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Belarus/Lithuania/Poland 2015 – Parte seconda

10 gennaio, a Minsk.

[Seconda ed ultima parte del report del nostro mini-tour nell’estremo est europeo: Polonia, Bielorussia e Lituania. La prima parte è qui! Buona lettura!]
Un autobus sosta davanti al locale. Sembra un normale autobus di linea, ma non è illuminato e non ha il numero. Quando si aprono le porte, non ne fuoriescono i pendolari di ritorno dall’ufficio, ma un plotone di soldati in assetto da guerra, con mimetica, fucili e volto coperto. Irrompono nel locale, fanno mettere tutti e tutte faccia e mani al muro e sbraitano cose in russo, che naturalmente non capiamo.
Ci chiedono i documenti, iniziano ad interrogare uno per uno i presenti, ciascun interrogatorio viene filmato con una videocamera. Non sospettiamo minimamente che intenzioni abbiano. Leggiamo sulle maniche delle loro mimetiche: OMON. Trasaliamo. Quello degli OMON è un corpo speciale di polizia che fu creato dai sovietici in occasione delle olimpiadi di Mosca del 1980, a scopo antiterroristico. Oggi esistono solo nella Federazione Russa e qui, in Bielorussia: sono sbirri-soldato con uno speciale addestramento para-militare, vengono impiegati in territori di guerra e in azioni anti-terrorismo, che in Russia vuol dire tutto e niente, perché anche una pacifica manifestazione di piazza è considerata terrorismo. Il loro motto è “Noi non conosciamo pietà e non la chiediamo”. Gentaglia, insomma.

 

Ci controllano il passaporto decine di volte. Valeria ha lasciato il suo nel backstage e viene scortata per recuperarlo. Trovarsi da soli, nello sgabuzzino dietro al palco, a stretto contatto con un tizio dal volto coperto che imbraccia un mitra non è una sensazione piacevole… Passa il tempo. Stiamo lì così forse per un’ora, con le mani alzate a guardarci negli occhi senza parlare. Ad un certo punto entrano in scena due poliziotte, giovani e un po’ civette. Sorridono, scherzano con i colleghi maschi in passamontagna; è una scena sgradevole, fuori luogo. Si infilano guanti di plastica usa e getta e perquisiscono le borse di Annalisa, Maria e Valeria. Naturalmente, la prima cosa che sbuca dalla borsa di Annalisa, nel silenzio più totale, è la foto di Lukashenko che abbiamo comprato nella libreria di Hrodna! Le signorine non fanno una piega. Non trovando nulla di particolare, escono di scena.
 
Passano altri minuti e la tensione sale quando Olga intima ad uno degli energumeni di non toccarla. Si accende un parapiglia tra i due, subito sedato. Ad un certo punto, uno degli sbirri ci fa capire di metterci i giubbotti e di uscire dal locale. La nostra prima impressione è che vogliano portarci via, in caserma o chissà dove. Poi Bobek, che sa il russo, ci dice che secondo lui ci stanno dicendo che dobbiamo andarcene, tealre, sparire insomma. Allora supponiamo che non volgiano tra i piedi testimoni stranieri per qualcosa di sporco che hanno in mente di fare, e quindi ci domandiamo se facciamo bene ad uscire dal locale… Comunque sia, non abbiamo molta scelta.
Uno di loro ci segue nel backstage per sorvegliarci mentre recuperiamo le nostre cose. E’ uno dei pochi in borghese, e forse l’unico che non parla solo russo, perché ci si avvicina farfugliando qualcosa. Si è trattato di un’operazione anti-droga – ci dice – un’operazione contro i “fascisti anarchici”.
Fascisti anarchici? Che vuol dire? E la droga che c’entra? Non l’hanno cercata, non hanno perquisito quasi nessuno eccetto noi. Anche i giornali il giorno dopo parleranno di un’azione anti-droga, ma è evidente che si è trattato di qualcos’altro; qualcosa che ha più a che fare con un’intimidazione.
Prima di uscire, avvistiamo accanto all’uscita un tizio con indosso un montone, il più anziano di tutti, che sorseggia una tazza di te. Ha la faccia da carogna e il fare del boss. Chiama con un gesto un sottoposto e gli bisbiglia qualcosa nell’orecchio; quello capisce e va da una cameriera. Le dice qualcosa. La ragazza annuisce e, solerte, si preoccupa di versare una bustina di zucchero nella tazza di te del boss. A quel punto capiamo che si tratta non solo del boss, ma anche di uno stronzo. Quello in borghese con la faccia da pesce lesso ci ferma per un’ultima comunicazione. “Prima di andare via volete riscuoter il vostro cachet?” ci chiede. Il nostro cachet? Non capiamo: poliziotti che ci chiedono se vogliamo incassare soldi in nero per l’”ingaggio”, per giunta, senza aver suonato? Beh, naturalmente rispondiamo di no. E allora il boss dice all’altro di ringraziarci, e di scusarsi per aversi rovinato il concerto. Cose senza alcun senso. “Ehi, vorremmo dire, ma anche noi siamo anarchici fascisti!”, ma non ce ne viene dato il tempo, e forse è meglio così. Usciamo confusi dal locale, e sostiamo nel parcheggio davanti al van per qualche minuto. Che fare? Mentre ce lo chiediamo un ragazzo ci viene incontro trafelato: “Potete rientrare, se ne stanno andando!”ci fa. E in effetti, vediamo la colonna di soldati risalire sull’autobus buio e ripartire…

