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RUSSIA-UKRAINE 2015 / DA YAKUTSK A MOSCA

Un russo con i capelli rossi, raccolti in sparuti dreadlocks, saluta un gruppo di italiani vestiti di nero davanti all’aeroporto di Murmansk. Sale sul furgone ed accende una sigaretta, perdendosi per qualche secondo nel mistico panorama polare, così irreale nelle prime ore del mattino. Poi torna alla realtà, mette la prima e parte. Due giorni e 1.900 chilomteri dopo lo stesso russo è davanti ad un altro aeroporto, quello di Mosca. Ha dormito poco e fumato molto. “Ciao kakao, Denis!”. Nove italiani mezzi rincoglioniti fanno irruzione sul suo furgone e collassano sui sedili…

Capitolo 5:

Sabato 30 maggio, da Yakutsk a Mosca, e concerto. 

Partiti alle sei del mattino da Yakutsk, abbiamo sorvolato per sette ore l’intera estensione della Federazione Russa e adesso a Mosca sono le… sette del mattino. Assurdità dei fusi orari sovietici! Dopo una dormita interlocutoria (non sappiamo bene se e per quanto dobbiamo dormire), usciamo a fare un giro. Mosca nella sua grigia, austera maestà ci è familiare ormai: abbiamo forse finalmente fatto amicizia con questa inospitale megalopoli?

 

I K. live in Mosca al ristorante Вермел
I K. live in Mosca al ristorante Вермел

Prendiamo un caffè d’asporto e sostiamo su Zemlyanoy Val osservando la gente che passa. Per le strade di Mosca tutto sembra proteso verso il futuro: aleggia un’atmosfera frizzante, una certa aria di novità. In pochi anni qui è cambiato molto. Forse tutto. Pare che Mosca stia perdendo rapidamente quella scorza ruvida di un tempo, e con essa, forse, anche parte del suo fascino…
 
Suoniamo in un ristorante del centro (i concerti nei ristoranti qui sono un grande classico). Per arrivarci attraversiamo una zona piuttosto borghese della città: un’occasione per saggiare come tutto ciò che riguarda gli affari e il lusso sia penosamente uguale ad ogni angolo del mondo: le solite boutique dei soliti stilisti, le solite insegne delle solite multinazionali, la solita gente elegante ed esibizionista che profuma di arrivismo e di loschi maneggi. Siamo molto lontani dai sobborghi russi degli adolescenti in tuta che scolano le lattine di Jaguar sulle panchine.
Mentre sostiamo di fronte al ristorante veniamo riconosciuti da un’orda di punk che vuole condividere con noi alcuni temibili incroci alcolici a base di vodka. Malgrado la simpatica ospitalità dei locali, la serata langue e l’affluenza non è un granché: questa sera ci sono altri quattro concerti punk sparsi per Mosca, e di band decisamente più note della nostra. La tendenza alla ridondanza tipica del turbo-capitalismo occidentale ha preso piede anche qui, maledizione.


Vova
Vova

Prima di noi si esibiscono gli Skulls, Angels and Sluts, una buona band di h.c. melodico anni ’90 (che però assomiglia troppo ai Lag Wagon… ehi, siamo pur sempre in Russia, ragazzi!) e i Панк-фракции Красных бригад. Questi ultimi si rivelano una gradita sorpresa. Sembrano usciti da una capsula spazio temporale: suonano e appaiono, in tutto e per tutto, come una vecchia band di rock sovietico. Posa? Devozione sincera? Fortuita coincidenza? Панк-фракции Красных бригад  significa “La Divisione Punk delle Brigate Rosse”. Il riferimento, appuriamo, è proprio alle nostre Brigate Rosse: lo testimonia lo striscione affisso dietro al palco, che è una rivisitazion del famigerato simbolo del gruppo terroristico. Nessuno in Italia avrebbe il coraggio di utilizzare questo nome e questa iconografia per la propria punk band: una roba troppo impegnativa, troppo pericolosa, troppo greve. Inopportuna, insomma. Forse un po’ come il nome “Kalashnikov” per un russo? Comunque sia, Vova, il chitarrista/cantante della band è un personaggio unico: anche lui non ha i denti davanti, come tanti altri suoi colleghi, e suona come pervaso da un demone, in bilico tra cialtroneria e profonda ispirazione. O molto più probabilmente è solo ubriaco marcio. Ad ogni modo, ci colpisce perché non è il solito teenager russo che fa di tutto per sembrare occidentale.

