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LUNGIDAME // Fiori di stoffa e oro di plastica.

Mosca vista da un Kalashnikov.

Ecco il nostro secondo contributo alla bella, bellissima fanzine (accidentalmente) punk Lungidame. Questa è la volta di Stiopa e della sua psicogeografia di Mosca. 

In un bar cubano, a Mosca

Ragazze diafane vestite in maniera dozzinale sorseggiano cocktail con l’ombrellino. Sullo sfondo, il mar dei Caraibi. Con le palme, la sabbia e tutto il resto. Siamo a Mosca, in una specie di bar cubano, o messicano, non si capisce bene. Qualche dettaglio esotico è comunque insufficiente a sviare l’attenzione dal richiamo del kitsch post-sovietico: pareti color tonno, un maxi schermo dietro al palco per vedere le partire, fiori di plastica infilati nelle bottiglie vuote di Baltika.
Una manciata di fotografie, posizionate strategicamente a nascondere le zone dalle quali la vernice è venuta via, ritraggono pallide adolescenti in bikini, uomini con i baffi a manubrio e giovanotti ubriachi che festeggiano il compleanno. La proprietaria del bar è una signora russa di mezza età con un vestito sciatto e l’aria floscia. Non gliene frega un accidenti del punk, del concerto, di noi: a lei interessa l’incasso. E che non succedano disastri nel suo locale. Già il cesso è completamente andato: il lavandino è stato divelto e giace a terra tra i calcinacci, lo scarico del water non funziona. Nell’Europa occidentale la nostra musica ruota attorno agli squat, alle case occupate, ai centri sociali… tutto questo qui non esiste e i concerti punk si organizzano un po’ dove capita, in luoghi del tutto inadatti ad ospitarli. Ovviamente, lo squatting politico, in Russia, e in particolare a Mosca, dove la Polizia e l’FSB sono dietro ad ogni angolo, è una pratica troppo rischiosa. mosca
Oggi è il primo maggio del duemilanove. Nel pomeriggio ci siamo trovati a passeggiare per la città: il centro era blindato, centinaia di carri armati e mezzi militari invadevano le strade di Mosca in occasione della Festa dei Lavoratori, che in realtà qui è soprattutto la festa dei nostalgici del periodo sovietico. Fascists! li definiscono i nostri amici russi. La maggior parte sono persone anziane: gente che un tempo aveva una vita dignitosa rallegrata dalla vodka ed oggi… ha solo la vodka. Su di un palco allestito per l’occasione si esibisce un cantante di inni sovietici accompagnato da una base di tastiera da quattro soldi; davanti, un cordone infinito di poliziotti e soldati, la maggior parte avrà si e no diciotto anni. Alcuni di loro indossano divise larghe e sformate, palesemente fuori misura, e questo li rende figure grottesche, un po’ deprimenti. I giovani russi che sono con noi sogghignano, totally crazy dicono. Sembrano come sbarcati da un altro pianeta: sono la gioventù moscovita emancipata, i figli della Russia post-sovietica che è sopravvissuta agli anni selvaggi di Eltsin, e ne è uscita vincente, con il sorriso sulle labbra e il portafogli pieno. Per loro, la fine del sistema sovietico ha significato – tra l’altro – poter ascoltare la musica che volevano, quindi anche la nostra.
Il concerto sta per iniziare. La situazione è precaria: si suona senza soundcheck, senza palco, senza spie, con gli ampli per terra e due casse messe su un po’ a caso. Siamo abituati a tutto questo, ma qui la situazione è davvero caotica e c’è un sacco di gente, più di quella che sarebbe ragionevole infilare in un locale come questo. E’ impossibile sentire quello che suoniamo, la prima fila è così vicina che rischiamo di fare male a qualcuno con gli strumenti. Tutti ballano, saltano, si strappano i vestiti, si rotolano per terra, veniamo ripetutamente alzati dal pubblico e fatti ondeggiare tra la folla. Una pedata frantuma un neon sul soffitto. A metà concerto parte della batteria è inutilizzabile, uno degli ampli va ad intermittenza e una cassa dell’impianto, dopo aver traballato sul magro sostegno, é crollata. Il gran finale è dietro l’angolo: il Nonno, colto da un raptus, afferra una bottiglia d’acqua e la agita sul pubblico, come ha visto fare nei concerti veri, per rinfrescare la folla. Visto lo spazio angusto a disposizione e il gesto sommamente scoordinato, l’acqua finisce tutta alle sue spalle proprio sopra la testata dell’ampli. Che si spegne, naturalmente. E smette di funzionare.
Tutto sommato, non interessa a nessuno. Vogliono solo ballare, gridare, andare fuori di testa. One more song, one more song! Proseguiamo per una decina di minuti, improvvisando. Poi ci plachiamo, sudati, esausti, fradici di birra. Tra le macerie della serata, firmiamo decine di autografi, come puzzolenti rockstar.
Poi, quando la situazione si placa, Tigran, il ragazzo di origini armene che ci ha fatto da promoter, estrae dai jeans una folta mazzetta di rubli, centinaia di banconote. Alcune le consegna alla proprietaria per ripagare i danni, altre al tizio del service per la riparazione dell’amplificatore del basso. Entrambi hanno la faccia da stronzi indolenti, ma la mano lesta ad intascare. Il resto dei rubli spetta a noi: un soffice cuscino di banconote. Sembra il bottino di una rapina in banca. Facciamo due calcoli: poco più di cinquanta euro. Ci basteranno si e no per comprare qualcosa da mangiare e pagare il taxi che ci porterà all’aeroporto l’indomani. Nel frattempo ci accontentiamo degli avanzi della spesa del giorno prima: pane secco, patatine e un pezzo di formaggio incollato al tovagliolo. Poi crolliamo a letto. E’ stato bello. Ciao Russia, ci rivediamo presto!

