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[We talk about…radioshow]
LA CASA DEL DISASTRO !
[Sarta] “Signore e Signori, ecco a voi la prima “ammucchiata” de La Casa del Disastro! Settimana scorsa, complice un concertino di quelli calienti, siano calati al csoa T28 (luogo imprescindibile qui in città) armati di microfono e abbiamo intervistato chi passava di lì. Hanno preso parola i Cocaine Slave, gli Skaya, Nihilist Waves, the Seeker, nonché altri loschi figuri della scena punk diy di Milano e dintorni. Insomma, un’intervista collettiva disordinata e sgangherata, che racchiude un po’ di quello che si respira nelle vitali serate ai concerti giusti qui in città! L’idea della Casa del Disastro è di scattare una fotografia sonora sgranata del variegato mondo punk-diy qui nei dintorni: un ritratto sfocato ed effimero di questa realtà sfuggente di cui facciamo parte, che è fatta di persone e di spazi condivisi e autogestiti. Un trip esistenziale che, per quanto ci riguarda, è ancora lungi dal concludersi. Buon ascolto!”. 

[We talk about…radioshow]
LA CASA DEL DISASTRO !
[Sarta] “Verboten Punk (1979-1989)! Questa volta per la Casa del disastro ci occupiamo del punk nella Germania Socialista, la Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Un posto dove essere punk significava davvero essere relegati ai margini della società, rischiare la vita ed essere sbattuti al gabbio per anni in quanto “collaborazionista con le forze capitaliste dell’ovest” e altre amenità simili. Tra i racconti delle varie bands, un posto particolare merita la vicenda della compilation “DDR Von Unten, Split LP (1983)“, una roccambolesca storia di spionaggio e tradimenti degna di un intrigo internazionale. Per un approfondimento, rimandiamo al nostro vecchio post che introduceva al tema, dal quale abbiamo tratto questa puntata radiofonica. Buon ascolto!“.


>>> Ascolta il podcast della 15° puntata de “La Casa del Disastro”

[We talk about…radioshow]
LA CASA DEL DISASTRO !
[Sarta] “Vi stavate chiedendo come se la passano i punx a Varese? Ecco che arriva freska freska una succosa puntata de La casa del disastro interamente dedicata alla scena di quelle parti! Il nostro radioshow in onda ogni giovedì su Radio Onda d’Urto dalle 20 alle 21 (fm 98.00) si occupa questo giro di fare una chiacchierata con Arca, Panzer e Pietro, tre loschi figuri provenienti dal Varesotto con i quali abbiamo condiviso tanti concerti, nonché esperienze estreme in giro per squat e posti occupati. Si parlerà di veri disastri (ma a lieto fine), di concerti, di band che scuotono e che urlano in seconda persona singolare, di estrema destra, estrema sinistra, estremo centro. Buon ascolto!”


[We talk about…]

Siam del popolo gli arditi. Documentario di Andrea Motta e Paolo Rasconà.
[Ci siamo imbattuti per caso nel documentario che vi presentiamo qui sotto e l’abbiamo trovato interessante. Purtroppo però, non si tratta di qualcosa che troverete in giro sulla rete e tantomeno potrete acquistarne una copia in qualche centro commerciale! Quindi…come fare per vederlo? Beh, provate a contattare gli autori a questo link!]  

Sinossi: “Fondati per iniziativa di Argo Secondari, ex-tenente dei reparti d’assalto durante la prima guerra mondiale, nel 1921, gli Arditi del Popolo furono la prima espressione di resistenza popolare che si oppose con ogni mezzo al neonato squadrismo mussoliniano. Sconosciuti ai più, rappresentano uno fra gli eventi  salienti del 1921 con cui tutte le forze politiche di allora furono costrette a confrontarsi. Nati in continuità con l’arditismo di trincea in breve tempo si diffusero in tutta Italia ottenendo l’adesione di migliaia di lavoratori, di varia tendenza politica, che videro il fenomeno come un efficace strumento di opposizione al fascismo“.

