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K. Tour report

Belarus/Lithuania/Poland 2015 – Parte seconda

10 gennaio, a Minsk.

[Seconda ed ultima parte del report del nostro mini-tour nell’estremo est europeo: Polonia, Bielorussia e Lituania. La prima parte è qui! Buona lettura!]
Un autobus sosta davanti al locale. Sembra un normale autobus di linea, ma non è illuminato e non ha il numero. Quando si aprono le porte, non ne fuoriescono i pendolari di ritorno dall’ufficio, ma un plotone di soldati in assetto da guerra, con mimetica, fucili e volto coperto. Leggi tutto

RUSSIA-UKRAINE 2015 / DA MOSCA A KIEV

Capitolo 6

 Lunedì 1 giugno a Kiev. Domenica 31 maggio, da Mosca a Kiev, e concerto.

[Il nostro tour nell’ex-Urss si conclude a Kiev, in Ucraina. Nel clima mite e disteso della capitale, troviamo la serenità per ricostruire l’ultimo, convulso giorno di concerti, che ci ha portati da Mosca a Kiev: dopo tante vicissitudini, arriviamo all’ultimo livello e affrontiamo il mostro finale: l’Areoflot, la compagnia di bandiera della Federazione Russa. Un nemico temibile e subdolo, l’unico che è andato vicino a decretare il game-over. E’ con un’arma speciale (l’italianità) che, in extremis, lo sconfiggiamo. E vinciamo un soggiorno tutto spesato al Grand Hotel. Buona lettura!]  

RUSSIA-UKRAINE 2015 / DA YAKUTSK A MOSCA

Un russo con i capelli rossi, raccolti in sparuti dreadlocks, saluta un gruppo di italiani vestiti di nero davanti all’aeroporto di Murmansk. Sale sul furgone ed accende una sigaretta, perdendosi per qualche secondo nel mistico panorama polare, così irreale nelle prime ore del mattino. Poi torna alla realtà, mette la prima e parte. Due giorni e 1.900 chilomteri dopo lo stesso russo è davanti ad un altro aeroporto, quello di Mosca. Ha dormito poco e fumato molto. “Ciao kakao, Denis!”. Nove italiani mezzi rincoglioniti fanno irruzione sul suo furgone e collassano sui sedili…

Capitolo 5:

Sabato 30 maggio, da Yakutsk a Mosca, e concerto. 

Partiti alle sei del mattino da Yakutsk, abbiamo sorvolato per sette ore l’intera estensione della Federazione Russa e adesso a Mosca sono le… sette del mattino. Assurdità dei fusi orari sovietici! Dopo una dormita interlocutoria (non sappiamo bene se e per quanto dobbiamo dormire), usciamo a fare un giro. Mosca nella sua grigia, austera maestà ci è familiare ormai: abbiamo forse finalmente fatto amicizia con questa inospitale megalopoli?

RUSSIA-UKRAINE 2015 / DA MURMANSK A YAKUTSK

[Benvenuti alla quarta puntata del reportage sul nostro tour nell’ex-Urss! Con uno schiocco di dita, ci teletrasportiamo dall’altra parte del mondo, nelle lande desolate della Siberia orientale: in questa terra inaccessibile e inospitale chiamata Sacha-Yakuzia scopriamo il segreto della vera ospitalità e il significato primigenio della parola “punk”. I pericoli comunque non mancheranno: dovremo orientarci nei labirinti di ghiaccio scavati nel permafrost, affrontare zombi-mammuth in avanzato stato di decomposizione, presidi nottambuli, nani seda-risse e scolare minacciose bottiglie di champagne sovietico. Ma alla fine, come sempre, avremo la meglio su tutte le avversità!]

Capitolo 4:

Mercoledì 27 maggio, da Murmansk a Yakutsk.
Giovedì 28 maggio: cazzeggio in Sacha-Yakutia.
Venerdì 29 maggio: concerto a Yakutsk.

kalashnikov collectiveOggi ci attendono circa diecimila chilometri da percorrere. Fortunatamente in aereo. E’ la quarta tappa del nostro tour, la causa per la quale molti dei nostri conoscenti e amici hanno dubitato della nostra lucidità mentale. Perché Yakutsk? Cittadina collocata nell’estremo oriente russo, in una delle regioni meno ospitali e più remote della Siberia, la Sacha-Yakutia, è celebre per essere il polo del freddo del mondo abitato: a Yakutsk il termometro, in inverno, scende al di sotto dei -50°! Il motivo per cui abbiamo scelto di fissarla come tappa è semplice: che ci crediate o no, in Sacha-Yakuzia c’è una florida scena punk e, giunta notizia del nostro imminente tour in Russia, qualcuno da là si è dimostrato entusiasta e disponibile ad organizzarci una data. Noi, che non amiamo le soluzioni  scontate e rassicuranti, abbiamo accettato senza pensarci due volte. Avremmo dovuto?

RUSSIA-UKRAINE 2015 / DA PETROZAVODSK A MURMANSK

[In questa terza puntata del reportage sul nostro tour nell’ex-Urss:  un’orda di scarafaggi ci sale lungo la schiena durante il sonno, raggiungiamo a stomaco vuoto le estreme propaggini del mondo e l’incubo della catastrofe ecologica si materializza davanti ai nostri occhi all’improvviso, nella notte artica. Ed ancora: i cani possono volare, il rock comunista é vivo e i punk al polo nord sono caldi. Verso la penisola di Kola, attraversando mille chilometri di tundra… Grande Nord, eccoci!] 