In treno verso Mosca

moscaFuori dal finestrino del treno scorre la suburbia moscovita fatta di vecchi edifici d’epoca sovietica e tanto fango. Il fango è il segno inesorabile della primavera russa, quando la neve si scioglie. Allora vengono a galla bottiglie di vodka vuote, copechi arrugginiti e una valanga di melma. A sei anni dalla prima volta, Mosca continua ad essere, a nostri occhi, spietatamente grande, volgarmente mastodontica: è sul lato opposto della strada non vuol dire che si è arrivati, perché può trattarsi di una strada a dieci corsie funestate da un traffico feroce; il prossimo isolato non significa niente: gli isolati possono essere mostruosi megaliti senza fine. Un paio di fermate di metrò è un’affermazione pusillanime: solo per raggiungere la banchina occorre un quarto d’ora di viaggio sulle interminabili scale mobili che scendono verso il centro della terra. Mosca è incoerente agli occhi di noi europei: l’occidente che conosciamo qui è rappresentato soltanto dalle insegne dei negozi alla moda, delle multinazionali, dai cartelloni della pubblicità; il resto è ancorato al passato sovietico molto più di quanto si possa pensare: gli intervalli enormi tra i caseggiati, i palazzi di cemento, gli anziani smunti e malvestiti, le vecchie Lada, i cortili segreti, i samovar fumanti, i colori giallognoli delle case, la polvere. Dalla stazione del treno sbuchiamo in Belorusskaya, incrociando subito qualche faccia patibolare ed alcuni venditori ambulanti di oggetti kitsch. Oro di plastica e fiori di stoffa, i russi ne vanno pazzi. I muri della piazza sono tappezzati da centinaia di annunci. Chiediamo a Denis a che cosa si riferiscano: droga e armi, risponde. Denis è un vero russo. Ma non immaginatevi un tipo con i capelli a spazzola e il fisico da buttafuori. Tutti si figurano i russi in questa maniera perché sono abituati a vederli così nei film. Denis è molto più autenticamente russo: è un Raskolnikov, un personaggio scapigliato e po’ assorto uscito dalle pagine di Dostoevskij. Ha i capelli raccolti in sparuti dreadlocks, ma – anche in questo caso – sono dreadlocks russi, assomigliano a lombrichi e hanno la consistenza della cartapesta. Ha la faccia rossa, arsa dal sole e dal gelo e, come tanti russi, ha i denti marci. E’ una questione di mancanza di vitamine tipica della dieta di queste parti, dicono. Denis fa il driver punk, guida le band con il suo furgone tra le rovine dell’impero sovietico, macina centinaia di migliaia di chilometri ogni anno sulle tremende strade della Federazione fino a che il suo furgone è da buttare. Allora ne compra un altro e ricomincia. E’ un uomo ossessionato dall’asfalto, dal rumore del motore, dalla musica punk. Più la musica si avvicina al rumore del suo furgone più gli piace. Suona in una specie di punk band chiamata Kaos che fa appunto… caos: musica improvvisata, fatta a caso. Anche la sua vita è un caos, cioè va più o meno a caso. Come tanti russi si è sposato molto giovane, ma ha divorziato altrettanto presto. Di quella fase della sua vita non ci ha mai raccontato niente. Sappiamo solo che il divorzio è stato il battesimo che ha consacrato la sua esistenza all’arte dei perdenti, al terrorismo poetico, al nomadismo, psichico e, soprattutto, fisico. Denis, seguendo coordinate segrete, lontane dalle rotte del circuito punk do it yourself europeo, ha accompagnato band nei luoghi più strani e inospitali del pianeta.  Non ama raccontare le sue avventure con l’enfasi dell’epica, ma adora descrivere alcuni piccoli dettagli, con quel senso dell’umorismo venato di malinconia e nonsense tipico dei russi: come il fatto di aver oltrepassato, a piedi e senza scarpe, il confine tra Polonia e Bielorussia o di essere stato attaccato da un branco di scimmie in Malesia. Questi episodi sono rappresentativi della peculiarità di Denis. Per quanto riguarda il primo, avvenne quando, pur avendo già un biglietto di aereo per tornare da Milano a Mosca, decise di stracciarlo e intraprendere il viaggio in autostop. Ad un certo punto, per una complessa serie di vicissitudini, si trovò senza scarpe. Proprio nel momento in cui avrebbe dovuto superare il famigerato border tra Polonia e Bielorussia. Si presentò quindi alle guardie di confine a piedi scalzi.
In Malesia c’era invece andato per suonare, ma il bassista della sua band aveva perso l’aereo e la bassista se n’era tornata a Mosca in preda ad un crisi isterica; come se non bastasse, Denis una notte era caduto da un letto a castello e si era quasi rotto un ginocchio; dopo una manciata di disastrosi concerti con il solo batterista si trovò a vagare per Kuala Lumpur senza soldi e un posto dove andare. Decise di dormire in strada, ma al mattino subì l’assalto di scimmie randagie che gli scagliarono addosso la spazzatura dei cassonetti.
Comunque sia, Denis è il nostro capitano, e lo seguiremo ovunque con assoluta abnegazione.

