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PICCOLO POTRE, MARUCIO UTOPIA:  schegge autobiografiche di punk giapponese

[Sarta] “Apriamo sul nostro blog una nuova rubrica, dal roboante titolo La Casa del Disastro! Si tratta del programma radio che i nostri prodi membri del collettivo Kalashnikov terranno ogni dannato giovedì sulle frequenze di Radio Onda d’Urto (98 fm oppure in streaming). Di cosa parleremo? Indovinate un po’…di PUNK!
Ma naturalmente non in maniera convenzionale…Le prime due puntate saranno dedicate ad una retrospettiva autobiografica sulla nostra scoperta del punk giapponese verso la metà degli anni ’90 fino ai giorni nostri. Poi proseguiremo con delle dirette, ospitando in studio alcune losche figure della scena punk/anarchica delle nostre parti e di nuovo ci dedicheremo ancora alla scena punk siberiana dagli anni ’80 ad oggi. Insomma, speriamo di fare un lavoro interessante e, forse, non banale. Chiunque abbia interesse a partecipare e/o relazionarsi con “La Casa del Disastro” è si faccia sentire! Stay tuned!

 

[We talk about…La Casa del Disastro!]

PICCOLO POTRE, MARUCIO UTOPIA:

Schegge autobiografiche di punk giapponese – parte prima!

 >>> Ascolta il podcast!
 


[Stiopa] “All’inizio degli anni ’90 siamo adolescenti con la fissa del punk. Un giorno Sarta torna a casa con un pacchetto. E’ stato al negozio di dischi usati di Affori, un negozio di dischi di periferia davvero sfigato, sempre avaro di sorprese. Questa volta non solo si tratta di un disco punk, ma di un disco punk giapponese. Con gli ideogrammi e quelle grafiche nerissime che ci ricordano i nostri manga preferiti come Devilman o Hokuto no Ken. Si capisce solo il nome del gruppo “Fuck Geez”. Decenni dopo, grazie al traduttore automatico di google, scopriamo che il titolo del disco suonava più o meno come “Completamente bruciati con il punk rock”. Un titolo profetico che tra l’altro, all’epoca, ci rappresentava in pieno!”
Il fantomatico 7” dei Fuck Geez
[Sarta] “Il disco dei Fuck Geez assurge subito ad oggetto di venerazione e ci apre le porte del punk  giapponese che nei mesi successivi diventa un chiodo fisso. Negli anni ’90, internet non esiste e per ascoltare un disco non basta volerlo: se si tratta di un disco di punk giapponese il discorso – per ovvie ragioni linguistiche – si fa ancora più complicato… Ai banchetti dei dischi in fiera di Senigallia a Milano, facciamo scorrere pigramente i cd uno dopo l’altro, senza troppa convinzione, poi ad un certo punto, tra una raccolta dei Pooh e un live di Santana, abbiamo una visione: si intitola “Target Dictator” e ed è una compilation di punk underground giapponese pubblicata nel 1991. Come diavolo ci è finito lì in mezzo!? Per noi è un ritrovamento archeologico di portata epocale. Gruppi sconosciuti con creste altissime e borchie acuminate, disegni inquietanti, testi incomprensibili e soprattutto un suono feroce, disperato”.
 
[Valeria] “E’ un suono che evoca il Giappone cupo, aggrovigliato e crudele che abbiamo visto nei film di Shinya Tsukamoto come “Le avventure del ragazzo del palo elettrico” e “Tetsuo”, oppure in “Akira” il manga cyberpunk di Katshuiro Otomo, ambientato in una Tokyo del futuro in preda all’anarchia…”
La compilation Target Dictator (1991)

[Sarta] “Innocents e Ghoza, di cui abbiamo ascoltato rispettivamente “Frattaglie” e “Visione della vita”, ma anche Violent Pain, Hell noise, Undead Murder…. tutti questi gruppi misconosciuti sono accomunati da un fatto: suonano come se fosse l’ultima volta che lo fanno. A quei tempi – siamo alla metà dei 90 – le declinazioni più estreme del punk non vanno per la maggiore, ma noi siamo alla ricerca di emozioni più forti e la musica dei punk giapponesi trasmette un senso di disastro imminente, di caos e di follia che infiamma la nostra immaginazione”.