L’anarchico Errico Malatesta con gli Arditi del Popolo

[Pep] Il film che il K.C.H. presenta ai suoi lettori è una significativa occasione per sondare le occulte relazioni tra la storia dei movimenti anarchici e il presente delle lotte politiche e sociali. Non si tratta di un’archeologia del nostro presente, che compensi le molte obliterazioni che dagli anni ’80 hanno colpito la memoria dei movimenti radicali, ma piuttosto della messa in opera di una strategia audiovisiva per far risuonare e infine esplodere nel nostro presente la realtà rimossa di un passato, la cui incongruenza non solo con l’oggi, ma anche con la parte egemone dei movimenti antagonisti storici, ne ha stabilizzato la latenza. Andrea Motta e Paolo Rasconà ricostruiscono infatti la vicenda degli Arditi del Popolo, inizialmente capeggiati da Argo Secondari (che, con espressione dalle risonanze psichiatriche, all’epoca, fu definito “di tendenze anarchiche”): essendo gli Arditi del Popolo area socialista e anarchica del complesso fenomeno militare dell’arditismo. La modalità concettuale dell’obliterazione è stato infatti il destino che ha colpito la vicenda di Secondari e degli Arditi del Popolo, una lotta antifascista misconosciuta che tentò di scongiurare l’avvento del totalitarismo in Italia, facendo leva su di una dimensione sociale eccedente quella del radicalismo di sinistra ideologicamente concepito: l’ormai misconosciuta solidarietà di classe, da sempre temuta da qualsiasi dirigista rivoluzionario.
L’opera di Rasconà e Motta è dunque primariamente la produzione di una riflessione linguistica sulle modalità di oblio e di obliterazione storica: di cui è configurata quindi la reazione linguistica. Queste ultime nella storia dei movimenti antagonisti vanno situate par excellence nel tornante storico, gli anni ’80, in cui si delinea il silente tentativo di mettere in opera un rapporto archeologico con gli anni ’70, in luogo di una pertinente storicizzazione, peraltro, dato il breve giro d’anni trascorso, ampiamente prematura: di qui la necessità strategica di rimpiazzarla con una paradossale quanto mistificatoria procedura di ri-lettura archeologica. Va rilevato come quest’ultima possa facilmente presentarsi in quanto archiviazione, cioè costruzione e applicazione di una procedura concettuale pseudo- storiografica, e infine anti-storiografica, in cui la lettura de-attualizzante assume le forme specifiche della reificazione: pervenendo ad un esito de-storicizzante, o più propriamente de-storificante, secondo il linguaggio critico di Franca Ongaro e Franco Basaglia, che colgono tali processi nel loro livello inter-individuale, con primario riferimento alle istituzioni prisonizzanti. 