In un ostello, a Mosca

kalashnikov collectiveNei romanzi russi c’è sempre qualcuno che cerca un indirizzo e non lo trova: trova un portone, un cancello, un varco, ma sempre quello sbagliato. In epoca sovietica tutto era nascosto in cortili come questo, e tale inclinazione alla segretezza è stata ereditata dalla Russia capitalista. Trovare qualcosa a Mosca è un’impresa, come in tutte le città sovietiche, dove non esistono strade con file di abitazioni una di fianco all’altra e una numerazione progressiva. Da queste parti esistono soltanto lugubri, tetri, inquietanti agglomerati di palazzi-blocco tutti uguali all’interno dei quali si aprono cortili, dai quali si dipanano nuovi frammenti di quella via che noi, poveri illusi, pensavamo fosse una rassicurante linea sulla mappa, ma si rivela essere un’idea dai contorni incerti, una nebulosa, un sentimento ineffabile. Un indirizzo in Russia è uno scherzo beffardo del destino. Poi, però, proprio come in un romanzo di Bulgakov, per un caso bizzarro e surreale, troviamo ciò che cerchiamo: l’entrata dell’ostello. Ci è di aiuto un’ubriaca che esce da un portone: ciondola, puzza di cognac, ma parla italiano.
L’ostello è in realtà un appartamento di un paio di locali, con un atmosfera un po’ caotica, ma molto familiare, kommunalka-style. Scopriamo, con moderato piacere, che la signora ubriaca che parla italiano è una nostra compagna di stanza.
Negli ostelli russi si fanno incontri dei più disparati; sono posti strani, e un filino inquietanti. I personaggi a cui stare alla larga sono gli abitué, come la signora ubriaca, quelli che si avvistano vagare in pantofole e canottiera, con l’aria del padrone di casa che riceve la visita sgradita di qualcuno (e quel qualcuno sei tu). Solitamente li si riconosce al volo: è difficile che un turista abbia tutti i denti d’oro e cicatrici sulla pancia. Da queste parti, un letto in dormitorio costa pochissimo, cinque, sei euro, decisamente meno dell’affitto di un appartamento, così pare che qualcuno negli ostelli decida di viverci. Nel frattempo, la signora ubriaca si è truccata da panda e si è messa a russare.
Alcune caratteristiche degli appartamenti russi: uno, quando si entra bisogna togliersi le scarpe; due, il riscaldamento va al massimo e quindi fa caldissimo; tre, il bagno è uno solo ed occorre farselo bastare. In merito al punto uno, è necessario però precisare che, solitamente, in ogni casa sono a disposizione degli ospiti babbucce sintetiche usa e getta dalla linea davvero out, ma funzionali. A causa della loro composizione chimica, occorre solo far attenzione a non sfregarle troppo sul pavimento, onde evitare di innescare un incendio. Per il punto due non si può fare nulla, se non sperare che le azioni della Gazprom calino vertiginosamente. Il punto tre invece perché porta con se una serie di corollari davvero fitta e variegata; innanzitutto va detto che i bagni sovietici non sono come i nostri, nel senso che non contemplano la presenza di doccia, lavabo, vasca, bidè ed altri confort… ma sono ripostigli di un metro per uno nei quali si erge la sola tazza del cesso, laconica e ambita. Doccia, lavabo e quant’altro si trovano altrove, in un’altra stanza, solitamente attigua. Il fatto è che, in qualsiasi casa russa, non troverete mai due esemplari di ciascun sanitario.
In un momento di relax, davanti ad una birra sintetica, domandiamo a Denis dove possiamo andare ad effettuare la fatidica registrazione dei nostri visti russi. Ci osserva con aria interrogativa, come se avessimo un topo in bocca. Quando capisce quel che vogliamo, ci spiega che, per quanto possiamo desiderarla con tutte le nostre forze, si tratta di una cosa che non si può fare. Perché, anche se frugassimo ogni anfratto della Russia, non troveremmo nessuno che ci registri il visto. Ci spiega che in Russia esistono un’infinità di procedure burocratiche che nessuno conosce. Esistono insomma, ma é perfettamente normale ignorarle. Detto questo, però, si raccomanda molto di conservare con cura un foglietto enigmatico, che ci hanno consegnato in aeroporto e che consiste nella carta d’immigrazione temporanea; va riconsegnata all’uscita dal paese, pena un temibile iter poliziesco che si concluderà con una multa salatissima e la perdita certa del volo di ritorno. Alcuni di noi non avevano dato molta importanza a quello scontrino rifilatoci dal baffone alla dogana. Spaventati, lo recuperiamo e lo riponiamo chi nel portafoglio, chi nel passaporto. Il nonno, previdente, lo aveva già messo al sicuro: in un cestino della spazzatura all’angolo della strada.