[Stiopa] “Nei primi anni ’90 il d-beat non è ancora un sottogenere pienamente codificato. D-beat come Di-scharge, il gruppo inglese che ha inventato un modo di suonare e di immaginare la musica punk.  il d-beat è un preciso codice stilistico basato su un ritmo a rotta di collo, testi gridati allo spasmo, un’iconografia brutale e un immaginario votato al pessimismo, popolato di orrori indicibili, ma orrori del tutto umani, come la guerra, la povertà, la tortura, i disastri nucleari. Nella prima metà dei ’90 le band giapponesi suonano il miglior d-beat al mondo. Tra queste ci sono i Disprove di Tokyo…”
[Sarta] “Il pezzo dei Disprove, tratto dal 7” del 1994, si intitola Eraced Race… Razza Cancellata? No, eraced non è scritto con la S ma con la C. Eraced Race dovrebbe suonare più o meno come razza senza razza. Questo titolo, uno dei tanti: è paradigmatico dello stile di scrittura dei testi delle band giapponesi, caratterizzato da un uso – diciamo – creativo della lingua inglese. Perché i giapponesi l’inglese non lo sanno. Per loro più che una lingua, è un suono; il significato non è così importante, almeno non quanto la musicalità delle parole; e le parole sono immagini, e accostate l’una all’altra evocano quadri più complessi, come nella pittura, o come negli ideogrammi. Per questo i testi dei gruppi punk giapponesi sfuggono solitamente alla piena comprensione, pur risultando comunque evocativi”…
[Stiopa] …”Esistenza dimenticata – razza sconosciuta – pregiudizio senza volto – davvero invisibile. Un luogo distrutto – non schiavi. Verità proibita – noi dobbiamo conoscerla. Cancellata, razza cancellata!”.
Oppure… “Questo significa guerra. Noi dobbiamo combattere. Tu devi morire. Questo non è quello che hai detto, Noi dobbiamo combattere, ma non dalla tua parte. Non hai niente. Noi dobbiamo cambiarlo”. E ancora:
“Uccidere non significa niente: basta uccisioni, uccidere non vuol dire niente, Ma tu non lo sai. Prendi il tuo pugnale e buttalo via…“.
[Valeria] “Oltre alla libertà lessicale e alla confusione semantica, un altro aspetto che caratterizza i testi delle band giapponesi è l’estrema sintesi. Prendiamo ad esempio un  pezzo dei Beyond Description (oltre la descrizione), una nota band giapponese degli anni ’90. Il titolo è Lost (“Perso”) e il testo dice “mi sono perso”. Nient’altro. Questi testi ricordano un stile di scrittura poetica giapponese, l’haiku: l’haiku è una sfida: il poeta deve raccontare in tre versi, rigorosamente 17 sillabe, il mondo che lo circonda e i suoi sentimenti più profondi. Paradossalmente, ma anche necessariamente, nell’haiku è più importante quello che il poeta non scrive, piuttosto che quello che scrive; ovvero non quello che decide di descrivere, ma quello che fa intuire. Per apprezzare appieno la poesia haiku bisogna quindi andare oltre la parola scritta, “oltre la descrizione”, Beyond Description appunto…  “
Hideki Kawakami ci dà dentro coi Disclose

[Sarta] “Detto questo, non si può parlare di punk giapponese dagli anni 90 ad oggi, ed in particolare di crust d-beat, prescindendo da Hideki Kawakami e dai suoi Disclose. Quando siamo tornati a casa con il nostro primo disco dei Disclose e lo abbiamo messo sul piatto del giradischi, per prima cosa abbiamo pensato che lo stereo si fosse rotto. Batteria e voce erano sovrastate da un fruscio spaventoso, un rumore bianco che assomiglia a quello della radio fuori frequenza. Ma no, non c’era niente che non andasse nel nostro impianto… Quelli erano davvero i Disclose! E non solo: quel suono scorbutico con la chitarra a zanzara, iperdistorta fino a perdere ogni velleità armonica, diventerà il marchio di fabbrica del punk giapponese degli anni successivi”.

[Stiopa] “Visions of war “Visioni di guerra”, il pezzo dei Disclose che abbiamo appena ascoltato, è una cover dei Discharge, ed è tratto da un disco che, nelle grafiche, riproduce in modo quasi pedissequo  la copertina di “Realities of War” degli stessi Discharge. Un vero e proprio attestato di devozione al suono e all’immaginario della band inglese, dalla quale Kawakami – il leader dei Disclose – è letteralmente ossessionato. In generale, per i punk giapponesi il punk stesso è un’ossessione che pervade ogni istante della loro esistenza, anima ogni gesto, ispira ogni loro scelta. Kawakami, ne è un esempio: consacra la propria vita al d-beat e a i Discharge, registrando, dal 1993, più di trenta dischi, tutti riconducibili al medesimo suono e al medesimo immaginario, fino alla sua prematura morte, a 36 anni, nel 2007, per un’overdose di alcool e sonniferi. Pochi giorni dopo, Stuart Schrader, un punk americano che aveva conosciuto Kawakami, pubblica su Maximum rock’n’roll un articolo molto bello e quasi commovente, che cerca di raccontare questo personaggio così profondamente amato dai punk giapponesi”.
Hideki Kawakami