Barricate degli Arditi del Popolo a Parma

Il film di Rasconà e Motta si configura dunque come terapia cognitiva contro tali processi concettuali, di cui il dispositivo cinematografico è inavvertito portatore, e che il cinema anarchico deve portare ad un livello di trasparenza per via indiretta o reattiva: evidenziandone il situarsi strategico nei livelli del mezzo cinematografico socialmente investiti di un’asserita neutralità, financo quelli tecnologici. Così si esprime infatti, con un più basilare riferimento alla fotografia il più radicale e spregiudicato fotoritrattista e cineasta anarchico italiano, Pino Bertelli, a riprova della sua profonda auto-consapevolezza teorica, nel suo saggio dedicato a Diane Arbus, la luciferina fotografa statunitense (da Bertelli ri-nominata “L’angelo nero della fotografia”), che ha prodotto il deragliamento della pratica fotoritrattistica dai suoi predominanti paradigmi identitari, fino trasformarla nel crogiuolo demoniaco di un’identità espansa che sovverte le pretese auto-identitarie dei soggetti: “La storia della fotografia è storia di prostituzioni e truccherie che i padroni del flusso iconografico hanno portato contro tutto quanto si poneva di taglio ai loro profitti. Ogni conoscenza obbligatoria passa sull’assassinio della verità e l’inverno della ragione cancella gli sguardi dell’indicibile e le lingue dell’interrogazione”. Nel film di Rasconà e Motta, tramite l’abissale trasparenza del susseguirsi delle immagini del’epoca e di quelle contemporanee, ogni livello diacronico della visione scompare e riappare nel successivo, facendo trasparire e baluginare il passato del movimento radicale di Argo Secondari attraverso l’opacità apparente del nostro presente urbano. Quello di Rasconà e Motta è dunque un cinema linguisticamente impegnato nello smascheramento attivo e contro-mistificante dei processi di reificazione, che attraversando le dinamiche interindividuali, ricompaiono sul piano più ampiamente diacronico, a danno di interi soggetti storici, in questo caso il movimento capeggiato, o per più puntualmente e più provocatoriamente dire, catalizzato da Argo Secondari: un cinema il cui risvolto è infine la perturbante decostruzione dei processi identitari nel loro dispiegamento sociale. Così scrive con puntuale ironia il filosofo Pier Aldo Rovatti, continuatore delle tesi di Franco Basaglia e Michel Foucault: “Lo stesso Foucault ha scritto una volta che ogni società si può giudicare dal modo in cui organizza e vive il rapporto con l’altro. Come se ogni società avesse bisogno di costruirsi una realtà e un fantasma della diversità per costruire e mantenere la propria identità. Come se non potessimo avere un’identità senza mettere in atto qualche meccanismo di identificazione ed esclusione di coloro che sono diversi da noi. Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi e ti dirò chi sei. Appunto, e noi chi siamo? Bella domanda”.

[Kalashnikov live-report]
11-12 Ottobre: Freiburg – Offenburg, Germania!
[Puj] La prima esperienza dei Kalashnikov all’estero risale ad otto anni fa, in Germania. Quella volta, suonammo al KTS di Friburgo: facemmo pietà, ci ubriacammo come disperati e suonammo dimmerda. Tornammo a casa comunque radiosi per quella meravigliosa esperienza.
Suonare oggi al KTS non ha più lo stesso sapore di novità di un tempo, ma siamo almeno (abbastanza) sicuri di suonare un po’ meglio di quella volta di otto anni fa…
[Valeria] La mia prima trasferta oltre confine col collettivo, inizia in una meravigliosa giornata di Ottobre, mese melanconico di tepori domestici e riflessioni intimiste. Tempo in cui ci si smarrisce nella contemplazione della natura che lentamente si addormenta, per prepararsi al rigido inverno. E così è… fuori dal finestrino del mezzo motorizzato, con l’indomito Claudio al timone, si srotola la grigia Lombardia per trasformarsi nella verdeggiante e bucolica Svizzera. Montagne, ruscelletti, piccole case contadine e quel timore, quella vertigine, d’immaginarsi una vita fatta di semplici cose a stretto contatto con la nostra Madre Terra. Poco importa se siamo imbottigliati nel traffico. Evidentemente il destino ha voluto farci bloccare per ore e ore fuori dal tunnel del Gottardo, per obbligarci a riflettere su noi stessi e sulla piega che sta prendendo la nostra vita, tra psicosi urbane e paranoie sociali. Noi siamo dalla parte di Thoreau!
L’arrivo al Kts di Freiburg, con giusto qualche ora di ritardo – ma che cos’è il tempo, se non una convenzione ed una gabbia mentale? – ci costringe, per un momento, a sospendere le nostre meditazioni tardo-primitiviste, a sconnetterci dalla comunicazione empatica tra la natura e noi, per collegare la strumentazione e prepararci a suonare.
[Puj] Mentre Valeria cerca di spiegare ad un tedesco che il tempo è una convenzione e una gabbia mentale, noi andiamo a mangiare. Menù superiore a base di pasta scotta al ragù vegetale con turbo-cipolla e insalata condita acqua e sale. Vediamo che i locali dispongono l’insalata sopra la pastasciutta, in un unico, enigmatico piatto. Ah, che amore i tedeschi!
Prima di noi suona un’incantevole band dal nome un po’ ingrato di Elende bande (Banda di Miserabili). Formazione a tre (chitarra acustica, basso, batteria) e una manciata di ottime canzoni kraut-folk, nelle quali si ripetono spesso le uniche due parole tedesche che conosco oltre a zitronen e spirituosen, ovvero: freiheit (libertà) e zurück (indietro). Qui potete trovare scaricabile il loro demo: una generosa manciata di pezzi registrati malino, che però suonano esattamente come vecchie canzoni di protesta hippie degli anni ’70! Bello, molto bello… bellissimo! 
 