In un negozio di dischi a Mosca

Quando Maksim ci ha chiesto come avremmo voluto spendere il nostro giorno libero a Mosca gli abbiamo risposto che ci sarebbe piaciuto vistare la Piazza Rossa e un negozio di dischi. In realtà, la Piazza Rossa l’abbiamo messa lì solo perché ci vergognavamo a dirgli che ci interessava solo il negozio di dischi. Siamo grandi fan del vecchio rock sovietico e vogliamo portarci indietro in Italia quanti più dischi possibile. Maksim è un nostro antico amico moscovita, il primo ad essersi interessato al nostro gruppo, una decina di anni fa. Maksim è una figura abbastanza tipica dei giri d.i.y., fa un po’ di tutto: fanzinaro, cantante, promoter, scrittore, discografico… Ha una webzine chiamata Onda Triste, molto cool e al passo coi tempi. Denis dice che è troppo attento alle mode e che non ha una vera e propria mentalità underground. Detto da un perdente nato può sembrare un complimento, però è vero che Maksim ha un’aria molto profumata, da giornalista: con l’i-phone e la camicia, non sembra affatto un punk. Poi lo vedi cantare in qualche tremendo gruppo garage, rotolarsi tra la polvere e provocare il pubblico con spinte e strattoni allora capisci che ti sbagli, che Maksim è uno che sa il fatto suo. Con la sua band chiamata Da, smert! ha fatto una cosa alquanto bizzarra: organizzare un concerto punk nel vagone di un treno, durante una normale tratta di linea!
L’unica attrazione della Piazza Rossa alla quale decidiamo di dedicare del tempo è una coppia di signori vestiti da finti Stalin e Lenin che si fa fotografare con i turisti al costo di 200 rubli. Per il resto, vorremmo far visita al mausoleo di Lenin (quello vero), ma non siamo i soli ad averne voglia: la fila alla biglietteria inizia lì e finisce fuori città. Quindi lasciamo perdere e chiediamo a Maksim di portarci al negozio di dischi. Lui dice: ok, è qua dietro, cinque minuti a piedi! Un’ora dopo siamo a metà strada. Qualche chilometro più tardi, scopriamo che il tanto agognato negozio di dischi è in realtà un buco ricavato in una libreria di seconda mano, in un anonimo scantinato. Ad ogni modo, cominciamo frugare.

Con “rock sovietico” si intende la scena delle band degli anni ’80: il primo periodo autenticamente creativo per il rock in Urss, che in quel decennio, e in particolar modo negli anni della Perestroijka, divenne la voce del dissenso giovanile contro il regime comunista: bands come Kino, Akvarium, Televizor, Alisa, DDT… ascoltate oggi sembrano innocui complessi new-wave, ma… Oggi è difficile immaginare un mondo nel quale un certo stile di musica sia proibito, nel quale i testi delle canzoni vengano censurati, dove sia vietato esibirsi in pubblico senza il permesso delle autorità. I luoghi del mondo in cui questo ancora accade esistono, ma sono regimi spaventosi in bilico tra realtà e fantascienza. All’epoca della cortina di ferro, tuttavia, in mezzo mondo funzionava più o meno così: la musica troppo rumorosa, creativa o insolente era messa al bando, i musicisti perseguitati, e nei casi più recidivi chiusi in cella. La storia della musica rock nell’ex-Urss è costellata di epiche lotte contro la burocrazia, concerti clandestini, fughe, raggiri, arresti. Ed anche di cadaveri. Ogni disco che ci passa sotto le dita avrebbe una storia incredibile da raccontare, se avessimo tempo di ascoltarla. Ma, a prescindere dai contenuti e dai nomi sulle copertine, anche la storia del semplice supporto fonografico in epoca sovietica ha qualcosa di bizzarro ed avventuroso. Oggi la musica è immateriale, fluisce libera nell’etere, cresce felice sugli alberi e può essere colta quando si vuole. Un tempo però senza il suo supporto non poteva circolare né essere ascoltata. E quando la musica è fuorilegge è difficile trovare il modo di fissarla su un supporto che poi è pure rischioso fare circolare.

Il concetto di musica di massa, come nel resto del mondo, anche in Russia nasce negli anni ’50, all’epoca degli Styliagi, i “maniaci dello stile”.  giovani anticonformisti che si vestivano alla moda occidentale (o almeno ci provavano), facevano largo uso di brillantina, ferri arroventati per arricciare i capelli ed erano feroci appassionati della musica da ballo più sfrenata. Malgrado il divieto di importazione, i dischi occidentali arrivavano in quegli anni grazie ai numerosi militari di stanza nel “mondo libero”, che tornavano in patria con svariati souvenir. Tra gli styliagi si nascondevano spesso anche i figli e le figlie dell’nomenklatura sovietica: i bambini dei potenti potevano accedere alla merce migliore, potevano permettersi di acquistare la trasgressione. Avere gli amici giusti, lassù, per uno styliaga di strada era garanzia di esperienze musicali delle più esaltanti.