[Nonno] “Forse il modo più preciso per definire Kawakami è dire che è stata un’ispirazione. Sebbene sia un luogo comune dire che il punk è uno stile di vita, quando lui diceva nella prima lettera che mi ha scritto: “Il D-beat è veramente grandioso! è la mia vita!” voleva sicuramente dire qualcosa di più della solita affermazione che noi, che abbiamo dedicato molto del nostro tempo a questa cosa folle chiamata punk, siamo soliti utilizzare. Molti artisti radicali si sono impegnati per far crollare la separazione tra l’arte e la vita. Kawakami, senza grandi pretese e senza ambizioni, c’era riuscito.

Il punk d-beat può essere stato creato dai suoi predecessori, ma Kawakami è stata la persona che lo ha legittimato e forgiato in un vero e proprio vangelo, nel senso che da esso egli ha tratto le sue convinzioni e nutrito il suo amore; perfezionarlo e diffonderlo fu un suo dovere. [Disclose = rivelare, divulgare]. Il D-beat è semplicemente quello che lui è stato e che ha fatto, e al quale è rimasto fedele fino alla fine dei suoi giorni.
La prima sera che uscimmo insieme in Giappone (era il 2002) chiacchierando con il suo inglese scassato e il mio inesistente giapponese, mi ha spiegato come ha, come dire, interiorizzato i Discharge: nel senso che la formula utilizzata dai Discharge sia nelle canzoni che nello stile musicale non era più una formula che avrebbe potuto scegliere intenzionalmente e coscientemente di seguire, ma era diventato semplicemente l’unico modo nel quale egli era in grado di esprimersi!”
[Sarta] “La tomba di Hideki Kawakami ha una lapide sulla quale è scritto: “D-beat raw punk Disclose Hideki Kawakami 1971-2007” e sotto la cover iconica di “Realities of war” dei Discharge, quella con il punk di spalle e il giubbotto borchiato. Anche nella morte, e per l’eternità, Kawakami verrà collegato indissolubilmente ai Discharge e alla loro musica, alla quale era devoto. L’ultimo atto musicale dei Disclose prima della scomparsa di Kawakami è l’e.p. Grey Earth “Terra grigia”. Un’immagine che evoca un fotogramma sbiadito, un fading, un luogo incerto, come, alla luce del sua strana morte, forse un suicidio, enigmatico e sfuggente doveva essere anche il personaggio di Hideki Kawakami”.
I mitologici GISM

[Stiopa] “Ad un certo punto arrivano gli anni zero, e buttiamo nel cesso i modem a 56k… ci si scoperchia dinnanzi uno scrigno di vermi e putredine: tutto il caos sonoro che negli anni precedenti c’eravamo persi. Tra i dischi del punk giapponese degli anni ’80 forse non ce n’è nessuno che eguaglia in quanto ad oggetto di culto il 12” Detestation dei G.I.S.M. Gism è una sigla misteriosa: forse sta per Guerriglia Incendiaria, sabotaggio e ammutinamento forse per Dio in una mente schizoide oppure per Gran imperialismo sociale meschino, oppure ancora per Idiosincrasia gnostica di un militante sonico …. Ed altre ipotesi assurde. Ma sappiamo quanto, per i giapponesi l’immediato significato delle parole sia secondario. Se volessimo darne una definizione musicale diremmo che il disco dei Gism si colloca in bilico tra heavy metal e punk, ma quel che colpisce di Detestation non ha a che fare con lo stile musicale, ma con un sentore malsano, tenebroso ed indescrivibile, con un demone che se ne sta acquattato tra i solchi per saltare fuori ed aggredire di tanto in tanto l’ascoltatore, in brani come ad esempio questa “Document One”.