Elende Bande

Mentre una parte del collettivo festeggia la buona riuscita del concerto ballando e brindando con del fresco (e analcolico) Club Mate (bevanda eccitante diffusissima in Germania, molto di più della coca-cola), l’altra metà assedia il bancone del bar, ordinando cose a caso. Il nonno è in prima linea, con il piglio del condottiero pervaso dal furore berserker: guida la flotta di kamikaze verso una rotta alcolica verde fosforescente, slalom gigante tra bicchierini di liquore da discount locale tipo BrancaMenta, ma molto più ghiaccioloso e appiccicoso. Ecco una breve testimonianza allucinatoria di quello che è accaduto dopo, dalla voce di uno dei protagonisti:
[Valeria] Una misteriosa linfa dal verde colore della clorofilla ha riscaldato le nostre viscere e ci ha fatto suggellare patti di eterna fratellanza, con uomini scalzi e donne coi rasta e i brillantini sul volto. Abbiamo danzato ieratici sulle note di un’arcana melodia su di una base che fa più o meno unz-unz-unz, si udiva il timbro corale ed ipnotico: “Raven gegen Deutschland. Wir haben euch was mitgebracht: Bass, Bass, Bass!

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Mi sorprendo della maestria nell’arte della danza e delle piroette, dei miei nuovi compagni di ventura. Attorno a noi elfi, guerrieri e fate si uniscono alla danza che ci conduce alle ultime ore della notte…
[Puj] Quando elfi, guerrieri, fate etc… etc…si recano al cesso per sboccare, lasciamo il KTS e intraprendiamo una geniale passeggiata di alcuni chilometri nella notte gelida, che, speriamo, ci consenta di espiare le nostre colpe. Friburgo è deserta e silenziosa: sembra una città evacuata. Sulla strada ci accaniamo giustamente contro alcuni manifesti elettorali cartonati, che decidiamo di tirarci dietro l’un l’altro, in un momento transeunte di euforia. C’è chi interiorizza e s’immedesima nella condizione degli animali della Terra, camminando a quattro zampe per entrare in empatia con la natura del quadrupede. C’è chi si erge a faro e bussola dei nostri destini, urlando «Ubriachi! Seguitemi!». Comunque sia… l’alba è vicina ed è ora di riposare le nostre membra…

Il giorno dopo è tutto soltanto un brutto ricordo. O bello? Boh! Il Baden-Wuttenberg, la regione in cui si trovano Friburgo e Offenburg, ha l’aspetto di una fiaba crucca per bambini cresciuti: ovunque ci si giri, case di marzapane e boccali di birra tiepidi e schiumosi. Friburgo ci è familiare, ogni volta che ci torniamo, andiamo negli stessi posti: colazione a base di bretzel al café di Karthauser Strasse, un piatto di penne all’arrabbiata alla pizzeria Taormina (italo-fake) e un salto al market indiano lì di fianco, dove questa volta acquistiamo un focaccione gommato dal diametro di un metro… ci trattiamo bene, insomma. 