La Colonna Punk delle Brigate Rosse
La Colonna Punk delle Brigate Rosse
Detto questo, c’è qualcosa di strano ed incomprensibile ai nostri occhi in questo recupero, qui, nell’ex-Unione Sovietica, dell’iconografia comunista; in quest’uso spregiudicato di simboli così compromessi, come la falce e il martello, da parte di questi giovani musicisti dall’aria sognante, dall’approccio un po’ naive e situazionista, dalle pose decadenti, che sempre più spesso incontriamo ultimamente da queste parti. Chiediamo al nostro vecchio amico Maksim che cosa significhi tutto questo. “Mmmh… è solo romanticismo!” ci risponde. Chiediamo allora chiarimenti al romantico Vova in persona, che scende nei dettagli… “Dunque… la band si è formata nel deumila e dodici. L’idea per il nome è nata dal fatto che un mio amico mi ha detto che in Italia le Brigate Rosse avevano ripreso l’attività negli utlimi anni. In quel periodo lavoravo in fabbrica ed ero talmente povero che a volte non avevo i soldi per mangiare. Mangiavo le mele sugli alberi alle fermate dell’autobus. Ero quindi molto arrabbiato per tutto, per la politica del governo e per il modo con il quale la ricchezza viene distribuita tra la popolazione. Questa era, ed è, la vita nella capitale del nostro paese, dove puoi vedere ovunque gente stanca, povera e senza un tetto sotto il quale vivere, e sull’altro lato della strada ricchi in auto di lusso e un sacco di poliziotti. In quel periodo ho scritto una canzone che parlava di Berlusconi e di come avrebbe potuto fare la fine di Aldo Moro, e del fatto che non tifavo più il Milan come ai tempi della scuola; ho visto Berlusconi sul giornale stringere la mano di Putin: sembravano due idioti. Quella canzone l’ho intitolata “La canzone delle Brigate Rosse”. Di lì a poco un artista di Mosca di nome Anton mi ha chiesto se volevo mettere insieme una band con lui e l’abbiamo chiamata “Brigate rosse”. Poi ho pensato che fosse un nome troppo banale così abbiamo aggiunto “La divisione punk delle Brigate Rosse”. Qui in giro, la situazione a livello culturale e musicale non era un granché, c’era un sacco di merda nelle teste delle persone di ogni classe sociale, quindi era il momento adatto per uscirsene con una band con questo nome. Volevo davvero distruggere tutto quello che mi stava intorno, ma… niente sangue! Utilizzando solo chitarre e microfoni!…”.
Chiediamo a Vova il significato dell’uso che la band fa della simbologia comunista e, più in generale, dei suoi legami con il periodo sovietico: “Che cosa posso dire dell’era sovietica? Ci sono nato. E comunque ancora oggi non riesco a capire che cosa è la Russia… Ad ogni modo, penso che ci siano state tante “Unioni sovietiche” tra il 1918 e il 1991…  e che nel periodo tra il 1905 e il 1924 si respirasse davvero un’aria nuova e la gente vivesse una grande spinta verso il futuro. Ci volevano energie nuove per distruggere il regime degli Zar, non si poteva aspettare più a lungo. Credo che il primo periodo dell’Urss sia stato davvero grande. Poi, con la morte di Lenin, sia iniziata una parabola discendente. Posso tutt’ora constatare che gli ideali comunisti sono stati traditi in tutte le epoche successive a quella: quando parlo con persone anziane, anche con i miei parenti, vedo che non sanno nulla della teoria del Comunismo, non capiscono il senso della lotta di classe, perché l’elite politica dell’URSS, mentre se la spassava in una marea di privilegi, li ha fottuti con una bugia dietro l’altra. Ed ora noi, ortodossi marxisti-leninisti, siamo costretti a difendere le nostre idee di fronte ai detrattori del comunismo, per colpa di un branco di maiali che dalla rivoluzione del 1917 ha tratto soltanto il proprio profitto personale”.
Vova sarà pure un romantico, ma sembra avere le idee chiare… malgrado quell’aria svampita e stralunata ha i piedi ben saldi al terreno! Comunque sia, l’ultimo disco dalla Панк-фракции Красных бригад è una manna dal cielo per noi amanti del vecchio punk-rock sovietico!
kalashnikov collective
Quando attacchiamo a suonare, la sala, da deserta, si popola inaspettatamente. In queste situazioni interlocutorie cerchiamo di fare del nostro meglio, per inchiodare davanti al palco tutto il risicato pubblico presente! 
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Finiamo la serata a casa del disegnatore Pepka Mulinov assieme a Denis, Anya, Nadia ed altri amici e amiche. Attraversiamo la notte moscovita per arrivarci, che è fatta di vialoni infiniti e tutti uguali, interminabili. Pepka abita in un palazzone sovietico, uno di quei grigi menhir che disegnano l’inconfondibile skyline delle città russe.
Cazzo?
Cazzo?