Capitolo 3: 

Lunedì 25 maggio, da Petrozavodsk a Murmansk. Martedì 26 maggio, concerto a Murmansk.
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I tram sono buoni, I trolleybus sono ok, la metropolitana pure, ma le renne sono meglio! Qui nella tundra non c’è confusione, non c’è disordine, non bisogna lottare per un parcheggio e soprattutto non ci sono poliziotti!
[Kola Beldy – А олени лучше! (Le renne sono meglio) (USSR 1977)]

 

aDistanza tra Petrozavodsk e Murmansk? 960 chilometri. Ciao, si parte. Procediamo verso nord sulle strade della Carelia Bianca, sotto un cielo cristallino, tra foreste fittissime, ameni villaggi e putridi acquitrini. Ogni tanto una smoking break in un autogrill russian-style, uno spuntino frugale a base di riso bollito, cetrioli e cascate di caffè. Fuori dalle finestre, nei parcheggi ai bordi della foresta, si aggirano cani randagi molto simili a lupi.
Dopo alcune ore di viaggio la vegetazione si fa più rada, gli alberi più bassi e i segni della presenza umana sempre meno frequenti. Tutto appare più paludoso, insalubre, decisamente inospitale; sotto i manti di erba e muschio la terra è una spugna impregnata d’acqua. “D’ora in poi bisogna far rifornimento a tutte le stazioni di benzina – dice Denis – perché saltandone una si rischia di rimanere a secco in mezzo alla tundra!”. Wow, la tundra! Non capita tutti i giorni di trovarsi in questo bioma tipico delle regioni sub-polari. Qui si possono ammirare driadi, mirtilli selvatici, licheni e… poco altro. La tundra è terra aspra e desolata!
Percorrere lunghi tragitti in furgone, è già di per se un’esperienza ubriacante, leggermente psichedelica, in questo caso lo è ancora di più perché il sole da queste parti, in tarda primavera, non tramonta mai e si perde completamente il senso del tempo. Viaggiamo in silenzio osservando dal finestrino questa natura sempre più ostile intorno a noi…

 

Swamps
Swamps

Ad un certo punto il cielo si colora di un leggero arancione, a suggerire l’idea vaga di un tramonto, ma pochi minuti dopo il sole è già alto e sembra mattina, benché sia notte fonda: il sole ha disegnato un’ellisse nel cielo senza mai scendere oltre l’orizzonte…

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Dopo circa dieci ore di viaggio facciamo una pausa accanto alla stele che indica il punto in cui passa il Circolo Polare Artico…

Al circolo polare artico si risvegliano alcuni vecchi dissapori...
Al circolo polare artico si risvegliano alcuni vecchi dissapori…

Approaching Monchegorsk
Approaching Monchegorsk

Proseguendo la marcia verso nord non incrociamo nessuno, se non qualche tir polveroso. Ogni volta che ci imbattiamo in un cartello con la distanza che ci separa da Murmansk mettiamo una mano sugli occhi per non vederlo. Chi ha il coraggio di leggere il numero a tre cifre che segue prorompe in una risata isterica e sviene. Non abbiamo più sete, fame, sonno, non sappiamo dove siamo, non sappiamo se è notte o giorno.

Dopo circa sedici ore di furgone, intorno alle due e mezza di notte, giungiamo in prossimità di Murmansk… Improvvisamente ci troviamo in un tratto di territorio nel quale la vegetazione sembra essere stata spazzata via da una qualche misteriosa catastrofe: la terra è scura, disseminata di vegetazione bruciata, scheletri d’albero dai rami secchi e contorti. Vediamo poi stagliarsi ciclopiche ciminiere in mezzo al nulla e, in un avvallamento, sorgere una tetra cittadina con i soliti edifici in stile sovietico duro. Perchè qui è tutto così orribile? Chiediamo. “Perché siamo nei pressi del fucking hell of Monchegorsk – ci dice Denis – dove la gente muore a quarant’anni a causa dell’inquinamento”…
Guardiamo fuori dal finestrino stregati da questa visione irreale sotto il pallido sole di mezzanotte. Qui si estrae e si lavora il nickel per la più grande industria russa del settore (la famigerata Norilsk Nikel) e ciò rende questa cittadina una delle più inquinate di tutta la Federazione. “Se ci si ferma attorno a questi acquitrini non si sente nessun rumore: niente gracidare di rane o ronzare di insetti. E’ tutto morto!”. Quando Monchegorsk scompare dietro ad una collina, la vegetazione e tutto il resto tornano al loro posto, e sembra quasi di risvegliarsi da un brutto sogno…
Monchegorsk d'estate
Monchegorsk d’estate
Monchegorsk d'inverno
Monchegorsk d’inverno

Il cielo è chiarissimo, ma la qualità della luce è strana; ha qualcosa di anemico, di emaciato. E’ la tipica luce delle notti artiche. Murmansk ci appare un filino spaventosa sotto questo cielo esangue: i brutti edifici sovietici scrostati dal gelo sono gettati qua e là senza apparente logica, gli spazi residuali tra una costruzione e l’altra sono sudici e fangosi… Il gps ci ha lasciati da un paio di giorni e Denis cerca di orientarsi a memoria, ma non vuole ammettere che non ha la più pallida idea di dove andare. Ad un certo punto però avvistiamo un tizio col giubbotto correrci dietro dall’altra parte della strada… è Kiril! Kiril ha venticinque anni, trascorsi interamente qui a Murmansk.

apartment_in_murmansk_5img_4969Ha organizzato il concerto di domani (o oggi, dato che è l’alba) e ci porterà a casa sua per riposare dopo il lungo viaggio. L’appartamento di Kiril sorge in mezzo ad una distessa di pozzanghere e melma nella periferia della città. Dentro fa molto caldo, ed è tutto molto stretto: Kiril però è stato gentilissimo e ha cercato di mettere insieme più letti possibile (non è semplice ospitare nove persone in una casa di cinquanta metri quadri!). Quindi, povero, lui ha dormito sul pavimento della cucina, mentre Denis si è accomodato… sul balcone! “Oh, non preoccupatevi – dice -, per i russi dormire in balcone è normale, anzi è un lusso, perché il balcone è fresco e arieggiato”. Boh. In effetti a casa di Kiril pare che le finestre non vengano aperte da tempo immemore, c’è aria stagnante, ma crediamo sia perfettamente normale a queste latitudini estreme. Scopriamo che anche gli scarafaggi sono un fatto comune da queste parti. E in questo appartamento ce ne sono tanti. Ma non ci facciamo tanto caso e ci adagiamo dolcemente accanto a loro, addormentandoci con l’impressione che vivere qui a Murmansk non sia un granché. Al risveglio, la fabbrica di cemento fuori dalla finestra è a pieno regime…
Concrete reality
Concrete reality
Denis?
Denis?