L’industria discografica URSS è stata monopolio di stato dal 1919 fino all’inizio degli anni ’90. Esisteva una sola casa discografica, che nel 1964 fu battezzata Melodya. Così anche negli altri paesi del blocco orientale: in Ungheria c’era la Hungerton, in Cecoslovacchia la Supraphon, in Bulgaria la Balkanton, in Romania la Electrecord… Questo significava che era lo Stato a decidere che cosa potesse essere o non essere posato sui piatti dei giradischi. E le case discografiche di stato non solo decidevano le sorti della musica locale, ma esercitavano il monopolio anche sulla musica del resto del mondo, decidendo quale artista straniero e quale no potesse varcare i confini nazionali. Non esistevano dischi di importazione in Urss: esistevano soltanto ristampe sovietiche di dischi occidentali, accuratamente epurati da ogni dettaglio ideologicamente equivoco.

I primi LP a 33 giri furono prodotti in Urss nel 1951, ma niente rock’n’roll, naturalmente. Nel secondo dopoguerra, negli anni della ždanovščina (dell’inasprimento ideologico) e della cosiddetta lotta contro il cosmopolitismo ogni forma d’arte proveniente dall’occidente era considerata simbolo di “decadenza borghese” e “rilassamento spirituale”, espressione di un eccessivo individualismo: postulato infatti che lo Stato venisse prima dell’individuo, ogni espressione artistica, anche musicale, avrebbe dovuto incarnare lo spirito nazionale e i valori del socialismo.

In Urss però, è risaputo, sono da sempre esistite due economie: una ufficiale, alla luce del sole, ed una sommersa, immensa, rappresentata da un mercato nero capillare, che tutti però fanno finta di non vedere.  Le cose più interessanti si trovavano nel mercato nero, naturalmente. Già negli anni ’50, in Urss esisteva un circuito discografico undergorund basato sulle cosiddette “costole”: dischi incisi sulla carta per radiografie, solitamente recuperata dagli ospedali. Economica e di facile reperibilità, la carta plastificata delle radiografie, con suoi molari, i suoi femori, le sue costole incrinate, rappresentava la superficie ideale per incidere, con vecchi fonografi adattati, i dischi occidentali. Come flexi-disc ante litteram. Poi le costole venivano vendute sul mercato nero per un rublo o due, prezzo appena appena onesto, considerata la qualità sonora raccapricciante. A volte poi capitava che uno acquistasse una costola di Duke Ellington o Elvis Presley per poi scoprire di essere stato vittima di un raggiro del NKVD, quando dai solchi usciva la voce di un agente che intimava il poveretto di girare alla larga dal contrabbando musicale.

kalashnikov collectiveAltro supporto fonografico della mitologia musicale sovietica oltre alle costole, furono i Magnitizdat. Erano semplicemente delle musicassette duplicate, ma ciò che le rendeva uniche erano due aspetti: innanzitutto il fatto che contenessero musica di band e artisti clandestini, che era impossibile ascoltare altrimenti, e, in secondo luogo, il fatto che la loro diffusione fosse enorme e capillare.  Le prime punk band sovietiche come i Grazdankaya Oborona incisero in pochi anni decine di album clandestini che circolarono in tutto il paese sotto forma di magnitizdat, rendendo gli autori vere e proprie celebrità nell’Urss (del tutto ignorate dall’industria culturale ufficiale e costantemente perseguite dalla polizia).

Solo intorno alla metà degli anni ’80, nell’epoca della Perestrojka, la Melodya acconsentì di stampare dischi di band rock underground. Fu un periodo d’oro per la musica rock russa, che coincise con una fase di profondi cambiamenti sociali ed economici del paese. Durò qualche anno, poi il comunismo finì e con esso la clandestinità che rese eroiche tutte queste band. Oggi il rock, in Russia, ha lo stesso sapore sciapo che ha nel resto del mondo…

Bersi una birra, a Mosca

Stasera si suona al Manifest, un club chic nel pieno centro della città. Come professionisti veri arriviamo sul posto con largo anticipo e facciamo il soundcheck, poi, come dilettanti veri, decidiamo di cercare delle birre per ubriacarci prima del concerto. Proprio lì davanti troviamo un produkti. Un “prodotti” è un piccolo supermercato russo, un mini-market solitamente buio e laido, che ha articoli non troppo alla moda. In europa è difficile trovare un corrispettivo: forse solo lo spaccio dei campeggi assomiglia ad un produkti. Usciamo con sacchetti ben pasciuti di birre gelate, voluttuose e umide di rugiada. Purtroppo però in Russia è severamente vietato bere alcolici per le strade (mentre è fortemente caldeggiato farlo in privato). Interviene Maksim: “Conosco un parco dove si può bere! E’ qua dietro, cinque minuti a piedi. Così facciamo anche un po’ di city sightseeing! (risatina)”.