“Sono un estremista, la mia coscienza è pulita!”

Scambiando due parole con i ragazzi, veniamo a conoscenza che quella di stasera non è stata la prima irruzione da parte della polizia ad un concerto punk qui a Minsk. Questa è stata sicuramente la più clamorosa, ma qui è una cosa normale. Nei mesi scorsi ci sono già stati episodi simili. Durante uno di questi, ad un ragazzo che, durante la perquisizione, ha provato a bere un sorso della sua birra, è stato spezzato un braccio. Ci raccontano che è in corso un’operazione repressiva nei confronti della comunità punk di Minsk, rea di propagandare ideali “estremisti” ed “anti-democratici” (per come la democrazia la intende Lukashenko, naturalmente). I punk sono ufficialmente entrati nel mirino della repressione governativa, di un paese nel quale “ciò che non può essere controllato va annientato”. Lukashenko, negli ultimi vent’anni ha represso, anche nel sangue, ogni forma di dissenso e pluralismo politico e sociale; tanto che nel parlamento bielorusso non è mai esistita opposizione: tutti i seggi disponibili sono dei rappresentanti del partito del presidente. Oggi, però, sul finire dell’ennesimo mandato, Lukashenko teme che l’onda della rivoluzione ucraina possa investire il suo regno, spodestandolo. Ecco il perché di questo giro di vite. Il clima qui è sempre più plumbeo: vent’anni di immobilismo politico e sociale, nel segno della continuità con il passato sovietico non devono essere stati facili da digerire… Del regime comunista l’attuale ha ereditato soprattutto il sistema di controllo e la repressione sociale, dai metodi spicci e brutali. Così capita che anche la comunità punk, formata da ragazzi e ragazze spesso giovanissimi, venga grossolanamente perseguitata come un banco di pericolosi terrorisri soltanto per una manciata di ideali di libertà e uguaglianza.
Il bilancio dell’operazione di stasera è stato di tre arresti: due ragazzi che avevano esposto una distro di materiale anarchico e antifascista (in Bielorussia esiste un reato di “distribuzione di letteratura radicale”), e un’altro per “holiganism” (teppismo generico), che non vuol dire sostanzialmente niente.

Comunque sia, vaffanculo agli OMON e viva i punx di Minsk che, liberatisi di questa sgradita presenza, hanno deciso che il concerto si sarebbe fatto ugualmente. Non al club, il cui proprietario non vede l’ora di abbassare la saracinesca e rintanarsi in casa, ma da un’altra parte: si tratterà, ci dicono, di un gig in the garage! Benissimo, non chiediamo di meglio!

Gig in the garage

Siamo tutti lievemente scossi, ma anche perplessi per quello che è successo, e ci mettiamo alla guida del furgone in fretta e furia senza riflettere, né avere la minima idea di dove siamo diretti. Bobek segue una macchina, guidando silenzioso nel bel mezzo della feroce nevicata. Minsk nell’oscurità invernale è minacciosa, sinistra, è una specie di Gotham City in declinazione sovietica: palazzi mastodontici come scatoloni rovesciati adagiati nella neve, strade ampissime che sembrano correre sospese nella notte, aree buie come parentesi di nulla tra un isolato e l’altro…
Dopo una mezz’ora (e svariati chilometri percorsi) svoltiamo dalla strada principale per scivolare in un sobborgo avvolto dalle tenebre; lì si apre un’area dove sorgono decine, forse centinaia di vecchi garage, uno di fianco all’altro, già coperti di una spessa coltre di neve. In uno di questi, stipati dentro come sardine, ben presto succede questo:

 