“Là ci ho lavorato quando ero più giovane. Un posto schifoso!” ci dice Kiril. Ti piace vivere a Murmansk? Gli chiediamo. “Certo che no. Non piace a nessuno vivere a Murmansk! Tutti ci vivono solo per i soldi, perché c’è lavoro…”. Bah, qualcosa di buono questa cittadina di 300.000 abitanti, la più popolosa al di sopra del circolo polare artico, avrà pure… Dato che Denis, o quel bruco gigante accartocciato in mezzo alla spazzatura in balcone che dovrebbe essere Denis, dorme ancora, decidiamo di andare a passeggiare fuori per fare colazione in un bar o qualcosa di simile. Mentre comunichiamo questa cosa a Kiril, lui ci guarda come se ci uscissero delle larve dalle orecchie. “Guardate dalla finestra, vi pare che qui possa esserci un bar?”. Bisogna prendere il furgone e andare in centro. Ci rimettiamo a sedere tra gli scarafaggi, con la faccia triste. Dopo un secondo però compare Denis: la sua metamorfosi da bruco a farfalla è stata repentina. Sfarfalliamo come falene affamate giù in strada, montiamo sul furgo e ci dirigiamo in centro per un pranzo/colazione/merenda (non sappiamo bene che ore sono). Il centro della città è in realtà quasi grazioso: larghi viali di gusto staliniano, marciapiedi vivaci, librerie, negozi… ma neanche un posto dove mangiare! Poi troviamo un self-service e finalmente ci abbuffiamo di… riso e cetrioli. Di nuovo in forze (più o meno) risaliamo sui sedili del furgone per una breve gita fuori porta: Denis ci tiene molto a portarci a vedere l’oceano artico, a 120 chilometri a nord-est di Murmansk. Si tratta dell’unico punto dove in Russia è possibile raggiungere su gomme le estreme propaggini della terra ferma ed affacciarsi sul nulla artico. La strada è buona? Chiediamo. “I primi ottanta chilometri sì, gli altri quaranta non tanto”. Ci preoccupiamo un po’ perché una strada non tanto buona per un russo, per chiunque altro non è realmente una strada.

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Sfrecciamo in mezzo alla tundra a cento all’ora e più avanziamo più il panorama si fa surreale, pressappoco onirico… La vegetazione ormai è quasi del tutto scomparsa, si notano ampie aree ghiacciate negli avvallamenti del terreno, il cielo ha uno strano colore lattescente e il vento è gelido.
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Qui vicino, dice Denis, c’è un villaggio che è chiamato il Villaggio dei Cani Volanti: il vento lì soffia talmente forte che a volte i cani prendono il volo. Scoppiamo a ridere come matti, soprattutto perché Denis sembra essere serio. Immaginiamo cani legati al guinzaglio svolazzare come palloncini con l’aria infelice. In Russia succedono cose strane, anche molto più strane di questa, quindi tutto sommato ci convinciamo che un’ipotesi del genere possa non essere così remota… Superiamo il villaggio dei cani volanti e svoltiamo verso Teriberka, il villaggio da cui si raggiunge poi l’oceano. La strada è sterrata, piena di sassi e buche, le sospensioni del furgone sono sottoposte a tortura…
Avvicinandoci a Teriberka non crediamo ai nostri occhi: case di legno completamente marce, alcune del tutto sfasciate, orribili edifici in cemento, coltri di fango, calcinacci, carcasse di vecchie auto, spazzatura ovunque. Le copertine catastrofiche e post-apocalittiche dei dischi crust sono quadretti idilliaci se paragonati a Teriberka…