kalashnikov collectiveDopo un’ora siamo a metà strada. L’unica cosa interessante che vediamo durante il tragitto è una rissa tra travestiti davanti ad un bar. Uno dei due è ferito e sanguina copiosamente, l’altro grida come un pazzo. Di tutto questo, al buttafuori impassibile davanti all’entrata, nulla sembra interessare. “Welcome to Russia” dice Maksim (risatina). Una scarpinata surreale, poi arriviamo finalmente al parco, che però è recintato per lavori in corso e non ci si può entrare. Maksim è scosso, ma gli diciamo di non preoccuparsi: ormai non ci interessa più di essere arrestati o spediti in Siberia ai lavori forzati; la birra la berremo qui, in mezzo a questa piazza sconfinata, e succeda quel che succeda. Tutti sanno quanto i poliziotti russi siano i più infidi e corrotti, ma le nostre precedenti esperienze con le autorità russe non sono state niente di speciale: per quanto ci riguarda, abbiamo avuto finora due incontri ravvicinati con la polizia, qui nella federazione: il primo a San Pietroburgo, quando una specie di sbirro ci fermò per multarci: eravamo saliti sulla scala mobile della metrò con una valigia troppo pesante. Un reato di una certa gravità a giudicare dalla serietà con la quale ce lo notificò. Compilò severamente un verbale, a mano, in triplice copia e, dopo un lasso di tempo che ci parve spropositato, ci presentò il conto: quattro euro.

Il secondo incontro avvenne chissà dove, lungo una statale polverosa, da qualche parte nella regione degli Urali: la polizia stradale fermò il nostro van e rivolse qualche domanda a Denis, ma quando lo sbirro capì che avrebbe dovuto controllare i nostri passaporti senza poterci spillare un soldo a causa della presenza del connazionale, ci mandò a quel paese lasciandoci proseguire.

Tornando a noi, mentre ci apprestiamo a stappare illegalmente le birre in mezzo alla piazza, Maksim ha un’idea. Quello è un teatro: se andiamo a sederci sulle panchine adiacenti, lì si può bere. Come? chiediamo noi: qui a due metri dalle panchine no, ma lì sulle panchine attaccate al muro del teatro sì? Beh, non è l’unica cosa assurda di questo paese, ci risponde.

Finite le birre, pisciamo sul muro del teatro (questo non sembra essere un problema) e ci apprestiamo ad affrontare la marcia di ritorno. Maksim, vedendoci piuttosto torvi all’idea, ci propone di tornare indietro in taxi. In questo paese i taxi sono poco costosi e soprattutto sono facili da trovare, per il semplice motivo che qualsiasi auto è un taxi. Basta mettersi al bordo di una strada, alzare la mano e qualcuno si ferma. Poi si contratta e si sale. Alcuni di noi capitano con un autista di origine kirghise, con tutti i denti d’oro. Quando scopre che siamo italiani, ci chiede di cantargli una canzone. Il Nonno attacca con un classico tautologico: l’italiano di Toto Cutugno, inno trash al pomodoro famosissimo in Russia, come nel resto del mondo; quando Sandro Pertini fece visita in un paese africano, la banda locale suonò quella canzone al posto dell’inno di Mameli perché i governatori locali pensavano che quello fosse l’inno nazionale. Bissiamo il successo ottenuto con Toto Cutugno sfoderando una scontatissima Felicità, altra porcheria celebre in Unione Sovietica.

Al Manifest c’è un sacco di gente, qualche punk, ma soprattutto giovani alla moda. Tutti vogliono fare una foto con noi. Dopo il concerto ci ritiriamo nel privé dove ci è stato riservato un tavolo. I russi adorano il concetto di privè, in ogni locale ce ne è uno. Il privé non è poi tanto privé però, perché, ad un certo punto, si siede con noi un russo in tuta da ginnastica, decisamente brillo. Ai concerti punk in Russia capita spesso di incontrare gente strana, che siano esponenti della mafia locale, oppure semplici tamarri in infradito e canotta in cerca di svago. S’impara presto a non dare troppa confidenza a questi personaggi, ai quali, forse superfluo dirlo, non interessa nulla del punk, della musica, della gente che viene a vedere al concerto. Hanno un solo, sordido scopo: far la figura dei gradassi con lo straniero. E nel contesto vendergli droga e donne. Questo, non sembra troppo pericoloso, anzi è gentile: ci porta in dono una bottiglia di vodka: “Grazie caro, non dovevi disturbarti! La apriremo a Natale!”. No. Non funziona così: in Russia quando qualcuno offre della vodka, soprattutto se indossa il sotto di una tuta e un paio di mocassini a punta, la si deve bere lì, con lui, senza discutere e, soprattutto… tutta. Non ce lo facciamo ripetere due volte.

In un ristorante, a Mosca

Siamo a Mosca, per la terza volta, e  stasera suoniamo in un ristorante. I concerti nei ristoranti sono un grande classico da queste parti. Ogni ristorante ha un palco, ed è potenzialmente un buon posto per organizzare un concerto.  O almeno così credono i promoter locali. Ad ogni modo, nessun genere musicale sarebbe mai esistito in Russia senza i palchi dei ristoranti, punk compreso.

kalashnikov collectivePer arrivare al ristorante attraversiamo una zona piuttosto borghese della città. Tutto ciò che riguarda gli affari e il lusso è penosamente uguale ad ogni angolo del mondo: le solite boutique dei soliti stilisti, le solite insegne delle solite multinazionali, la solita gente elegante ed esibizionista che profuma di arrivismo e di loschi maneggi. Siamo molto lontani dai sobborghi russi degli adolescenti che scolano lattine di jaguar sulle panchine.

