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RUSSIA 2014 // KIROV

 [Russian tour report 2014 – 7 di 10]

Giovedì 24 aprile, Kirov. Sconfitta la fame… il freddo!

Graždanskaja OboronaVsë idët po planu (Tutto sta andando secondo i piani) […la Perestroika è ancora in corso e tutto sta andando secondo i piani. E il fango si è trasformato in ghiaccio nudo. E tutto sta andando secondo i piani. E tutto sta andando secondo i piani…].

[Puj] Sulla strada tra Kazan a Kirov (che si trova cinquecento chilometri più nord) il paesaggio cambia radicalmente: la steppa lascia il posto alla taiga. Foreste rade di conifere, sottobosco melmoso e… neve! Prima di partire, in mattinata, abbiamo svaligiato un supermercato di Kazan. 

Sì, sono patatine al granchio.

Come un branco di disperati alla vigilia di un olocausto nucleare ci siamo procurati provviste per anni, arraffando un po’ a caso le cibarie più disparate: un secchio di carote alla coreana, una lussuriosa vaschetta di patate lesse immerse in una salsa viscida e burrosa, confezioni di patatine alla panna acida e ai cetrioli (lasciamo sullo scaffale quelle al gusto “granchio” e quelle al gusto “carne in scatola”), un barattolo di senape, gomme da masticare al cocco, fagioli in scatola, cetriolini giganti in salamoia, frutta candita fosforescente, e semi di girasole i cui gusci non sappiamo se mangiare o sputare. Naturalmente, per noi vegani/vegetariani la Russia non offre una gran varietà di cibi. Tofu, soia e seitan sono sostanzialmente sconosciuti, la verdura non è molto varia, la frutta neppure.

Ovviamente, appena partiti, metà della roba che abbiamo preso al supermercato si rovescia in furgone creando una situazione di unta catastrofe. Il liquido delle carote alla coreana ci scorre sulla schiena mentre le patate condite scorrazzano indisturbate sul sedile posteriore; le scatole di fagioli rotolando per il portabagagli e l’acqua dei cetrioli non vuole starsene quieta nel suo barattolo. Spalmati di salsa rosa e irrorati di liquami odorosi, ci accartocciamo su noi stessi finché non riusciamo ad infilare tutti i nostri problemi in un sacchetto e scaraventarlo nel primo cestino della spazzatura.
A seguito della parola d’ordine di Denis (smoking brrreik!), facciamo una sosta in un’ampia piazzola ai bordi della strada. Siamo in mezzo al niente più nullo…
L’unico segno che ci ricorda della presenza umana sul pianeta terra è costituito da una fermata dell’autobus, rigorosamente deserta. Le fermate dell’autobus sono una cosa singolare in questo paese, non solo perché sorgono in luoghi davvero isolati e perché di autobus non ne passano mai (e difatti nessuno li aspetta), ma anche perché, dove tutto cade a pezzi, le fermate degli autobus sono impeccabili, ridipinte di fresco e ben curate. Molte poi sono davvero graziose, altre artistiche, sembrano opera di scultori e designer! Tutta la creatività degli architetti sovietici sembra essere stata riversata nei monumenti ai caduti della Grande Guerra Patriottica e nelle fermate degli autobus. Quando si è trattato di costruire case, beh… di creatività ne era rimasta davvero poca.
Il retro delle fermate degli autobus è anche un ottimo posto per appartarsi a pisciare in pace, considerato che non c’è mai nessuno che aspetta l’autobus, e considerato che i bagni pubblici nelle stazioni di servizio consistono in buche scavate nella terra e spacciate come water. 
Tuttavia, questa volta, decidiamo di andare a farla nella foresta: sono ore che la vediamo dal finestrino ed ora… vogliamo viverla! Cioè, non troppo, solo il tempo di una pisciatina su un tronco di pino, prima che un orso senta l’odore delle patate lesse al burro che abbiamo spalmato sui nostri abiti e venga a leccarci. Ci avviamo rapidamente verso i primi alberi, ma dove finisce l’asfalto è come camminare su un gigantesco tiramisù di merda! Tutto è fango! Tutta quella foresta che abbiamo davanti è una terribile distesa di melma!