Kala-zonzo per Friburgo

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Pianifichiamo poi un’incursione alla Lidl più grande del mondo: forti della consulenza di Valeria, regina del discount, acquistiamo il necessario per confezionare un aperitivo importante: bottiglia da un litro e mezzo di Soda Lemon Freeway, vodka tarocca Putinoff (ottimo veleno imbottigliato in Germania), salatini extra-strong (adatti a papille gustative pigre) e cartoncini alla paprika che dovrebbero essere patatine. Tutto alla modica cifra di sei euro e ottanta centesimi. La sera si suona al Juz Kessel di Offenburg. Soggiorniamo in un paese lì vicino chiamato Friesenheim, in una pensione gestita da un ex paracadutista kazako. 

Qui consumiamo il nostro aperitivo by Lidl, dentro tazze per il thé. Otteniamo un risultato deludente: salivazione densa, palato gonfio e nausea. Protagoniste a sorpresa alcune arachidi glassate contemporaneamente dolcissime e salatissime, che serberemo sempre nei nostri aliti… 
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[Valeria] Il Juzz Kessel si presenta come un tunnel stretto e lungo, dove ci si perde immediatamente. La zona concerti si trova inabissata nel sottosuolo. Non ci sono finestre e la volta di mattoni rossi fa pensare ad una sorta di bunker in tempi di guerra. Il giga-graffito alla destra del palco, che rappresenta uno zombie con una birra in mano e recita “Il Juzz Kessel, trasforma ragazzi in alcolisti dal 1979“, mi mette di buon umore. Stato di grazia consolidato dal panino col seitan più buono che abbia mai mangiato in vita mia e dal trionfo del team Valeria-Nonno, al calcio balilla. Con la pancia piena e il cuor contento, ci siamo seduti nell’area destinate alle proiezioni per vedere un documentario sulla Grecia, presentato da una donna meravigliosa che è stata così gentile da gestire il dibattito pre e post proiezione in inglese per i non-tedeschi presenti (ovvero noi).
[Sarta] Il documentario racconta della condizione dei migranti in Grecia, ora che spopolano quelle merde di Alba Dorata. Girato sul campo da una giovane tedesca, che ce ne racconta i retroscena, il video è bellissimo, perché crudo, sincero e realizzato con grande coinvolgimento, politico ed emotivo… si intitola “Into the fire” ed è opera dalle ragazze e dai ragazzi di reelnews.co.uk, un collettivo inglese che ha documentato sul campo diversi movimenti di protesta e realtà di sfruttamento in tutto il mondo. Scopriamo grazie a loro alcune aspetti che già conoscevamo della quotidianità greca, essendo stati a suonare recentemente ad Atene e a Larissa, ma che non pensavamo essere strutturati così su larga scala: il sistema di ronde contro gli stranieri organizzato da Alba Dorata con la connivenza della polizia, l’ostruzionismo volontario di tutte le istituzioni verso i migranti nel riconoscergli i più elementari diritti e tuttavia la tenace resistenze di ragazze e ragazzi giovani che si oppongono a questo dilagare di violenza fascista. L’austerità, mascherata da antidoto della crisi, ci sembra corrispondere di più ad una precisa volontà: accrescere gli squilibri tra i paesi europei, per mantenere una forza lavoro sempre più debole e disperata. Guardandomi intorno, in effetti, non posso che constatare come il welfare in Germania, anche tra i punk, sia decisamente invidiabile rispetto ad altri paesi!

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Un po’ scosso, alla fine della proiezione, dopo aver scambiato quattro chiacchiere vengo sorpreso dalla sagoma di un pingue tedesco brizzolato, che mi sorride: è il nostro amico Frank, che si è fatto 140 km per venire a vederci! Pazzo tedesco! 
[Puj] Purtroppo siamo l’unico gruppo in cartellone in quanto una band di ragazze truccate da panda ha dato forfait. Peccato, ma no problema: siamo qui per suonare e suoneremo quanto desidererà il famelico pubblio tedesco. Incredibile, ad un certo punto, irrompe un espediente scenografico D.I.Y.: una cascata di coriandoli di carta di giornale! Fantastico pensare che qualcuno abbia passato il pomeriggio a tagliuzzare vecchie copie del Bild per farcele nevicare sulla testa a metà concerto!