Ci accomodiamo dove riusciamo in cucina, una stanzetta congestionata da libri, quaderni d’appunti, stoviglie impilate ed oggetti dei più disparati, come ad esempio una vecchia “lavagna magica” sulla quale Denis, con enorme perizia, scrive cazzo. Pepka ci offre una scodella di Okroška, una zuppa fredda di cetrioli, ravanelli e aneto (una specie di gazpacho alla russa) ed apre alcune bottiglie di tragico vino. A tal proposito ricordiamo un episodio di quando incontrammo Pepka a Milano, l’estate scorsa: ci trovavamo in uno squallido bar cinese e lui ordinò una bottiglia di vino, pensando che in Italia il vino fosse buono ovunque. Gli arrivò del vinaccio velenoso fatto con le polverine in una bottiglia con il tappo a vite. Lui che aveva sentito dire che il vino buono ha il tappo di sughero infilò sicuro il cavatappi dentro il tappo metallico, girando e tirando con fare da sommelier…
L’atmosfera delle cucine sovietiche ha qualcosa di speciale: la kuchnja era, ai tempi dell’Unione Sovietica, la parte della kommunalka in cui la gente si incontrava, parlava, litigava, dove si decidevano tutte le cose e si facevano apertamente tutti quei discorsi sulla politica e sui potenti che non conveniva fare altrove…

pepka
Nella cucina di Pepka

Anche qui, nella cucina di Pepka, ci pare di respirare quell’aria un po’ bohemienne e clandestina di un tempo. O forse è solo un effetto collaterale del vino? A proposito: notando lo sbilanciamento tra cibo e alcool (catastroficamente a netto favore del secondo) cerchiamo di correre ai ripari, dovendo salire domattina presto su un aereo per Kiev.

Manca sale nell'orkoska, presidente?
Manca sale nell’orkoska, presidente?

Mentre ci congediamo, notiamo un libro appoggiato ad una catasta di altri libri di fianco all’ingresso. Si tratta di un volume illustrato sull’Unione Sovietica degli anni ’80: una retrospettiva fotografica sulle fase discendente dell’era Breznev e i fatidici anni della Perestroijka. Lo sfogliamo con curiosità. Gli anni ’80 furono decisivi per il destino dei russi: anni di agonia ammantati di illusioni e speranze. E’ triste pensare che chi ha creduto in quelle speranze e in quelle illusioni abbia definitivamente perso la partita (e non abbia ricevuto nemmeno un premio di consolazione): quanti sacrifici inutili, quante vite buttate in nome di un ideale, spazzato via dalla sera alla mattina… “Se vi piace tenetevelo. Io l’ho trovato nella spazzatura qua sotto!” dice Pepka. Beh, simbolico: un libro trovato tra i rifiuti che racconta un’epoca che è finita dritta nella pattumiera della storia! Dopo venticinque anni dalla caduta del Comunismo di quella Mosca che vediamo nelle foto del libro, di sicuro, restano le case come quella di Pepka, quelle torri livide e indifferenti che vegliano sul popolo russo ad ogni latitudine e longitudine della Federazione. Ah! Anche lo scricchiolio sinistro dell’ascensore del condominio di Pepka, che ci porta gemendo al piano terra, proviene di certo da quell’epoca!