Mentre pisciamo dietro alla confortevole fermata dell’autobus, ci viene in mente che Denis ci aveva raccontato che l’ultima volte che aveva fatto questa strada, in inverno, la carreggiata correva in mezzo a due pareti di neve alte quattro metri. In effetti quattro metri di neve che si sciolgono non possono che andare a finire nella terra e generare una sconfinata fanghiglia…

A Kirov il tempo non è brutto, ma la temperatura non è più quella mite dei giorni scorsi, fa DAVVERO freddo… Il navigatore ci porta all’appartamento nel quale trascorreremo la notte. Cioè questo:

Fortunatamente il navigatore si è sbagliato e ci rechiamo un paio di isolati più in là a casa di Alessandra (si chiamava così? mah…), un’amorevole ragazza intrippata con l’Italia. In cucina ha appesa una cartina del Belpaese con tutti i nomi delle regioni e in camera tiene una pila di numeri della rivista Bell’Italia (in italiano).
I russi, in generale, hanno una predilezione per il nostro paese…
Stasera suoneremo al Chepay Bar, un specie di pub in stile europeo; se non fosse per il buttafuori naturalmente, figura tristemente ricorrente qui in Russia.
Incontriamo Vanya dei Flegmona, una crust band locale, che due anni fa ci contattò per realizzare uno split con noi. Poi questo cd split uscì, ma mai e poi mai avremmo pensato di incontrare dal vivo questi ragazzi! Sembra incredibile ora essere qui con loro.
Altro elemento surreale è il fatto che ci imbattiamo in un ragazzo di Kirov che parla piuttosto bene italiano perché ha vissuto qualche tempo a Roma, ed iniziamo a disquisire con lui sugli spazi occupati della capitale… Come ci è già capitato qui in Russia, mentre siamo lì a berci una birra nel locale, qualcuno ci fotografa di nascosto, per testimoniare la presenza, in queste lande, di bipedi esotici di razza mediterranea…
Durante il soundcheck, dai capelli di Valeria scendono patate lesse con la salsa, e deduciamo che le ha conservate lì per tutto il giorno, da quando le si sono rovesciate in testa durante il viaggio in furgone. Notevole. Il concerto di Kirov va più o meno così:

Dopo il live si scatena il solito carosello di fotografie, autografi, pacche sulle spalle, liquori e liquorini etcetc… ed anche un’intervista rilasciata al bancone per una ‘zine locale. Il ragazzo si appunta le nostre risposte su un quaderno, e sembra molto serio. Le sue domande però a volte sono buffe: tipo “Ascoltate musica classica?” oppure “Che cosa ne pensate di Giuseppe Verdi?”.
Tra i vari ragazzi ansiosi di interagire, uno in particolare attira la nostra attenzione, perché non sembra volerci dire che abbiamo suonato bene o voler fare la solita foto insieme con il pugno alzato, ma pare particolarmente arrabbiato e agita nella mano un tesserino in cirillico. Purtroppo non parla inglese e così ci facciamo aiutare dall’altro che parla italiano, che può fare da interprete. Scopriamo allora che vuole raccontarci che è un reduce della guerra in Cecenia e che odia Putin.

Putin-bop

Per dimostrarci le ragioni del suo odio ci mostra  alcuni scontrini che tiene nel portafoglio; insiste perché li teniamo e li facciamo vedere a tutti in Italia: si tratta delle ricevute degli sconti sull’abbonamento dell’autobus che ha ricevuto dal governo per aver prestato servizio in Cecenia: osserviamo e appuriamo che lo sconto ammonta a 10 rubli. 20 centesimi di euro!

“Mi chiede se avete capito perché lui odia Putin!” ci dice quell’altro ridendo. Annuiamo, ma la cosa non ci fa molto ridere.

Hai combattuto in Cecenia?

Lo osserviamo negli occhi che ci guardano sbarrati. Sembra un ragazzo come tanti altri qui, tatuato, alla moda occidentale, ma qualcosa nel suo sguardo  trasmette un’inquietudine che non ha niente di familiare: è la porta verso una dimensione estranea. Vorremmo sorridere anche noi, ma quando sbatti il muso contro la dura quotidianità di questo paese, che non è quella di otto italiani che girano da una città all’altra per suonare la loro musica, non ti viene proprio da ridere.