Mentre sostiamo di fronte al ristorante veniamo riconosciuti da un’orda di punk che vuole condividere con noi alcuni incroci alcolici a base di vodka del discount. Di fianco c’è un locale africano con una decina di omoni senegalesi in polo bianca. Sono su di giri e ci invitano ad entrare alla loro festa. Noi, considerando che dobbiamo suonare, decliniamo l’invito, ma i punkabbestia con le toppe dei Doom no, e ci salutano. Strano posto la Mosca di oggi.

La serata al ristorante langue, così facciamo due chiacchiere con la band locale, i Панк-фракции Красных бригад. Sembrano sputati fuori da una capsula spazio-temporale: suonano e appaiono, in tutto e per tutto, come una vecchia band di rock sovietico degli anni ’80. Posa? coincidenza? O devozione sincera? Панк-фракции Красных бригад  significa “La Divisione Punk delle Brigate Rosse”. Il riferimento, appuriamo, è proprio alle nostre Brigate Rosse. Lo striscione affisso dietro al palco, parla chiaro: la stella a cinque punte, però rovesciata, perchè un tocco satanico oggigiorno ci vuole. Nessuno in Italia forse avrebbe voglia di utilizzare questo nome e questa iconografia per la propria punk band: una roba troppo impegnativa, troppo greve e forse anche pericolosa. Forse un po’ inopportuna come il nome “Kalashnikov” in Russia? Comunque sia, Vova, il chitarrista/cantante della band è un personaggio che attira la nostra attenzione. Come tanti suoi colleghi, non ha i denti davanti. Suona come pervaso da un demone, ma forse è solo ubriaco marcio. Adoriamo questo suo stare in bilico tra profonda ispirazione e cialtroneria. Ad ogni modo, ci colpisce perchè non è il solito teenager russo che fa di tutto per sembrare occidentale.

C’è qualcosa di strano ed incomprensibile ai nostri occhi in questo recupero, qui, nell’ex-Unione Sovietica, dell’iconografia comunista; in quest’uso spregiudicato di simboli così compromessi, come la falce e il martello, da parte di questi giovani musicisti dall’aria sognante, dall’approccio un po’ naive, dalle pose decadenti, che sempre più spesso incontriamo ultimamente da queste parti. Chiediamo a Maksim che cosa significhi tutto questo. “Mmmh… è solo romanticismo…” risponde sbrigativamente. Non siamo soddisfatti, chiediamo allora chiarimenti al romantico Vova in persona: “Dunque… l’idea per il nome è nata dal fatto che un mio amico mi ha detto che in Italia le Brigate Rosse avevano ripreso l’attività negli ultimi anni. In quel periodo lavoravo in fabbrica ed ero talmente povero che a volte non avevo i soldi per mangiare. Mangiavo le mele sugli alberi alle fermate dell’autobus. Ero quindi molto arrabbiato per tutto, per la politica del governo e per il modo con il quale la ricchezza viene distribuita tra la popolazione. Questa era, ed è, la vita nella capitale del nostro paese, dove puoi vedere ovunque gente stanca, povera e senza un tetto sotto il quale vivere, e sull’altro lato della strada ricchi in auto di lusso e un sacco di poliziotti. In quel periodo – continua Vova, ben abbottonato nel suo trench fuori moda – ho scritto una canzone che parlava di Berlusconi e di come avrebbe potuto fare la fine di Aldo Moro, e del fatto che non tifavo più il Milan come ai tempi della scuola; ho visto Berlusconi sul giornale stringere la mano di Putin: sembravano due idioti. Quella canzone l’ho intitolata “La canzone delle Brigate Rosse”. Di lì a poco un artista di Mosca di nome Anton mi ha chiesto se volevo mettere insieme una band con lui e l’abbiamo chiamata “Brigate rosse”. Poi ho pensato che fosse un nome troppo banale così abbiamo aggiunto “La divisione punk delle Brigate Rosse”. Qui in giro, la situazione a livello culturale e musicale non era un granché, c’era un sacco di merda nelle teste delle persone di ogni classe sociale, quindi era il momento adatto per uscirsene con una band con questo nome. Volevo davvero distruggere tutto quello che mi stava intorno, ma… niente sangue! Utilizzando solo chitarre e microfoni!…”. Chiediamo a Vova il significato dell’uso che la band fa della simbologia comunista e, più in generale, dei suoi legami con il periodo sovietico: “Che cosa posso dire dell’era sovietica? Ci sono nato. E comunque ancora oggi non riesco a capire che cosa è la Russia… Ad ogni modo, penso che ci siano state tante “Unioni sovietiche” tra il 1918 e il 1991…  e che nel periodo tra il 1905 e il 1924 si respirasse davvero un’aria nuova e la gente vivesse una grande spinta verso il futuro. Ci volevano energie nuove per distruggere il regime degli Zar, non si poteva aspettare più a lungo. Credo che il primo periodo dell’Urss sia stato davvero grande. Poi, con la morte di Lenin, sia iniziata una parabola discendente. Posso tutt’ora constatare che gli ideali comunisti sono stati traditi in tutte le epoche successive a quella: quando parlo con persone anziane, anche con i miei parenti, vedo che non sanno nulla della teoria del Comunismo, non capiscono il senso della lotta di classe, perché l’elite politica dell’URSS, mentre se la spassava in una marea di privilegi, li ha fottuti con una bugia dietro l’altra. Ed ora noi, ortodossi marxisti-leninisti, siamo costretti a difendere le nostre idee di fronte ai detrattori del comunismo, per colpa di un branco di maiali che dalla rivoluzione del 1917 ha tratto soltanto il proprio profitto personale”.