Businnes punks.

Il giorno dopo, belli freschi come bretzel lasciati una notte intera immersi in una pozzanghera, ci lanciamo come pazzi lungo i 500 chilometri che ci separano da Milano, concedendoci – da signori e signore quali noi siamo – una pausa al kebabbaro più perdente del più perdente paese tedesco (del quale non ricordiamo il nome) per un pranzo di lavoro che il nostro sistema digerente non dimenticherà tanto presto. La provincia, ovunque uno si trovi, ha sempre un fascino: come quei bar degli anni ’90 arredati con colori pastello tipo rosa o tortora, e gli specchi ovunque, proprio come quello in cui ci siamo fermati dopo pranzo, nella piazza principale del paese. Nel quale, a sorpresa, quasi come monito, ci sorprende spietato un giro vorticoso di… vodke Putinoff! La Germania è un paradiso come sembra? La risposta è: sì. 

[Free books for punx]

Francesco Casaretti “Iniziazione al mondo delle donne. La via femminile alla libertà del cuore” (2001)
[Pep] La vasta opera saggistica di Francesco Casaretti, in quanto portatrice di una specifica declinazione della religione della Dea, è l’interessante testimonianza teorica di un adepto della spiritualità femminista. Generalmente ascritta all’area spirituale new age, l’opera di Casaretti può rappresentare un inveramento delle parole di Franco Bolelli per cui, al di là di alcuni limiti di quest’ambito culturale, che si contrappone alla scipita cultura spirituale cristiana, “c’è nella sensibilità della new age la consapevolezza che lo spazio elettivo è l’intero campo della vita umana, e che è possibile progettare la vita come armonia. C’è la coscienza della pesantezza dell’identità e c’è la sperimentazione di una qualità ariosa dell’esperienza. Così la musica new age ( la migliore musica new age) non riempie e non spettacolarizza, ma svolge la funzione lussuosa quanto vitale di portare respiro, di irradiare molecole di ossigeno. Non soltanto estetica, ma raffinamento del vivere. E poi c’è che la sensibilità new age pone l’accento innanzitutto sull’autonomia dell’esperienza e dell’invenzione. Progettare il proprio mondo, la propria vita con il massimo di serenità positiva e il minimo di contatto con il mondo seriale. Produrre vitamine di desiderio, irradiare molecole di potenza di vita. Non opere, ma energie. Energie allo stato puro”. 
Il neo-paganesimo matristico propugnato da Casaretti , che evince le proprie strutture di pensiero da alcuni versanti della cultura taoista cinese, risulta portatore di una prospettiva affine a quella del movimento ginarchista degli Effemministi Rivoluzionari, che negli anni Settanta operava (come recita l’introduzione al loro manifesto programmatico riprodotto da Stefano Segre nella sua antologia della liberazione maschile, “L’antimaschio”) nella direzione della “restaurazione di un antico, totale regime matriarcale” (implicando una conseguente cultura dell’effemminatezza maschile).
Tale progetto totalizzante è specificamente declinato da Casaretti nelle sue modalità: nel senso di una società in cui il riconoscimento della preminenza femminile e l’operatività di quest’ultima in quanto dispositivo antropologico funga da regolatore omeostatico del corpo sociale dando vita ad un progetto di anarchia che strutturalmente risolve, sotto l’egida femminile, la codificata opposizione concettuale tra la società e la comunità (laddove al primo termine corrisponde una modalità estrinseca o strumentale del vincolo sociale, mentre il secondo fa riferimento ad una modalità di esso organicistica ed olistica). La società matristica, in tal senso, nella sua struttura relazionale panerotica e ginecocentrica (avente antispecisticamente per modello anche la civiltà degli scimpanzè Bonobo, riconosciuta superiore a quella umana) mantiene le soggettività individuali in un rapporto di reciproca, omeostaticamente garantita, cooperazione, nel disconoscimento della dimensione storico-diacronica, quale prodotto del patriarcato: nel segno di un’inoggettivabilità del passato, contraddicente la funzione del sapere storico che, sulla base delle tesi dell’antropologo Ernst Borneman, viene svelato essere un artefatto patriarcale (concomitante alla nascita della scrittura, correlabile alla necessità di istituire la figura paterna, disconosciuta, o, più propriamente, impensata, nell’ambito del precedente assetto esclusivamente ad ascendenza femminile). 