In queste lande, a volte, si vive una sensazione che non può essere descritta semplicemente da un generico “eh già, qui la vita è dura…”. La vita qui non è semplicemente dura, ma è anche beffarda e, paradossalmente, venata di nonsense. Si percepisce da ogni parte un senso di abbandono, di isolamento sociale e fisico, ma anche un gioioso senso di caos: è tutto troppo grande e complicato qui per essere realmente sotto controllo. E’ una sensazione che abbiamo provato spingendoci sempre più verso est in questo tour, dopo aver attraversato distese di nulla solcate da strade malconce che non conoscono alcun intervento di manutenzione da decenni. Tutto sembra lì un po’ per caso, ma, proprio riguardo al caso, il fatalismo è l’autentico stile di vita russo: “E’ andata così, beviamoci sopra”.

I russi possono apparire di primo acchito un popolo malinconico, ma scopri poi che sanno ridere, e che hanno un grande senso dell’umorismo soprattutto quando parlano del proprio paese, del suo passato o del suo presente. C’è un divertentissimo (e amarissimo) libro scritto da un giovane autore, proprio di Kirov, che si chiama Aleksander Ikonnikov, pubblicato in Italia con il titolo di “Ultime notizie dal letamaio”. Uno dei racconti più divertenti è quello che parla della Festa dell’Indipendenza, e descrive molto bene il fatalismo e l’entropia che caratterizza l’esistenza dei russi: “Quando istituirono la nuova festa tutti ovviamente se ne rallegrarono. Ce n’erano già altre, ad esempio la Festa degli autisti, la Festa della polizia, la Festa degli operatori sanitari; insomma, una per ogni professione. Poi c’era la Festa della donna, la Festa dei difensori della patria, la Festa per la difesa dei bambini, la Festa della costituzione e via dicendo. Perché mai non avrebbe dovuto esserci una Festa dell’indipendenza? Certo, alcuni si chiesero: la Russia, un impero che ha assoggettato centinaia di popoli, festeggia l’indipendenza? Ma l’indipendenza da chi? Da che cosa? Poi però, senza starci a pensare più di tanto, capirono: l’indipendenza gli uni dagli altri, cioé lo Stato se ne infischia di te e tu te ne infischi dello Stato. Questo pensiero fu un sollievo per tutti, che quindi furono doppiamente felici dell’evento”.    

Tornando a noi… la serata a Kirov si chiude piacevolmente a casa di Alessandra dove mangiamo zuppa, chiacchieriamo con alcuni autoctoni e controlliamo di non avere patate lesse con la salsa tra i capelli...C’è un amico di Denis che si chiama pure lui Denis e che si è trasferito a Kirov da qualche tempo, ma è nato e cresciuto a Vorkuta. Vorkuta? E’ una di quelle cittadine russe che a vedere dove sono collocate sulla cartina vengono i brividi: sorta negli anni trenta intorno ad un gulag (i famigerati campi di lavoro di Stalin), Vorkuta è l’ultimo avamposto nella Repubblica dei Komi, prima del nulla artico, a 1500 chilometri a nord-est di Kirov.

Vorkuta city

Io appaio sorpreso che lui provenga da quel “freezing fucking hell” come lo definisco, forse in maniera un po’ indelicata, tanto che Denis si preoccupa di dirmi che il suo omonimo ama Vorkuta, e ci è molto legato. Vorrei chiedere un infinità di cose ad un vero abitante di Vorkuta, ma alla fine tutto mi sembra troppo complicato e l’unica cosa che chiedo è  se ci si può  organizzare un concerto dei Kalashnikov. Insomma una domanda idiota. I due però sembrano possibilisti. Il problema è che a Vorkuta ci si può andare solo in aereo o in treno, non ci sono strade che la collegano al resto della Russia!
Nel frattempo il nonno è tutto fatto e sta colando giù dal divano come un grosso lumacone senza guscio, gridando “Ja Ja Pa Russki” in continuazione, per ringraziare i nostri amici dell’ospitalità. Sorpresi da questa sua improvvisa e inattesa conoscenza della lingua russa, ripetiamo “Ja Ja Pa Russki, Ja Ja Pa Russki” sorridendo ai presenti. Tutte le amiche e tutti gli amici russi ridono e brindano, ripetendo “ Ja Ja Pa Russki! Ja Ja Pa Russki!”.

“Il russo in pillole”, settima puntata: Ja Ja Pa Ruski. Non vuol dire assolutamente niente.  

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