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Da oggi, abbiamo un luogo dove non vorremmo mai vivere, qualsiasi cosa accada. E si chiama Teriberka. Mentre costeggiamo alcuni scheletri di imbarcazioni riversi nell’acqua stagnante, pensiamo che qui tutto abbia più l’aspetto di un cimitero che di un luogo abitato… Poi però ci imbattiamo in un paio di edifici che sembrano più recenti, uno probabilmente è una sede amministrativa, l’altro una scuola. Avvistiamo due babushke ad una bancarella che vendono fiori e in lontananza un cane abbaia legato ad una catena (ma non vola). Sono molto scarsi i segni di vita qui a Teriberka, che scopriamo essere una cittadina di mille abitanti, per lo più pescatori di spugne di mare, collocata quasi per punizione divina in questo incredibile finis terrae.
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Attraversata la cittadina, Denis imbocca un sentiero dissestato che taglia in due una discarica a cialo aperto… A Teriberka non c’è un servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, e la spazzatura viene gettata in uno spiazzo, tanto poi per dieci mesi all’anno viene coperta dalla neve!
Pochi metri ancora ed ecco finalmente… il mar glaciale artico!
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Denis è sorpreso dal fatto che nessuno abbia ancora aperto un resort qui: ritiene che sia un posto bellissimo e che a molti piacerebbe passarvi qualche giorno a contemplare la natura; immaginando il tipico turista russo che affolla gli alberghi della riviera romagnola, sospettiamo che a Denis manchi, come dire, un pizzico di fiuto per gli affari…
 I vecchi dissapori non si placano nemmeno in riva al mar glaciale...
I vecchi dissapori non si placano nemmeno in riva al mar glaciale…
Ipnotizzati da quest’orizzonte infinito ripensiamo a quando, vent’anni fa abbiamo iniziato a suonare assieme, quattro babbei senz’arte né parte chiusi nella saletta dell’oratorio a tentare di mettere insieme una canzone di tre accordi… senza riuscirci il più delle volte. Chi avrebbe mai pensato, allora, che la nostra musica un giorno ci avrebbe portato qui, ai confini del mondo, a suonare a Murmansk, a quattrocento chilometri a nord del circolo polare artico? Ehi, a proposito: è tardi e dobbiamo tornare in città per il concerto!arctic-ocean
marglacialeIl posto dove suoneremo si trova in un quartiere periferico della città che ospita varie autofficine e garage, all’interno di uno di queste, di proprietà di un frikkettone locale, la comunità punk ha messo a punto una specie di squattone rovina, con bar, sala concerti, back stage. Il classico posto semi-legal alla russa nel quale ormai ci sentiamo a casa. La messa a terra, qui, è un sogno: dai microfoni escono scariche elettriche tuonanti, tutto gracchia, scricchiola, gli ampli sono di marche sconosciute e sfrigolano come friggitrici piene di aringhe. C’è una dispersione pazzesca: l’impianto elettrico sembra essere sull’orlo di un colossale corto circuito. Alla fine riusciamo a portare a termine il soundcheck senza essere folgorati.
A poco a poco affluiscon i punx locali. Tutti e tutte ci guardano come strane creature bipedi appartenenti ad una razza estinta: siamo i primi italiani che vedono quassù e uno dei pochi gruppi stranieri (e che non siano finlandesi) a suonare a Murmansk. I ragazzi e le ragazze vogliono sapere tutto di noi: che cosa pensiamo della loro città, perché siamo qui, come ci chiamiamo, che cosa ci piace mangiare… vogliono fotografie e soprattutto autografi (su dischi, scarpe, magliette, borse… pelle umana!). Una ragazza ha addirittura un tatuaggio enorme sul petto raffigurante la copertina di un nostro disco! E’ bello ricevere questo tipo di accoglienza, ma fa un effetto strano, imbarazza in alcuni frangenti: non si sa bene che cosa fare e che cosa dire!

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L’antica consuetudine dell’autografo: borse, scarpe e costato.

Aprono il concerto le band locali: gli “Imposizione della pace” (Принуждение К Миру), gli Artica ’77 e i Varzuga, con il loro spaventoso e marcissimo death metal pagano. Ma quelli che più ci incuriosiscono sono i Polar Pravda (prendono il nome appunto dalla Полярная Правда, la gazzetta dei soviet fondata a Murmansk negli anni ’20) che ci vengono presentati come un band di “rock comunista”. Comunista? Pare che questi ventenni siano in effetti nostalgici del periodo sovietico e ne cantino le virtù, benché per ovvie ragioni anagrafiche non le abbiano mai conosciute. E lo fanno con un punk rock dimesso e del tutto scombinato, in pieno stile siberiano. Il cantante siede di lato, sullo spigolo del palco, se ne sta lì con la sua birra e di tanto in tanto, svogliatamente, riversa rantoli fangosi nel microfono. Poi si alza e passeggia preso male da una parte all’altra della stanza; quando non canta si disintressa totalmente del pubblico ed osserva i suoi compagni di band, scocciato dai lunghi intermezzi strumentali. Insomma, un cosa mai vista prima. Aspettiamo con trepidazione il successo internazionale dei Polar Pravda, che, siamo sicuri, cambierà per sempre il modo di intendere la musica rock. Infine, come di consueto… noi!

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Alla fine festeggiamo tutti e tutte la magnifica serata (anche se è pieno giorno!) con una fotona di gruppo sotto il sole di mezzanotte!
Spasiba, Murmansk punx!
Spasiba, Murmansk punx!

Postilla: Kola Beldy, Sergey Kuriokhin e all cops are bastards.

Kola Beldy
Kola Beldy

“Lo percepite lo spirito del grande Kola?” ci chiede Denis mentre, nel dormiveglia, attraversiamo la tundra sotto la luce obliqua della notte artica. Ehm… certo! Denis si riferisce a Kola Beldy, della cui musica tutti noi siamo profondi estimatori. Chi è Kola Beldy? La leggenda vuole che sia nato nel 1929 in un villaggio nei pressi di Khabarovsk, nell’estremo oriente russo, da una famiglia poverissima di etnia nanai. Sempre la leggenda vuole che il giovane Kola, rimasto orfano, barando sull’età sia riuscito ad imbarcarsi come mozzo nella Flotta del Pacifico durante la seconda guerra mondiale e che abbia combattuto in Corea, con siffatto ardore da essere insignito, alla fine della guerra, di svariate medaglie al valore. In tempo di pace si scopre cantante e, grazie alle sue straordinarie doti vocali e sceniche, viene avviato verso una brillante carriera musicale di regime, che lo porterà a diventare molto popolare in Unione Sovietica come cantore dei popoli dell’estremo nord e delle minoranze etniche dei luoghi più remoti della Siberia. Trasferitosi a Mosca, tocca il culmine della sua popolarità negli anni ’70, nel panorama musicale sovietico incline al macabro e al kitsch dell’epoca di Breznev. Kola si fa interprete, nella sua musica, di tutte le sparute etnie indigene delle regioni artiche, cantore della tundra e di tutte quelle figure un po’ pittoresche che la animano: il pastore sulla slitta, il pescatore di aringhe, il villico un po’ ingenuo che sgranocchia cotenna di balena… ma è soprattutto la renna le vera protagonista della musica di Kola, come nel brano (che trovate all’inizio di questo post) “Le renne sono meglio”, il cui testo per altro esprime quella tradizionale ostilità anarcopunk nei confronti delle forze dell’ordine: “I tram sono buoni, I trolleybus sono ok, la metropolitana pure, ma le renne sono meglio! Qui nella tundra non c’è confusione, non c’è disordine, non bisogna lottare per un parcheggio e soprattutto non ci sono poliziotti!”.