Le basi del pensiero di Casaretti, avente la propria fondamentale ascendenza nella mitoarcheologa Marija Gimbutas (ma attingente ad un’ampia rosa di teoriche, da Carol Gilligan alle pensatrici della comunità filosofica Diotima, da Helen Fisher ad Aleksandra Kollontaj), lo informano nella direzione dello sviluppo di una società neo-matristica che riconduca sé medesima ai propri strutturali tratti primordiali, anche nel senso di un’erotizzazione sociale pervasiva che ha per agente antropologico la donna (con la formulazione da parte dell’autore di un proprio, peculiare modello di neo-sessualità femminista): da doversi alla specifica modalità erotica femminile, contrapposta taoisticamente (nell’identificazione della donna con la polarità yin) alla maschile (identificata con la polarità yang) in quanto fondamentalmente autonoma dalla dimensione riproduttiva, come da qualsiasi sua mimesi nell’ambito della relazione erotica. E’ pertanto tale da produrre un erotismo stabilmente socializzato e orgiastico (attraverso l’invalidazione della binarietà relazionale eterosessuale-familiare: della relazione eterosessuale duale, modellata sulla dimensione riproduttiva): implicante quale suo effetto il controllo depotenziante delle spinte relazionali aggressive, aventi nel maschio il proprio fondamentale agente. Casaretti evidenzia quale via di inveramento di tale modalità aggregativa ad ascendenza femminile e a carattere matrifocale la vincente marzialità femminile dell’Aikido, intesa quale paradigma polemologico della battaglia femminista e libertaria, in quanto consistente nello sfruttamento strategico della forza e della violenza dell’avversario onde tradurla in principale arma nei suoi confronti. 
Proprio della società matristica sarebbe il venir meno della dimensione legislativa, da doversi alla sua sopravveniente superfluità, caratterizzandosi la società per un’acquisita facoltà autoregolativa, innescata attraverso il ristabilimento dei propri equilibri antropologici, garanti della sua omeostasi anarchizzante e portatrice di prospettive di progressiva, filogenetica dissoluzione della figura maschile, per quanto non contemplata da Casaretti nei suoi esiti più radicali, di naturale estinzione storica di quest’ultima: è tuttavia vero che l’autore fa proprio un orizzonte neo-riproduttivo a carattere partenogenetico, facendosi assertore di una partenogenesi culturalmente sancita prima ancora che fattuale (riguardo quest’ultima si veda il classico di Marianne Wex Partenogenesi oggi. La forza primordiale della donna di generare da sé, senza partecipazione di un secondo sesso). Così, riguardo l’uomo patriarcale, la pensatrice lesbo-femminista Elizabeth Gould Davis, che ha profetizzato il Ventunesimo quale secolo del nuovo trionfo della Dea: “Egli ha riscritto la storia con la consapevolezza di ignorare, sminuire e ridicolizzare le grandi donne del passato, proprio come gli storici moderni cercano di ignorare sminuire e ridicolizzare le conquiste delle donne moderne. Ha svalutato la donna a oggetto per soddisfare i suoi spregevoli desideri fisici ed ha rifatto Dio a sua immagine”. Gli scritti di Francesco Casaretti vogliono costituire un’inversione di questo processo.
