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Living in a post-traumatic era!

Nell’Era dell’Amnesia nessuno ricorda più il passato. Una misteriosa catastrofe ha cancellato la storia dell’umanità. Sulle macerie della civiltà, una casta di sacerdoti-burocrati ha cercato di ripristinare  l’organizzazione sociale, ricostruendo un passato “ufficiale” sul quale basare un codice di leggi e dare ordine alla storia.


Tuttavia, molti e molte hanno ritenuto errate le ricostruzioni proposte dalla Storia Ufficiale, e ne hanno costruite di loro. Sono sorte così molte storie eretiche sul recente passato, incentrate su differenti concezioni sull’origine della catastrofe. Ogni ricostruzione della storia, considerata l’amnesia che ha colpito l’umanità, non può che fondarsi sui resti provenienti dal passato e sopravvissuti alla catastrofe. I “Contrabbandieri di ricordi” vanno alla ricerca di oggetti, manufatti e quant’altro risale all’epoca pre-catastrofica, e ne fanno commercio. Gli oggetti risalenti al passato sono molto ricercati perché servono a ciascuno per avvalorare o confutare le teorie sulla storia. Alcuni tra i contrabbandieri non sono semplici mercanti, ma sono dotati di un particolare “potere”: sanno dove cercare i ricordi e sanno dar loro un significato, perché la loro memoria non è del tutto compromessa: hanno sogni e visioni del passato. Alcuni di loro usano i loro poteri per lucrare e ricattare i burocrati, alcuni invece se ne servono per migliorare i “passati” delle persone.


Nel corso dei secoli sono sorti veri e propri culti religiosi intorno alle leggende riguardanti il passato: il Culto degli Schermi è quello più diffuso e si basa sull’idea che nei vecchi pannelli neri, ormai non più funzionanti, si nascondano misteri decisivi per la comprensione del passato, e che primo o poi sugli schermi apparirà un Nuovo Messia che rivelerà all’umanità le origini della catastrofe. Ma esiste anche chi crede che gli schermi stessi siano all’origine della catastrofe, per cui sia necessario distruggerli.


Esistono poi i Cronoclasti ai quali non interessa la ricostruzione della Storia dell’Umanità: ritengono che il passato non sia mai esistito, e che ciascuno debba essere libero di costruirsi un passato proprio in funzione del futuro che vuole avere. Naturalmente questa visione è profondamente osteggiata dai burocrati della storia perché ostacola il loro ordine costituito e porterebbe nuovamente al caos.


Protagonista della nostra storia è una banda di cronoclasti che vaga alla ricerca delle cause delle proprie catastrofi. Eccoci dunque trasfigurati in una “fiction” nella quale suoniamo, ma siamo anche i protagonisti che raccontano il poprio peregrinare agli angoli di un mondo senza più memoria…

I.


 
 

“Qui
non parliamo di ricordi / qui non parliamo di menzogne / del dire che
reca la distruzione. Noi articoliamo la memoria / che i nostri corpi
sanno dire / col proprio unico linguaggio”

 
I protagonisti si confrontano riguardo la natura delle stelle con una comunità di anziani che vive tra le macerie di una chiesa. Gli anziani credono che le stelle siano corpi artificiali che spiano l’umanità, e per questo vivono perennemente  nascosti.


Possono le stelle nascondere un’insidia tanto grande? Possono i vecchi avere quest’urgenza d’immobilità? Potrà mai l’acqua che scorre lenire l’angoscia? Potrà la paranoia congelare il senso delle cose? Che la storia sia come un morto che cammina?


...ci abbandonano inquieti / sui fondali del silenzio / da cui tentiamo di rialzarci / di reinventarci / membri rammemori / di ciò che saremo


Noi vaghiamo per queste terre / scheggiate di memorie / recise dagli occhi /nella chirurgia della Babele nucleare / mandorla amara / disturbo circolatorio del sembiante

II.
 .



L’antico sito di Chernobyl, dominato dalla presenza del sarcofago nucleare, è avvolto dalla vegetazione selvaggia…


La foresta di betulle che avevamo avvistato nel sonno più profondo, ora si staglia a perdita d’occhio sotto di noi. Il cielo è terso, solcato dalle rondini che hanno nidificato nel sarcofago che ricopre il vecchio reattore nucleare. Al centro della pianura sorge la città evacuata i cui palazzi sono lapidi avvinghiate d’edera. Ai davanzali di cemento si affacciano i gatti selvatici dagli occhi di diamante che ci osservano attenti e ci biasimano per colpe a noi sconosciute. 
L’eco del disastro che ha guidato il nostro cammino lungo la Zona di Alienazione e che ancora ci risuona nella testa, residuo di quei sogni così vividi, ora è un’impressione lontana. Il risentimento ci sembra sia l’unica forma di contaminazione palpabile in questo luogo, benché fremano ancora, sotto i passi, quelle radiazioni che hanno scosso le nostre sinapsi addormentate.
Per molto tempo abbiamo cercato la città dimenticata nei pressi della centrale nucleare, perché la ritenevamo un fortissimo epicentro di memoria; ora che l’abbiamo trovata però, un senso di vuoto ci assale. Ogni nostro ricordo sembra nascondersi dallo spavento e sentiamo che niente di questo luogo potrà aiutarci a guarire il passato. Quel senso di ostilità che trasmettevano gli occhi degli animali, ora lo percepiamo, con terrore, salire dalla terra. Lo squittire dei topi che si rincorrono nel cimitero dei carri armati, a tratti ricorda un singhiozzare sommesso…