Sergei Kuriokhin
Sergei Kuriokhin

Nell’epoca dei profondi stravolgimenti che investono la società russa negli anni ’80, la carriera di Kola sembra però destinata a declinare: come tutte le icone della demenziale era brezneviana, rappresenta anch’egli quel passato ampiamente denigrato dalle nuove generazioni. O forse no? Kola non è proprio come gli altri: la sua storia, la sua provenienza e soprattutto il suo stile canoro infatti lo rendono interessante anche per i musicisti più iconoclasti della Perestrojka, come, ad esempio, Sergei Kuriokhin. Senza neanche farlo apposta Sergei è nato Murmansk, nelle lande innevate cantate da Kola Beldy. Negli anni settanta è uno stimato pianista jazz, prima di ribellarsi alle ovvietà della musica di genere e mettere in piedi, all’inizio degli anni ‘80, un progetto suicida votato all’anarchia e al caos: la Meccanica Popolare. Dice lo stesso Kuriokhin. “Meccanica Popolare consiste praticamente di tutto ciò che incontro. Arrivo in una città, vado sul luogo dello spettacolo e vedo che cosa e chi c’è a disposizione. Poi chiamo tutti i possibili partecipanti, li provo un po’ e invento un luogo e un ruolo per ognuno”.
Artemy Troitsky, il divulgatore del rock russo ai tempi di Gorbaciov, descrive così la formula di Kuriokhin: “C’è sempre una folla ansiosa di contribuire a Meccanica Popolare. A volte vengono invitati esecutori singoli, a volte interi gruppi. Il risultato è grandioso, una Babilonia dell’arte che intrappola gente di tutti i tipi, dai musicisti “industriali” che picchiano sul metallo ai musicisti etnici tradizionali, e poi pittori, attori, mimi, compagnie intere, bambini e animali. Il nucleo di Meccanica Popolare – una mezza dozzina di strumentisti – resta in scena per tutto lo spettacolo e produce un sottofondo rumoroso e costante. Tutti gli altri partecipano seguendo gli ordini del direttore Kuriokhin, che sembra un generale sul teatro delle operazioni metnre manda le sue divisioni in battaglia. […] Per Kuriokhin più la combinazione è incongrua e ridicola e migliore è l’effetto che di ottinene. Mentre un famoso cantante d’opera esegue arie dalla Tosca una turba di oche agitate e starnazzanti viene spinta sul palcoscenico; modelle con biancheria intima sado-maso incedono cercando di sedurre la banda di fiati della Marina; quando una star della chitarra suona l’assolo blues più mozzafiato qualcuno improvvisamente inizia a fare a pezzi dei mattoni… e avanti di questo passo”…

Meccanica Popolare live: composizione per basso, chitarra, ombrello e appendiabiti.
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Meccanica Popolare live: rutilante botta e risposta tra i sassofonisti, i polli e...
Meccanica Popolare live: rutilante botta e risposta tra i sassofonisti, i polli e…
...una capra.
…una capra.

Scrive Troitsky: “Una volta Kuriokhin invitò ad uno spettacolo un uomo chiamato Kola Beldy, un cantante pop eschimese di cinquant’anni che negli anni settanta ebbe alcuni hits tundra-style e che viene ritenuto il marchio di garanzia del kitsch pop artico sovietico. Il suo contributo a Meccanica Popolare fu naturalmente accolto con un uragano di applausi e di risate, e questo fece felice Kola Beldy. “Poveraccio, era così commosso, ha abbracciato e baciato il Capitano (soprannome di Kuriokhin) sul palco… non si è reso conto che in realtà era stato crudelmente ridicolizzato” mi ha raccontato uno dei membri fissi della band”.

L’anonimo strumentista forse però sottovalutò lo Spirito della Tundra: è così scontato che fu il metropolitano Kuriokhin a farsi beffe del villico Kola, oppure è vero il contrario, cioè che Kola intravide nell’avanguardia new-wave il contesto ideale nel quale infondere nuova linfa vitale alla propria ispirazione?
Ad avvalorare questa tesi, un anno dopo, nel 1989, esce sul mercato discografico sovietico l’album “Белый Остров” (Isola bianca) di Kola Beldy: un disco indefinibile, inaudito e tremendamente evocativo, considerato ancora oggi uno dei più incredibili e singolari album del rock russo dell’epoca della Perestrojka; in sede di registrazione, Kola non viene accompagnato dalla solita orchestra di Stato di mestieranti in formalina, ma da un giovane complesso post-punk moscovita, e il risultato è… ethno-minimal-wave? Arctic-Industrial music? Taiga-punk? Come definire l’improbabile incrocio tra musica eschimese e cupo, scarno post-punk dalle venature no-wave di Isola bianca? Non lo possiamo di certo chiedere al nostro eroe che, di lì a poco, rinunciando alla vita agiata e mondana della capitale, si ritira a Khabarovsk, nella terra delle sue origini e morirà d’infarto nel 1993…>>> Download KOLA BELDY “Белый Остров” album (USSR 1989) in mp3 (.rar – 99 mb.) 

Ex-URSS 2015 / da San Pietroburgo a Petrozavodsk

[Profumo di resina, laghi incantati e paesaggi idilliaci: benvenut* in Carelia! Seconda puntata del reportage sul nostro tour nell’ex-Urss: per una volta niente paramilitari in assetto anti-sommossa, ma solo pace e relax all’ombra degli abeti (e di qualche carro armato). Hyvyä huomenta, Karjala!]