[Valeria] “Gli Oni sono entità demoniache del folklore giapponese; vengono raffigurate come giganti umanoidi, con artigli affilati, capelli arruffati e corna appuntite. La pelle degli Oni è colorata e il loro aspetto minaccioso viene spesso accentuato dal fatto che si ricoprono di pelli di animali feroci e brandiscono il kanabo, una mazza ferrata irta di chiodi. I gruppi punk giapponesi degli anni ’80  nei retrocopertina dei loro dischi sembrano Oni: con i capelli cotonati sparati verso il cielo e giubbotti di pelle borchiati che sembrano corazze di bestie preistoriche, mentre brandiscono i propri strumenti come fossero armi. Come i Gastunk nel retrocopertina di Dead Song, un mostruoso disco di oni-rock registrato nel 1985, che si apre con Mokushiroku (apocalisse)…”
Chelsea, chitarrista dei Deathside
[Stiopa] “Tokyo, estate 2016: una fila di punk, ordinata e paziente, come tutte le file in Giappone, si dipana per le vie di Shinjuku, nei pressi del Shinjuku Loft, un grosso locale rock e punk. Sono in attesa del turno per acquistare il biglietto di un evento imperdibile: la reunion dei Deathside, forse la hc band giapponese più nota e amata al mondo. E’ il 17 agosto: lo stesso giorno di nove anni fa moriva, in circostanze tutt’ora non chiarite, il chitarrista dei Deathside Chelsea e oggi i compagni di gruppo lo vogliono ricordare con un concerto. I riff di chitarra di Chelsea, i suoi leggendari assoli e la sua grande tecnica erano l’anima della band, tanto che nell’attuale formazione, per poter riprodurre al meglio le partiture di Chelsea, i Deathside sono stati costretti ad assoldare non uno bensì due chitarristi. “Bet on Possibility” del 1991 è forse uno dei dieci dischi punk/hc più intesi di sempre e il pezzo “Life is only once” di sicuro avvalora questa affermazione”.
I Life on stage!
[Sarta] “Abbiamo parlato finora dei nostri sforzi, da ragazzini, di scovare dischi di punk giapponese e di entrare in contatto con questa cultura a diecimila chilometri di distanza. Dopo un bel po’ in Giappone però ci siamo anche andati. Per esempio la scorsa estate. Il sei agosto siamo al Moonstep di Nakano, Tokyo, uno dei locali punk più attivi della città. Si festeggia il 25° anniversario di una band di amici, i Life. I Life sono una delle più longeve e stakanoviste  punk band di Tokyo. Si sono appunto formati nel 1991 e da allora suonano ininterrottamente, anche tre, quattro volte al mese nei locali punk della città. Il sound dei Life è quello del moderno crust giapponese, erede della lezione di Hideki Kawakami e dei Disclose: ritmi forsennati e chitarre perforanti, un disastro sonoro di dimensioni epiche”.
[Stiopa] “Dicevamo che i Life si esibiscono quasi tutte le settimane a Tokyo, ma non sono gli unici a suonare così spesso. E’ una prassi diffusa tra i gruppi giapponesi. Perchè a Tokyo, una città di 13 milioni di abitanti, può capitare che in un banale lunedì sera o martedì sera ci siano anche due o tre concerti punk, per non parlare del week-end quando si è costretti a scegliere tra decine di possibilità. Selezionare accuratamente le serate per noi poveri occidentali è una necessità anche perché in Giappone il prezzo dei concerti è proibitivo: l’ingresso può costare anche 3000 yen (circa 30 euro). E parliamo dei concerti punk auto-organizzati dalle band, quelli che da noi costano dai 3 ai 5 auro”.
[Valeria] “Sebbene le band giapponesi suonino davvero di frequente in locali a pochi passi uno dall’altro, è vero anche che i loro set non durano più di quindici minuti. Se ci distrae un attimo, magari per andarsi a prendere una birra si rischia, senza scherzare, di perdersi una band. Fatto sta, che in quei pochi minuti di esibizione i punk giapponesi danno tutto quello che hanno, suonano come se non avessero un’altra possibilità di farlo, come se la fine del mondo li aspettasse lì fuori dalla porta. I set delle band in Giappone sono solitamente un’esperienza travolgente, violenta, proprio in senso fisico: i volumi altissimi, i suoni laceranti, l’intensità della performance… In questo senso uno dei gruppi punk più crudeli che ci è capitato di vedere in Giappone sono stati gli Stagnation del cantante Azusa Miyazaki…”
Gli Stagnation sul palco del Nakano Moonstep di Tokyo

[Sarta] “Stasera – dicevamo – è un’occasione particolare: è il 25° anniversario dei Life di Tokyo. Ma altro che dieci minuti di concerto. Hiro, il cantante ci avverte che hanno in scaletta 56 pezzi che eseguiranno in circa tre ore di set. E mantengono quanto promesso senza concedere tregua al pubblico stipato nella stanza dalle pareti nere, perfettamente insonorizzata, del Nakano Moonstep. Si sa, i Giapponesi amano tutto ciò che è estremo, da una parte – i concerti di dieci minuti – e dall’altra – quelli da tre ore. Un concerto crust giapponese di tre ore risulta però un’esperienza sensoriale annichilente, dai risvolti mistici. All’ultimo pezzo, l’epica “The way of human existence” siamo ridotti in poltiglia…”.

…To be continued…

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