Nelle notti silenziose, alle pendici dei radar anti-missilistici / Si sognano cieli stellati solcati dai fantasmi delle origini / E la pioggia pulisce i prati dalla ruggine dei carri armati.

III.
 .
 

Un funerale. Il rito consiste nello spingere un’auto oltre un dirupo a picco sul mare. Dentro l’auto è stato adagiato il cadavere. L’ultimo viaggio? Ricordando vagamente una tipica scena dei film, in cui le automobili uscendo di strada si schiantavano sugli scogli, i protagonisti della storia rievocano quella scena, intepretandola erroneamente come una cerimonia per l’estremo saluto ai morti.


La salsedine nei nostri capelli li rende cespugli di alghe agitate dalla corrente. La processione funebre avanzava con le torce accese e profumate di benzina. L’auto-sarcofago, la bara di lamiere e pneumatici spinta dai necrofori verso lo strapiombo ai bordi della scogliera. La paura della fine e di ciò che sta oltre. La paura di ciò che non conosciamo. Il rito funebre seppellirà la vecchia automobile arrugginita sul fondo dell’oceano, guidata dai morti giù dalla scogliera come nella scena d’inseguimento di un vecchio telefilm, che mai abbiamo visto...”


Per scacciare l’angoscia, i protagonisti recitano una filastrocca funeraria…


Il vento nelle orecchie, i ragni nelle tasche! Battono le ossa le une con le altre! Il sangue coagulato, le crepe nell’asfalto! Battono i denti l’uno contro l’altro! Acqua del mare che sei senza rimpianti, brucia le ferite, annega tutti quanti! Acqua del mare profonda, fredda e scura ricuci le ferite, annega la paura! Il fantasma senza un occhio che chiede le monete… dategli il veleno, che plachi la sua sete! I vecchi con le grucce che fanno le domande… dategli risposte senza testa e senza gambe! Agli sbirri sulla porta tirategli il pan secco e chiudetegli le dita ad una ad una in un cassetto! Un cucchiaio di rosolio, il decotto di sambuco, il vino col gasolio bevuto con l’imbuto!

IV.
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Era una carovana di relitti senza volto / processione carnevalesca di ossessi / strappati all’identità dei passati / …nessuno sa più giocare / perduto nel pigmento del nulla / qualunque esso sia / …sia… / Maestà dell’Assurdo


I personaggi della storia sopraggiungono in quella che anticamente doveva essere un’area militare: file di missili nucleari si ergono come totem rivolti al cielo, formando una Stonenghe dell’era atomica. Gli insetti e le ragnatele s’impossessano delle sofisticate apparecchiature. Una parete dell’edificio della centrale di controllo è crollata e i nuovi padroni non umani si muovono noncuranti al suo interno, urtando leve e pulsanti che azionano l’innesco dei missili…


In una notte confusa, ai crinali del tempo, abbiamo visto il popolo che vive nei tunnel danzare attorno al totem, implorare i progenitori segreti con urla sconnesse, mimando la paura e lo stupore di un passato sconosciuto. Ai piedi del totem (un missile balistico ICBM a testata nucleare, come altri ne sorgono lungo la radura nei pressi della base militare abbandonata), lo sciamano vestito di stracci invoca il nome dei suoi dei senza volto: in sogno, gli dei totemici si levano dai loro piedistalli d’acciaio e in un boato di luce portano la vendetta alle divinità delle antiche tribù nemiche, ree di avere, in un tempo lontano, provocato la Catastrofe. Come ogni notte di luna piena, il vecchio capotribù agita la cornice di uno schermo di computer verso il totem e invoca il sogno. Ma la radura è avvolta dal silenzio e nessuna vendetta si compie. L’unico rumore che si percepisce è il fruscio degli insetti che divorano il totem dall’interno…


I radar impazziti /  i segnali luminosi / alla Torre di Controllo i Sorveglianti sono in coma / e gli scarafaggi camminano indisturbati / sugli interruttori dell’autodistruzione.

V.
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 . 

Visioni di guerra si fanno strada nelle menti dei protagonisti: la guerra è un concetto estraneo al mondo post-traumatico e viene immaginata al contrario, invertendo la logica temporale, in un’impossibile sequenza al rewind. Rimane però intatto quel senso di orrore che ha a che fare con lo sventagliare dei mitra, con i rombi assordanti degli aerei carichi di morte, con i futuri recisi delle persone, con le bestemmie e gli affetti spezzati di una guerra qualsiasi.