 Capitolo due: 

Domenica 24 maggio, da San Pietroburgo a Petrozavodsk.

“…Vedrò la Carelia nei miei sogni per molto tempo, vedrò gli occhi azzurri dei laghi con le loro ciglia di abeti…”
[Лидия Клемент (Lidiya Klement) – Карелия (Carelia) (USSR 1964)]
careliaLa Carelia è una regione che si estende tra Russia e Finlandia. Esiste una Carelia finlandese, meno estesa, e una russa, più estesa, che costituisce una delle tante repubbliche autonome della Federazione Russa.
Ogni tanto, può capitare di imbattersi in qualche vecchio careliano che davanti ad una pinta al bar rivendichi il fatto che quello o quell’altro acquitrino careliano sia più finlandese che russo, o viceversa, ma sostanzialmente la Carelia vive bene così, divisa in due; i dissidi si limitano al recupero delle alci che vanno a brucare aldilà del confine dell’uno o dell’altro stato.
Detto questo, mentre la attraversiamo, pensiamo che la Carelia Russia sia una regione molto bella, grazie alla folta vegetazione di conifere, ai circa (si dice) 50.000 laghi (!) e agli incantevoli panorami. Qui, gli architetti sovietici, forse trovatisi in soggezione di fronte alla bellezza naturale del luogo, hanno contenuto l’edificazione dei classici scatoloni di cemento armato che costellano l’allegra Russia.
Perfino gli autogrill sono più dolci ed accoglienti che nel resto del paese: non ci sono uomini con i baffi ad importunarci né brutti cessi con le turche di legno. Dove ci fermiamo a mangiare riso e cetrioli, c’è anche un maxischermo che trasmette un vecchio film sulla rivoluzione di ottobre ed alcuni lupi che si aggirano tra le pompe di benzina…

EX-URSS 2015 / arrivo a Mosca e concerto a San Pietroburgo

[Nel maggio del 2015 siamo tornati a suonare nell’ex-Unione Sovietica, ma questa volta con l’intento di evitare accuratamente ogni ovvietà: il tour che abbiamo ordito con lucida follia ci ha portati da San Pietroburgo all’estremo nord, nella penisola di Kola, poi nella repubblica di Sacha-Yakutia, nel misterioso oriente siberiano e infine in Ucraina, paese (tristemente) alla ribalta delle cronache degli ultimi tempi. Abbiamo toccato le propaggini estreme del mondo prima del nulla artico, viaggiato per migliaia di chilometri in mezzo alla tuundra sotto il pallido sole di mezzanotte, abbiamo calpestato i resti dei Mammuth intrappolati nel permafrost, camminato per le strade della città più fredda del mondo, suonato per la comunità anarchica di Kiev, in Ucraina, dove, a causa del vacuo terrorismo dei media, nessuna punk band mette più piede. Se vi interessa scendere nei dettagli, eccovi il consueto resoconto a puntate!]       

Capitolo Uno: Venerdì 22 maggio, arrivo a Mosca e partenza per San Pietroburgo.  Sabato 23 maggio, concerto a San Pietroburgo.

Abbiamo visto la notte, siamo andati in giro fino al mattino!…”
[Kino – Видели ночь (Abbiamo visto la notte) – USSR 1986]

russia kalashnikovLa traversata onirica

“Smoking break!”. Riapriamo gli occhi, ma non siamo sicuri di essere del tutto svegli, perché fuori del finestrino del furgone c’è qualcosa che non dovrebbe esserci: una specie di villaggio degli gnomi con le casette in legno e le tendine colorate. Ogni casetta ha una finestrella e sul davanzale di ogni finestrella c’è un imperioso samovar fumante che avvolge tutto di una coltre onirica. Ma certo: si tratta semplicemente dell’ennesima variante russa del concetto, così banale per noi occidentali, di autogrill, ma che qui assume forme imprevedibili. Sono le cinque o le sei di mattina, il sole è alto e dalle casupole le nonnine con i denti d’oro offrono già tè e pesce secco agli automobilisti. Beh, niente pesce secco stamattina: richiudiamo gli occhi e torniamo a dormire…
Siamo in viaggio da circa dodici ore, diretti a San Pietroburgo. Capitan Denis Siggi Alekseev è come sempre al volante. Lui, le sue smoking break e i suoi piani che funzionano, ma solo dopo essere sembrati a chiunque del tutto folli. Tipo il piano di guidare ininterrottamente tutta la notte per macinare i 750 chilometri che separano Mosca da Pietroburgo, prima data di questo nostro nuovo, epico tour nell’ex-Unione Sovietica.

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Belarus/Lithuania/Poland 2015

[Parte da qui il reportage del nostro recente mini-tour nell’estremo est europeo: Polonia, Bielorussia e Lituania. Tour breve, ma pieno di sorprese… buona lettura!]

Notte tra l’otto e il nove gennaio: Varsavia – Hrodna. Siamo al confine tra Polonia e Bielorussia. Le luci al neon della tettoia sotto la quale ci hanno fatto parcheggiare illuminano un manto di neve ancora intatta intorno a noi. Il resto è buio e silenzioso.