Dopo aver brindato con i punk di Minsk in un clima surreale, sotto un’imperiosa nevicata, in questo tenebroso cortile circondato da garage e vecchie architetture fatiscenti, risaliamo sul van per raggiungere il posto nel quale dormiremo. Seguiamo un’altra macchina, che ci guida nuovamente per chilometri sulla circonvallazione di Minsk. Poi entriamo in un cortile e dalla macchina rotolano fuori alcune figure barcollannti. Felici, impugnano bottiglie di vodka semivuote e sono uno più ubriaca dell’altra. Malgrado la compagnia sia un po’ disorientata (e malgrado i soliti problemi a trovare i posti tipici dell’ex-Urss) eccoci finalmente fare irruzione, in piena notte, in uno di quegli assurdi ostelli russi che ben conosciamo: un bilocale che sembra di entrare in casa d’altri, con lo spazio appena sufficiente per girarsi e il riscaldamento a palla. Ma abbiamo bisogno di dormire, quindi, tropicale o non tropicale sia la temperatura, ci tuffiamo tutt* nel mondo dei sogni…

10 gennaio, Minsk-Vilnius. Chili Pica, Kablys.

Il border lituano-bielorusso

Superare il border bielorusso ed entrare nella dolce Lituania è in un certo senso catartico. Ci si mettono anche bizzarri capovolgimenti meteorologici: dalla parte bielorussa nevica, da quella lituana c’è il sole.

Due giorni in Bielorussia ci hanno fatto capire che la vita dei giovani punk locali non è facile, anzi è una lotta estenuante e quotidiana contro la repressione e la prepotenza degli sbirri. In Bielorussia abbiamo incontrato persone davvero fantastiche, ma non è un bel posto per trascorrerci le vacanze. La generosità e la passione dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo conosciuto è eroica, soprattutto se si pensa quanto sia complicata e opprimente la vita in questa incredibile parentesi di Guerra Fredda in Europa.
Dolce Vilnius, dolce pizza lituana.

Arriviamo nella dolce Vilnius nel pomeriggio, ed abbiamo tempo di bighellonare un po’ per la città. Suoneremo in un posto bellissimo: una specie di squat ricavato negli scantinati dell’ex palazzo della cultura costruito dai sovietici negli anni che furono, in pieno stile stalinista. Per molto tempo gli abitanti di Vilnius hanno odiato questo posto, ma una volta liberatisi dal gioco russo lo hanno trasformato in uno spazio multifunzionale che ruota attorno all’arte e al divertimento. Edificato in totale fedeltà ai dettami dell’architettura sovietica degli anni ’50, sembra un tempio greco, disegnato però da un bambino poco fantasioso che dispone solo del pennarello grigio. Sul timpano è stata applicato un grosso gancio di cartapesta, così oggi questo suggestivo edificio si chiama “Kablys” (uncino, appunto).
  

L’idea di approfittare del tempo che abbiamo per visitare la città dura quei trenta passi che ci separano dal punto in cui abbiamo parcheggiato all’ingresso di “Chili Pica”, una delle tipiche catene di pizzerie lituane. Alcuni di noi (Stefano e Annalisa) erano stati un paio d’anni fa in questa città e si erano ripromessi di non mangiare mai più una pizza lituana nella loro vita. Ma i tempi cambiano, e con essi i buoni propositi. Oggi, dopo le vicissitudini dei giorni scorsi, una pizza lituana, con la sua base tipo piadina vecchia e la farcitura agrodolce a base di pesto, salsa rosa e cetriolini sott’aceto, sembra proprio quello che ci vuole. Quindi entriamo e passiamo un paio d’ore abbondanti così:

Oltre alle pizze multigusto una più sconclusionata dell’altra e a 12 litri di birra Svyturys (ottima), ordiniamo anche una porzione di una specialità lituana, uno snack che si trova in tutte le birrerie e in tutti i ristoranti senza troppe pretese di questo paese: il kepta duona. Bastoncini di pane di segale fritto e cosparso di abbondanti sfregate di aglio fresco, che solitamente vengono serviti con accanto una bacinella di formaggio e burro fuso, nella quale poterli intingere. Praticamente un buon modo per stare male.

All’Xl20, bello scantinato nel quale suoneremo, conosciamo il buffo Tomek, il factotum della situazione. Tomek ha un suo senso dell’umorismo tutto speciale, che a volte fa ridere, delle altre incazzare. Ma è un vero tipo. Lo puoi anche odiare (sicuramente lo farai), ma mentre lo odi, lo ami. Se passate da Vilnius salutatecelo, anche se lui, quando lo farete, dirà sicuramente qualcosa di antipatico.