Quegli aerei pieni di fori e di feriti e di cadaveri / decollavano all’indietro da un aeroporto / respirante angoscia e petrolio. Sopra una terra senza nome alcuni caccia nemici / li raggiunsero volando all’indietro / succhiarono via proiettili e schegge / dal loro gelido metallo, dalla carne di altri umani. 
Aerei che prima erano a terra decollarono / dalle loro macerie senza memoria / e pieni d’ una tacita gioia sorvolarono / una città senza nome accecata dalle fiamme, riportandola ad una nuova luce.
E i militi abbandonarono le proprie uniformi / lacere di sangue ignoto / persero la propria barba, i propri muscoli, la propria ingenua ferocia, e tornarono ragazzi  ni, bimbi, lattanti / figli di madri / forse embrioni / che nei loro gemiti combattevano / per un futuro in cui poterono trovare / il proprio sorriso perduto nel tempo / come intatti specchi dell’universo”.


Noi sospiriamo ai bordi delle stelle / dove le pozzanghere sono di cobalto / dove i sogni scappano come cani / lungo le scogliere a picco sulla vita. Bambini soldato armati di apriscatole / scoperchiano un futuro che è cibo per i vermi / mentre dal cielo piovono le bombe / piovono sul mondo che è in guerra e non lo sa…

VI.
 .
 

“Tra le costole abbiamo come un fossile / il seme insapore di un tempo immemorato / tra le costole non sappiamo più se pulsa un organo o batte un meccanismo / in questo dubbio risiede un desiderio impolverato / la ricerca di un sedimento sul fondo del nostro divenire iscritto involontario nelle membra / una seppur lieve traccia, lì ingenuamente  / ancora ciechi, ancora impauriti, ancora soli / non come protesi non come architettura / ma come dolorose sanguinanti identità plasmate nel respiro”.

Tra le macerie di una vecchia casa, i protagonisti  rinvengono un diario: racconta  la storia di donne e  uomini che in un’epoca precedente alla catastrofe si erano rifugiati lontano dalla civiltà, per opporsi ad un sistema tecnologico-industriale ormai sull’orlo del collasso… Tra le storie ritrovate una attrae l’attenzione più di altre: quella di un’altra donna morta dopo aver appiccato il fuoco in un laboratorio biotecnologico, dove esseri umani e macchine ormai non erano più distinguibili. Nella corsa finale quella donna perse la vita per il colpo mortale di un cecchino. E nel ricostruire questa storia più di una lacrima scende, quasi a ridar vita al passato contenuto in questo diario…


Le ciglia saltano all’improvviso / sulla lacrima ancora l’incubo del mattino / addormentata mentre ancora dormivo / dietro di me orme di fuoco e benzina / e una speranza inseguita da un cecchino / mentre ricerco i sentieri dei monti / dove casa han trovato i nuovi barbari / fratelli e sorelle contro l’ultimo impero / il laboratorio brucia e io mi dileguo / ma il colpo è forte il sangue rosso vero / e corro corro e poco poco striscio / per la mia amato ora sono un sogno di libertà. …Sei sola, sul palmo della mano…sei sotto il tiro di mille fucili.

VII.
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…Una diversa forza questa volta ha deciso di scendere in piazza. Nelle strade si riversa feroce e determinata.
Questo movimento fa dell’imprevedibilità la sua arma vincente. Devastazione e saccheggio ovunque passa – ovunque! – compatto e potente. Nulla può l’intervento delle forze dell’ordine, delle istituzioni.
Nulla possono gli altri movimenti sociali o i dissidenti politici. Nulla, nulla, nulla può l’umanità


Una pagina strappata di un quotidiano dell’epoca pre-traumatica, un relitto del passato miracolosamente sopravvissuto al tempo, recita: “Genova 20?1: una diversa forza questa volta ha deciso di scendere in piazza. Nelle strade si riversa feroce e determinata”: a che cosa si riferiscono quelle parole? Ad una forza scatenata dalla natura o dall’uomo? Intorno, lo spettacolo che si propone ai loro occhi dall’altura è quello di un ampio fiume di fango e detriti che sfocia in mare aperto lasciando intravedere qualche relitto della civiltà che fu…


Com’è strano qui, un fiume che diventa lago, che diventa mare, che diventa oceano …e qua e là, avanzi di città…

VIII. 
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Passammo presso quei campi incolti / come spettri indolenti / redenti dal nulla / accecati dai perpetui fuochi dell’uomo / dimentichi della vita: i suoi idoli petroliferi / idoli d’esistenze insapore / passammo in mezzo a paludi di scorie / dove le stelle riflettevano la luce / di quelle acque dense d’oscurità. 
Una voce: non potemmo riconoscerla / inoriginata / non potemmo sentirne il passaggio / annebbiati dalla luce di un mondo livido / gridando in un sarcofago / senza sogni – senza passati / ogni passione si spense / ogni voce amputata d’attesa / di un flebile futuro. 
…nessuna crepa sul terreno”.

 

 

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