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[Belarus*Lithuania*Poland tour 2015 – preface]
Riot cops raid punk concert in Minsk!
[Puj] Ora che siamo a casa, prima di redarre il consueto report dettagliato del nostro tour in Bielorussia, Lituania e Polonia, possiamo raccontare con calma quello che è successo durante il nostro concerto di sabato scorso a Minsk, in Bielorussia. Eccone il resoconto…
Arriviamo alle sei circa al club Piraty, un grosso locale della città dove è previsto il concerto nostro e di altre quattro band: alle otto il primo gruppo inizia a suonare e nel locale ci sono già più di duecento persone. All’improvviso, fanno irruzione circa venti paramilitari in tenuta mimetica, con pistole, fucili e passamontagna calati sul volto. Altri fuori, circondano l’edificio e non fanno uscire nessuno. Quando leggiamo sulle maniche dei giubbotti la famigerata sigla “OMON” realizziamo che probabilmente non sono nostri fan bielorussi venuti in comitiva per il concerto. Gli OMON (Отряд Милиции Особого Назначения) sono un corpo speciale della polizia russa, addestrato per azioni anti-terrorismo e operazioni militari “sporche”. Hanno una fama  davvero pessima; basti pensare al loro motto: “Noi non conosciamo pietà e non ne chiediamo“. Si tratta di un residuato dell’Unione Sovietica, che solo la Russia e gli stati meno “liberali” dell’ex-USSR (come la Bielorussia) vantano ancora.
Senza troppi complimenti, ci obbligano a stare con le mani alzate e la faccia al muro. Ci filmano, ci fanno domande (e non parlano che il russo), ci controllano i documenti tra le dieci e le dodici volte, senza alcuna spiegazione.


Dopo un’ora e mezza di tensione, finalmente risalgono sul finto autobus di linea con il quale, in incognito, erano arrivati. Bilancio dell’operazione: tre arresti. Uno degli sbirri ci dice in un inglese del tutto avventuroso, che si è trattato di un’azione anti-dorga e contro “fascisti anarchici”. Ci fa capire di lasciare immediatamente l’edificio chiedendoci, soprendentemente, se vogliamo riscuotere prima il nostro “cachet” anche se il concerto non si terrà: una roba assurda, che merda!

Dopo l’accaduto, i ragazzi e le ragazze si sono organizzati con grandissima solidarietà ed efficenza ed hanno deciso di trasferire la serata in un garage alla periferia di Minsk; così siamo saliti sul van e abbiamo vagato per chilometri lungo le tetre strade innevate della città fino ad un complesso di box di cui uno era adibito a sala prove. Là dentro, in dieci metri quadrati, con una tempesta di neve fuori si è tenuto il nostro concerto. Uno dei più belli della nostra storia, naturalmente!

Lunedì questo i tre arrestati sono stati giudicati per direttissima: il reato che hanno loro accollato è quello di “hooliganism” (teppismo generico), ma per due di loro l’accusa è stata più grave, ovvero “distribuzione di letteratura radicale” (un reato che la dice lunga sull’assenza di libertà e diritti in Bielorussia). Per quanto riguarda il primo reato la pena è stata definita in dieci giorni di carcere e una multa; per il secondo ancora non si sa. Il processo si è tenuto a porte chiuse, e uno dei detenuti ha riferito di essere stato picchiato nella stazione di polizia. E’ chiaro che si è trattato di un’operazione intimidatoria a scopo repressivo contro la scena punk anarchica di Minsk. 

Sappiamo che all’interno della comunità punk bielorussa sono nate alcune polemiche (in un topic su abc-belarus.org) circa il comportamento “sottomesso” dei presenti rispetto agli sbirri durante l’episodio; la verità è che tutto, almeno per noi, si è svolto in un clima di attesa ed incredulità, nel quale non avevamo la più pallida idea di che cosa fare o dire. La situazione sembrava poter pericolosamente deragliare da un momento all’altro verso direzioni del tutto imprevedibili; nessuno ha compreso fino alla fine le reali intenzioni degli sbirri.
Quello che possiamo fare ora è denunciare l’accaduto e dimostrare solidarietà ai compagn* di Minsk anche con future iniziative benefit per sostenere le spese legali degli arrestati.
FUCK THE OMON, UP TO THE BELORUSIAN PUNX! 
Robert Hanna

[We talk about…]

COUNTDOWN TO ARMAGEDDON! 
(Post-crust from Seattle, U.s.a.)
[Puj] Il due settembre prossimo suoneremo a Milano con gli amici dei Countdown to Armageddon, trio di Seattle, U.S.A., al loro secondo tour europeo. Non fatevi ingannare dal nome! Non si tratta del solito d-beat apocalittico: la loro musica sta in bilico tra post-punk, crust e…beh, sì, grunge!
Considerata la città di provenienza della band, ovvero l’epicentro di quel fenomeno musicale degli anni ’90, potrebbero non essere un caso! Tutti i punk della nostra generazione sono cresciuti con i dischi grunge, e sotto sotto oggi li amano più di allora. Anche Zack, batterista dei C.T.A. pare aver avuto un trascorso simile: “Sono cresciuto negli anni ’90 e ho ascoltato un sacco di musica grunge in quel periodo, I Nirvana sono stati il mio gruppo preferito da quando avevo circa 12 anni. Ho imparato a conoscere il punk, metal e rock n ‘roll da tutte quelle band. E divertente vedere che da queste parti pare esserci un revival grunge… ma con un taglio più hipster!“. E’ vero, anch’io l’ho notato caro Zack: il grunge oggi è… figo!
Ascolto ancora un sacco di dischi grunge degli anni ’90 – aggiugne Rob (chitarra/voce) – anche se alcuni di essi non sono invecchiati così bene 🙂 E ‘un peccato che la scena di Seattle sia stata così sfruttata dall’industria discografica durante quel periodo, perché un sacco di quelle band in realtà hanno scritto canzoni davvero belle, con produzioni pesanti e oscure“. E Dav (basso/voce)? “Dirt degli Alice in Chains è ancora uno dei miei dischi preferiti!“. 
I componenti del terzetto non hanno però vissuto in città ai tempi del grunge: si sono infatti trasferiti a Seattle da Denver, Colorado, nella prima metà degli anni zero, periodo nel quale hanno formato la band: (Zack) “Non ero a Seattle negli anni ’90 così ho visto le stesse cose che hanno visto gli altri sulle riviste e in televisione. Quando mi sono trasferito qui il fenomeno si era spento del tutto“.