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[Free books for punx]
Gilles Ivain, “Formulario per un nuovo urbanismo” (Maldoror Press, 2013)
[Sarta] Oggi parliamo di psico-geografia! Avete mai pensato a quanto possano essere coercitivi gli spazi delle città? Provate a fare attenzione ai cartelli in giro per strada: “L’accesso è consentito solo al personale autorizzato!”, “Proprietà privata, vietato l’accesso!”, “Attenzione questa è zona militare!”, “L’area è videosorvegliata!”, “Velocità rilevata … oltre il limite!”, “Lavori in corso … sloggiare!”, “Attenzione, pericolo di morte!”. E senza contare tutte le regole che la gente rispetta automaticamente“, ovvero camminare solo sui marciapiedi anche se non passa nessuna macchina, non arrampicarsi da nessuna parte anche se sarebbe divertente, non sostare su suolo pubblico a fare un pic-nic anche se non dai fastidio a nessuno… Insomma, lo spazio delle città in cui viviamo ci “educa” a comportarci in un certo modo anche se non ce ne rendiamo conto. Ed è qui che diventa divertente “giocare” alla “deriva” psicogeografica: perchè non utilizzare i luoghi in maniera diversa, seguendo gli istinti dettati dalla nostra soggettività? “In città (…) noi ci annoiamo” scriveva Gilles Ivain, uno che aveva capito come lo spazio delle nuove città capitaliste avrebbe cambiato il nostro modo di comportarci.Tra l’amore e lo svuota-rifiuti automatico la gioventù di tutti i paesi ha scelto e preferisce lo svuota-rifiuti”: esiste dunque un nesso tra la forma dello spazio dove viviamo e i comportamenti. D’altronde, le moderne metropoli non sono forse riconducibili a delle grandi reti dove la gente si muove freneticamente per spostarsi dai luoghi dove lavorare-consumare-riposare? E cosa fa la maggior parte della gente? Si sposta per lavorare, consumare e dormire!
Se tutte le cose che abbiamo scritto fino ad ora vi sembrano anche solo vagamente sensate, abbiamo qui una lettura che fa per voi: ovvero il “Formulario per un nuovo urbanismo”, scritto da Gilles Ivain (al secolo Ivan Chtcheglov) nel 1953 a Parigi, che è stato per la prima volta tradotto in italiano nella sua versione integrale, dagli amici della MaldororPress. Si tratta di una edizione in e-book alla quale abbiamo collaborato preparando delle illustrazioni ed una post-fazione, a corredo del testo originale tradotto dall’amico Carmine Mangone e introdotto da un contributo di Leonardo Lippolis (l’autore dell’ottimo “Viaggio al termine delle città”). E con questa speriamo finalmente di trovare altri pazzi che ci aiutino a coronare il mio sogno di organizzare un raduno anarcopunk dentro un’isola di traffico… avete presente quegli svincoli nelle autostrade che generano quelle isole rotonde che sono spazi verdi inaccessibili? Ecco, una di quelle….


[Free music for punx]
Kill the Cat, “φιλιά στο χάος” (cd, 2011)
E a proposito di psicogeografia, se volete abbinare un buon disco alla lettura, cogliamo l’occasione finalmente per postare sul blog l’ultimo album degli amici greci Kill the Cat! Nella nostra ultima trasferta ad Atene, l’amico Nik mi ha dato la ferale notizia che il loro gruppo si é sciolto per scazzi personali tra loro ed ha regalato ad ognuno di noi (e siamo tanti…) una copia del loro ultimo disco dal bellissimo titolo “φιλιά στο χάος” (“Baciare il caos”). L’album vanta un artwork pieno di “rielaborazioni” di mappe urbane e tutto il libretto è una raccolta di murales scovati in giro per i muri sprayati di Atene…. wow! E’ un peccato che non ci siano più, perchè il loro sound è davvero….fuori moda! E naturalmente proprio per questo ci piace: si tratta di una sorta di ska-core come si faceva negli anni ’90, ma con attitudine sinceramente punk. Un abbraccio a Nik per averci fatto questo dono, che noi naturalmente ci teniamo a condividere con tutti voi malakaattraverso il link qui sotto.