà due anni dopo. Dopo l’incidente di Londra, Alfie si prenderà cura di Robert e i due rimarranno assieme per tutta la vita, sino ad oggi, continuando ad aiutarsi nelle reciproche carriere artistiche e nell’impegno politico.

Repressione dura, ma niente ci potrà fermare!
Già, la politica! Nel 1979 viene eletta Margaret Thatcher ed un comunista marxista convinto come Robert non può che preoccuparsi: niente più stato sociale, niente più diritti dei lavoratori, la “signora di ferro” se ne sbatte e pesta duro sulla base. Allora Robert e Alfie capiscono che bisogna darsi da fare con quello che sanno fare meglio. Lui, inchiodato sulla sua sedia a rotelle, crea colonne sonore per film animalisti, scrive canzoni di protesta (la sentita “Amber and the Aberlines” dove si canta “nessuno vince se si combatte da soli”) e partecipa a concerti a supporto degli scioperi contro le politiche della Thatcher. Lei, invece, è attiva in favore dei diritti delle minoranze, partecipa a iniziative e manifestazioni, scrive volantini e gli yuppies del quartiere dove vive cominciano a non vederla di buon occhio. Giusto per rendere un’idea del clima, durante un presidio contro l’apartheid, Alfie si sentirà dire da un vicino: “abbiamo pagato così tanti soldi per venire in questo bel quartiere, non vogliamo vedere queste cose!”. E’ del 1982 il disco “Nothing can stop us”, una compilation di canzoni di protesta interamente rivisitate da Wyatt: la copertina, molto simpatica, raffigura il cofano di una vecchia Rolls Royce dove al posto del marchio compare l’immagine di un operaio con tanto di tuta e chiave inglese alzata verso il cielo. Rispetto a tante operazioni speculative alle quali il lurido music businness ci ha ormai abituati, questa rimane una delle più sincere e sentite di sempre, con la voce di Robert a testimoniare la schietta partecipazione alle lotte in quegli anni di dura repressione.

Il “Wyattofono” e fade out
Come avete sin qui visto, Robert Wyatt non è certo il tipico musicista plasmato dallo starsystem, né un intellettuale accademico un po’ snob figlio della cultura radical-chic, ma anzi è un buon compagno che ha cercato di portare qualcosa di buono in questo cesso di mondo. Ecco perché ne abbiamo parlato! Inoltre, lungi dall’essere ricchi e viziati, lui ed Alfie hanno spesso avuto problemi di soldi e si sono dovuti trasferire più di una volta per far fronte alle spese di affitto, nonostante Robert fosse diventato quasi subito un musicista affermato. Tra le tante collaborazioni realizzate nell’arco degli anni merita una menzione quella con Björk, la pluri-premiata genietta islandese che iniziò il suo percorso con il punk, o con qualcosa di simile (ma questa è un’altra storia, e ve la racconteremo più avanti…). Da questo incontro è nato il Wyattron, ovvero il “Wyattofono”: “questa ragazza è venuta a trovarmi – racconta Robert – ed è stata pazientemente a registrare la mia voce. Ha preso ogni nota che io avessi: tutte, dalla più grave alla più acuta”. Björk ha realizzato così una sorta di tastiera contenente i campioni di voce di Wyatt, con la quale ha realizzato anche degli arrangiamenti contenuti nella famosa “Submarine” dall’album “Medulla” del 2004″.

Leave a Reply