Per una serie di motivi più o meno importanti decidiamo tutti di ubriacarci. Gustiamo l’esibizione del gruppo che suona prima di noi, i Punkritas (qui in Lituania tutto finisce in –as), composti da quattro agguerriti quindicenni. Uno di loro è in mutande. Suonano punk davvero beffardo e sgangherato. Poi ad un certo punto quello in mutande se le toglie. Tanta nostalgia per quando eravamo come loro: nudi e capaci appena di tenere una chitarra a tracolla (figurati di suonarla). Tornando al presente, questo è un pezzo del nostro set:

 

Dopo il concerto finiamo il lavoro che avevamo cominciato poco prima (ubriacarci) e perdiamo un po’ di tempo a giocare con una buffa poltrona a rotelle che abbiamo trovato. Siamo finalmente distesi e spensierati dopo l’apprensione dei giorni scorsi; abbiamo anche tempo di rilassarci e fare due chiacchiere con il caro Bobek, ormai componente onorario del collettivo. Finiamo la serata in ostello, sorseggiando a canna dell’ottima Vytautas, l’acqua minerale più salata del mondo. Anche quello dell’acqua salata, prelibatezza tipica dei paesi dell’ex Unione Sovietica, sarebbe un argomento da approfondire, ma ora siamo troppo stanchi (ubriachi) per farlo, quindi… buonanotte!

11 gennaio, Vilnius-Varsavia, Ada Pulawska.

Mentre percorriamo gli ultimi tratti della campagna lituana sulla strada per Varsavia, Bobek ci indica una porzione di cielo all’orizzonte: “Vedete là dove ci sono tutte quelle nuvole e un tempo di merda? Ecco, quella la Polonia”. In effetti, appena varcato il confine, scende l’oscurità ed inizia a piovere. Siamo all’ultima data di questo intenso mini-tour, che si concluderà appunto a Varsavia. Tra Vilnius e la capitale della Polonia ci sono circa 450 chilometri, da percorrere su strade a una corsia per senso di marcia senza alcuna illuminazione notturna. Non che dovessimo viaggiare di notte, ma da queste parti alle tre e mezza del pomeriggio è già buio pesto.
Il viaggio sembra interminabile, ma alla fine – anche se stentiamo a crederci – a Varsavia ci arriviamo. Siamo accolti da Dima all’Ada Pulawska con zuppa calda, spezzatino di seitan e buona birra polacca fatta in casa. Questa sì che chiama ospitalità. L’Ada Pulawska non è uno squat, anche se lo sembra, ma un house-project, un complesso di abitazioni e spazi comuni animato da ragazzi e ragazze che condividono uno stesso progetto di vita, nel rispetto di alcuni presupposti etici. Si tratta di realtà piuttosto diffuse nell’europa orientale; non sono assimilabili allo squat perché in spesso sono “reolari” rispetto all’amministrazione cittadina o alla proprietà.
E’ un piacere dividere il palco con un truce gruppo punk-rock di ultraveterani della scena polacca, che suonano dai tempi del Comunismo. Nei Kara infatti militano componenti dei Dezerter e dei TZN Xenna, due storiche band degli anni ’80.
Benché tutti mezzi ammalati, onoriamo il palco dell’Ada Pulawska con un concerto del lunedì sera, tra microbi, tosse e freddo nelle ossa…

Dopo una notte tormentata, ci svegliamo e respiriamo a pieni polmoni l’aria che si respira in questa Polonia odierna. Molto diversa dalla Polonia di quindici anni, di quando ci venimmo per la prima volta. Oggi sembra che qui si viva proiettati con tutto il corpo verso occidente, verso un conformismo totalmente europeo. Il passato comunista è uno sbiadito ricordo; forse nemmeno di ricordo si può parlare.
Facciamo quattro passi per il centro di Varsavia con il caro Dima, che anche qui ci fa da cicerone. Lui è nato a Hrodna, ma oggi vive qui. Varsavia sembra Berlino: negozi trendy, boutique alternative, giovani alla moda, caffé moderni ed accattivanti, fast-food di cibo bio-vegan… In questo piccolo tour abbiamo attraversato diversi confini geografici, ma soprattuto abbiamo solcato quella linea che taglia in due, di netto, mondi vicini sulle cartine, ma lontani nella realtà: da una parte un’Europa che ci è familiare, dall’altra un’Europa che ha lo stesso nome dell’altra, ma caratteristiche profondamente diverse, tanto da sembrare un mondo a parte. Una distanza incolmabile che restituisce corpo allo sbiadito ricordo di cui sopra, lo fa rivivere tra le ombre di questa strana epoca in cui gli eventi ci precipitano in una nuova guerra fredda, che poi tanto fredda non è se ai confini orientali si spara e si muore ogni giorno. In un’area di nuova europa qualcuno tira verso ovest, qualcun’altro verso est: forze opposte che rischiano di strappare il tessuto e riportare alla luce vecchie ferite.
Ma bando alle ciance: è ora di andare. Abbracciamo Dima e, poco dopo, di fretta, in sosta vietata davanti all’aereoporto Frederic Chopin di Varsavia, il buon vecchio Bobek.
Le salme, ora, sono pronte al loro rientro a Milano.

Bielorussia Addio

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