Moscow mist
Moscow mist

Postilla: il Club degli Scacchisti Punk di Mosca.

il Club degli Scacchisti Punk di Mosca.In Unione Sovietica, ed ancora oggi in Russia, il gioco degli scacchi è uno “sport” nazionale. Non viene consideato soltanto un passatempo, ma un’attività ad alta valenza educativa. Tant’è che alle pareti dell’aula della scuola di Yakutsk nella quale abbiamo dormito, erano appesi uno di fianco all’altro i ritratti di tutti i grandi campioni di scacchi del secolo scorso, mentre all’ingresso dell’istituto si trovava una scacchiera gigante.
La prima volta che venimmo in tour in Russia, l’amico Sharapow ci portò in un bar di San Pietroburgo e, tra una birra alla banana e l’altra, ci sfidò a scacchi, naturalmente sconfiggendoci in modo patetico. D’altronde, in Russia tutti e tutte sanno giocare a scacchi: Lenin era grande appassionato di questo gioco e ne volle fare un sport di massa per tutte le età e per tutte le classi sociali. Negli anni venti fu varato un piano quinquennale per la diffusione del gioco degli scacchi e fu commissionato al regista Vsevolod Pudovkin un film-doscumentario intitolato La febbre degli scacchi, che all’epoca ebbe una certa popolarità. Il funzionario Nikolai Krylenko, a capo della sezione scacchistica del Consiglio supremo per l’educazione fisica dell´Urss, si applicò affinché il numero di giocatori di scacchi nel paese crescesse esponenzialmennte. Dal punto di vista ideologico infatti, gli scacchi non avevano connotazione di classe e offrivano un passatempo sano al cittadino sovietico che, nel tempo libero, era perlopiù impegnato a «fabbricare liquori, berli e a litigare con altri ubriachi».
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Dopo la seconda guerra mondiale, il gioco degli scacchi, già metafora bellica, divenne uno dei campi di battaglia sullo sfondo dei quali si combatteva la Guerra Fredda: nel 1945 una partita Usa-Urss giocata via radio, premiò i sovietici e ne sancì la supremazia fino allo storico match nel 1972 di Reykjavik tra Boris Spassky e Bobby Fischer, vinto da quest’ultimo.
Mi scappa una partita in un'aiuola!
Mi scappa una partita in un’aiuola!
Il nostro Denis, durante gli interminabili viaggi in furgone, ci ha raccontato di una sua simpatica iniziativa legata agli scacchi: il club degli scacchisti punk di Mosca!
“Tempo fa, quando facevo il custode di una sala prove, io e un’amica ci trovavamo lì e giocavamo regolarmente a scacchi. Poi la sala prove ha chiuso e così non abbiamo avuto più un’occasione per giocare. E’ allora che abbiamo fondato il “Club degli Scacchisti Punk di Mosca”… In quel periodo, alcuni amici di Kiev mi hanno invitato a trascorrere del tempo da loro per gustare del buon cibo ucraino e, saputo dell’esistenza del club, per giocare e dimostrare che l’unico modo nel quale i punk russi possono combattere contro i punk ucraini è… a scacchi! Il club ha avuto fin da subito un inaspettato successo: da Minsk, da Grodno, da San Pietroburgo mi hanno scritto amici e conoscenti per aderire al club, ma io ho risposto: ehi, fate un punk-club di scacchi nelle vostre città e venite a sfidarci! Così è nata quest’idea di incontrarsi tra punk provenienti da varie città e passare del tempo insieme davanti ad una scacchiera, bevendo qualche birra, raccontandoci storie e ascoltando buona musica.
 

Onestamente i membri del nostro punk-club sanno giocare piuttosto male a scacchi, ma non vedo nessun problema a riguardo: vale lo stesso discorso che si fa per la musica punk; la passione è più importante delle competenze e delle capacità. Un sacco di pratica può dare competenze, ma dubito possa dare la passione. Quello degli scacchi è gioco vecchio e bellissimo: il punk non è solo avere uno stile bizzarro e fare casino ai concerti, è anche idee, intelligenza, creatività… quindi perché non si può immaginare una declinazione punk del gioco degli scacchi?   
Prima di ogni match del club, annunciamo gli eventi con slogan assurdi e divertenti tipo “La politica non ci interessa, noi vogliamo soltanto uccidere il re!” oppure “gli atleti saranno squalificati per una percentuale di alcol nel sangue inferiore a quella permessa”. Mi è capitato di guidare per gruppi stranieri (come gli Active Minds, dall’Inghilterra) che amano il gioco degli scacchi e un giorno mi piacerebbe organizzare anche incontri internazionali. D’altronde è facile mettere in piedi un match di scacchi punk: tutto ciò che serve è un tavolo e almeno due giocatori punk! Più facile che organizzare un concerto o suonare in una band!”.

Il club degli scacchisti punk di Mosca in azione
Il club degli scacchisti punk di Mosca in azione

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