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Max Mauro. Inzirli: una storia per caso (1990-1996)

La storia degli Inzirli nasce da qui: un incontro ad un concerto in uno squat, le prove in casa, i primi concerti e i dischi, l’importanza della rivista Usmis, che raccoglieva i contributi della controcultura anarchico-libertaria in contesto friulano, fino alle trasferte negli squat di nord italia e Slovenia, fino all’epilogo che ha portato allo scioglimento. Già, perchè un gruppo punk si scioglie?


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Copertina del demotape degli Inzirli (1993)

Quanti gruppi hanno continuato a suonare quando avevano ormai già detto il loro, sopravvivendo a loro stessi? Credo che anche i Kina abbiano sentito una certa “fatica” ad un certo punto. Si capiva. Punk è grado zero, origine, inizio, momento dello sboccio, prima parola, estemporaneità, istinto, errore, vertigine. Imparare, provare se vuoi, ma quando hai imparato non puoi utilizzare più quello che hai imparato, non può diventare un lavoro. Devi ripartire da zero per non ucciderlo e ritrovarne lo spirito”. 


Max Mauro. Inzirli: una storia per caso (1990-1996)
[Sarta] “Ed ecco a voi…gli Inzirli! Questo libretto non è l’ennesima nostalgica biografia romanzata in chiave eroica dell’ennesimo gruppo punk del passato, ma un sincero documento sulla vita della prima punk band… che ha cantato in friulano. Partendo dal nome (che in dialetto significa “vertigine”), gli Inzirli iniziano la loro attività all’alba degli anni Novanta, quando quattro ragazzi dei dintorni di Udine decidono di metter su un gruppo punk scrivendo testi nella loro lingua originaria: non per folklore, ma perché “usare il friulano è essere neri in un mondo di bianchi, donne in una società di maschi padroni e preti bigotti, nomadi in un mondo di stanziali, punk, gay e tutto ciò che di minoritario va contro il ben pensare della maggioranza cogliona e pecorona”. 

Il libro racconta i sette anni di attività di Oscar, Max, Marco e Gb tra musica, concerti rovina e concerti pacco, furti di strumenti, vicende di militanza e solidarietà, occasioni di crescita e amicizia ma anche incontri con i peggiori personaggi ubriachi e molesti. Tutte cose che, bene o male, abbiamo sperimentato anche noi!
Il modo con cui tutto questo viene raccontato è naif e profondamente sincero: chiunque abbia mai suonato anche nel più sgangherato gruppo punk può riconoscersi nelle parole scritte da Max, voce e più giovane membro della band, con la differenza non indifferente che di vivere in una terra di confine, di margine, lo sbattimento per fare qualsiasi cosa è doppio e la noia e il perbenismo possono distruggerti molto più che in una grande città, dove i problemi forse sono differenti. “Ho sempre pensato che vivere l’hardcore e il punkrock (…) significasse essere parte di una cultura (…). Comunicare attraverso la musica che vuole comunicare e non intrattenere; l’autoproduzione, creare rapporti con altri che operano allo stesso livello, cercare strade di dissenso nuove e coinvolgenti, sono tutti aspetti di questa cultura. Ma c’è, al principio, quella sensazione vitale (…), quella sensazione di aver trovato qualcosa in cui riconoscersi, anche se la gente attorno non capiva, senza la quale non sarebbe venuto nulla dopo” (…). “Per me, questa musica e quello che ci ruota intorno in termini di comunicazione ha significato, semplicemente, trovare un posto mio dove nessuno mi facesse sentire estraneo o diverso”. 

 

In effetti, ci è capitato spesso di chiederci: per quanto potrà durare la magia che ci unisce in quel sabba selvaggio e gioioso che, in fin dei conti, è un concerto punk? Qual’è il vero significato della nostra ostinazione a voler vivere le passioni più brucianti in questo modo, con istinto ferino, sbattendoci per macinare chilometri e scrivere musica, ripetendo tutte le volte le stesse situazioni, uguali eppure diverse, all’interno di spazi occupati? E la risposta, tutte le volte, sta negli sguardi delle persone che incontri, nell’esperienza viva di un’affinità che non trovi altrove, in quella sensazione unica di fare qualcosa di speciale, di autentico, in un mondo di cose finte. Alla domanda “fino a quando?”, forse ci si dovrebbe chiedere “perché smettere?”. E la risposta, da parte nostra, ovviamente, è scontata!
Inzirli al CSOA Gramigna di Padova (199?)
Inzirli al CSOA Gramigna di Padova (199?)

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