Vova sarà pure un romantico, ma sembra avere le idee chiare… malgrado quell’aria svampita e stralunata ha i piedi ben saldi al terreno. Come tanti ragazzi russi che abbiamo incontrato è animato da un entusiasmo sincero, con il quale cerca di districarsi in una realtà caotica, dai contorni sfrangiati. L’impressione è che, forse, nemmeno i ragazzi russi sappiano bene che cosa aspettarsi dal futuro del loro paese. 

In una cucina, a Mosca 

20150530_224201E’ tardi e domattina presto ci attende un volo per Kiev, ma sulle nostre teste pende una solenne promessa: “La prossima volta che verrete a Mosca cucinerò per voi!”. Così sentenzia il turgido e carnoso Pepka, strizzandoci l’occhio sull’uscio di casa. Pepka Mulinov è uno a cui non si può dire di no. Fa il disegnatore, ed è uno dei più interessanti artisti underground della capitale. Un vero genio, ma anche un tipo incasinato. Quando c’è di mezzo Pepka tutto prende una piega complicata. E alcolica. Ha preparato per voi alcune specialità della nostra cucina tradizionale, ci dice Denis. le frittelle salate e l’okroska, una zuppa fredda di cetrioli, ravanelli e aneto (una specie di gazpacho alla russa). Beh, non abbiamo scelta, e per altro non abbiamo mangiato quasi niente stasera. Per raggiungere casa di Pepka attraversiamo la notte moscovita, che è fatta di vialoni infiniti e tutti uguali. Denis, in realtà, non ha assolutamente voglia di andare da Pepka. Forse perchè lo conosce bene.

Pepka abita in un palazzone sovietico, uno di quei grigi menhir che disegnano l’inconfondibile skyline delle città russe. Ci accomodiamo dove riusciamo in cucina, una stanzetta congestionata da libri, quaderni d’appunti, stoviglie impilate ed oggetti dei più disparati, come ad esempio una vecchia “lavagna magica” sulla quale Denis, con enorme perizia, scrive cazzo. Pepka ci offre una scodella di Okroška mezza vuota e un francobollo di focaccia a testa, ed apre alcune bottiglie di tragico vino. A tal proposito ricordiamo un episodio di quando incontrammo Pepka a Milano, l’estate scorsa: ci trovavamo in uno squallido bar cinese e lui ordinò una bottiglia di vino, pensando che in Italia il vino fosse buono ovunque. Gli arrivò del vinaccio velenoso in una bottiglia con il tappo a vite. Lui che aveva sentito dire che il vino buono ha il tappo di sughero infilò sicuro il cavatappi dentro il tappo metallico, girando e tirando con fare da sommelier…

L’atmosfera delle cucine sovietiche ha qualcosa di speciale: la kuchnja era, ai tempi dell’Unione Sovietica, la parte della kommunalka in cui la gente si incontrava, parlava, litigava, dove si decidevano tutte le cose e si facevano apertamente tutti quei discorsi sulla politica e sui potenti che non conveniva fare altrove… Anche qui, nella cucina di Pepka, ci pare di respirare quell’aria un po’ bohemienne e clandestina di un tempo. O forse è solo un effetto collaterale del vino? A proposito: notando lo sbilanciamento tra cibo e alcool (catastroficamente a netto favore del secondo) cerchiamo di correre ai ripari.

Mentre ci congediamo, notiamo un libro appoggiato ad una catasta di altri libri di fianco all’ingresso. Si tratta di un volume illustrato sull’Unione Sovietica degli anni ’80: una retrospettiva fotografica sulle fase discendente dell’era Breznev e i fatidici anni della Perestroijka. Lo sfogliamo con curiosità. Gli anni ’80 furono decisivi per il destino dei russi: anni di agonia ammantati di illusioni e speranze. E’ triste pensare che chi ha creduto in quelle speranze e in quelle illusioni abbia definitivamente perso la partita (e non abbia ricevuto nemmeno un premio di consolazione): quanti sacrifici inutili, quante vite buttate in nome di un ideale, spazzato via dalla sera alla mattina… “Se vi piace tenetevelo. Io l’ho trovato nella spazzatura qua sotto!” dice Pepka. Beh, simbolico: un libro trovato tra i rifiuti che racconta un’epoca che è finita dritta nella pattumiera della storia! Dopo venticinque anni dalla caduta del Comunismo di quella Mosca che vediamo nelle foto del libro, di sicuro, restano le case come quella di Pepka, quelle torri livide e indifferenti che vegliano sul popolo russo ad ogni latitudine e longitudine della Federazione. Ah! Anche lo scricchiolio sinistro dell’ascensore del condominio di Pepka, che ci porta gemendo al piano terra, proviene di certo da quell’epoca…

 

 

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