Dav Tafoya

Formatisi nel 2003, solo nel 2008 i C.T.A. pubblicano il loro primo album, intitolato “Eater of worlds“, fondamentalmente un buon album di crust melodico che raccoglie materiale scritto in un lungo periodo di tempo, inframezzato da un’altrettanto lunga pausa di ben tre anni. Quella di “Eater of Worlds” forse può sembrare una band ancora in cerca della proprio strada; una strada che i tre imboccheranno, senz’ombra di dubbio e con la sicurezza dei veterani, nel disco successivo: il bellissimo Through the wires“, prodotto dalla leggendaria Skuld Release (chi ascoltava crust e anarcopunk negli anni ’90 ben conosce questa label tedesca!). “Through the wires” è un piccolo capolavoro nel quale emergono le influenze dark e grunge di cui abbiamo poc’anzi parlato. 
La causa del brusco cambiamento di rotta tra un disco e l’altro pare sia da attribuire ad una full immersion forzata nelle canzoni dei Cure: (Rob) “Durante il tour di “Eater of worlds” abbiamo imparato un sacco di cover dei Cure per uno spettacolo di Halloween che abbiamo tenuto come ultima data. Quell’esperienza ha spostato il nostro songwriting e “Through the wires” ne è stato il risultato, nonché il primo disco che abbiamo scritto con un concept unitario“. 
Non fraintendete: i pezzi di Through the wires sono certamente ottime canzoni post-punk, ma come se fossero i Black Flag o i Machine Head a suonarle!

L’album ha una copertina molto suggestiva, ed anche piuttosto enigmatica, per questo abbiamo chiesto delucidazioni a Rob: “Ho scattato quella foto nei pressi del confine tra Canada e lo stato di Washington. L’idea mi è venuta scrivendo il testo della canzone che ha dato il titolo all’album. La canzone parla di ricongiungersi alla natura per sfuggire alla giungla di cemento della città; ho pensato che sarebbe stato interessante lasciare un po’ libera interpretazione all’osservatore: quella persona che giace tra l’erba in copertina è viva, morta o dorme? Il protagonista della foto è in realtà il nostro amico Brandon, che suona con me in un’altra band chiamata con Sick Ward“.

La copertina di “Through the wires”
Zack Alexander

La data del due settembre a Milano, al T28 assieme a noi, sarà la prima di un tour che porterà i C.T.A. a girare l’Europa: Francia, Olanda, Germania, con alcune partecipazioni prestigiose come l’Enemy of the Sun di Praga. Non si tratta della prima esperienza della band nel nostro continente, per cui ho chiesto loro che impressione si siano fatti della scena punk D.I.Y. europea sulla base degli scorsi tour. Sono emerse riflessioni interessanti: (Rob) “Ho visitato l’Europa nel 2002 con la mia vecchia band Phalanx, ho passato un sacco di tempo in tour con loro e sono rimasto subito colpito dal livello di organizzazione underground e del senso di comunità che c’è in Europa. La differenza principale tra Stati Uniti ed Europa è che gli americani hanno meno senso di comunità degli europei; la nostra é una cultura individualista che è focalizzata sul materialismo e sul guadagno personale più che su ogni altra cosa. Un sacco di lavoro sulla comunità che avviene negli Stati Uniti proviene dai punk che hanno viaggiato all’estero e hanno visto come altri gruppi lavorano insieme, ma si tratta ancora di poche persone e lontane tra loro. 
Dopo quelle prime esperienze io e i miei amici abbiamo cercato di portare alcuni di questi elementi della scena europea nella nostra, qui negli U.S.A. (vale a dire, per esempio, cucinare per le band in tour, fare attenzione che le band abbiano luoghi dove dormire, ecc.). Il nostro tour nel 2012 è stata un’esperienza positiva: pensiamo che gli europei apprezzino quello che facciamo più di quanto accada negli Stati Uniti”. 

(Dav) “Sembra che gli europei siano più addentro alla nostra musica rispetto agli americani. Sono entusiasta di tornare in Europa e suonare con band che hanno idee in comune con noi, qualsiasi genere di musica suonino“.
(Zack): “Ho sicuramente apprezzato l’aspetto comunitario della scena punk europea. Tutti lavorano insieme verso un obiettivo comune. Cerco di portare quest’aspetto comunitario con me ovunque vada. Stabilire un terreno comune con le persone è importante!“.

Virando il discorso sull’Italia é venuto allo scoperto l’amore che i tre di Seattle nutrono per le vecchie e meno vecchie band italiane. Aaah, sempre la stessa storia: tutti cadono ai nostri piedi, siamo irresistibili!: “(Rob) Uno dei primi dischi in vinile che ho comprato è stata una copia di “Solo Odio” degli Impact. E’ stato in un negozio di dischi usati in Colorado, l’ho comprato senza sapere cosa fosse perché sembrava punk. E ha totalmente cambiato la mia vita! Dopodiché sono stato ossessionato dal punk italiano: Cheta Chrome Muthafucker, Declino e Peggio Punx soprattutto. La compilation P.e.a.c.e./War e il cd antologico della Antichrist Dyonisus mi hanno acceso l’interesse per tutta quella roba“.
(Zack) “Conosco vecchie band italiane come Wretched, Raw Power, Impact, Negazione, Eu Arse. In questo tour suonremo con gli Indigesti e per noi è eccitante! Attraverso Mila e Koppa (Agipunk) ho avuto modo di conoscere altre band italiane come Kontatto, Guida e i Barbarian, che mi piacciono molto“. (Dav) “Wrethced e Impact!“.
Bene, e ora? E ora andate ad ascoltarvi i C.T.A. sul loro Bandcamp, no? Quanto a noi, ci vediamo martedì 2 settembre a Milano, luridi punx!