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(2015) L’algebra morente del cielo

Evviva, un disco nuovo dei Kalashnikov!… Nella nostra proverbiale megalomania, in passato ci siamo confrontati con la narrativa, i fumetti, la saggistica, le favole per bambini… ma mai con il cinema. Per questo sullo sfondo di ciascun pezzo che compone il nostro nuovo album c’è una storia, che é la bozza di una sceneggiatura per film che non saranno mai girati (costerebbe troppo, non ce lo possiamo permettere!). Ogni pezzo può essere considerato, insomma, la canzone dei titoli di coda di un film immaginario.  

Oltre ad ascoltare i pezzi del disco, qua sotto, potete calarvi nell’atmosfera dei brani ascoltando la prode Valeria che ne racconta gli screenplay… Buio in sala, quindi e… silenzio là dietro! 
 

1. La vendetta degli steli recisi 

In un retro-futuro depresso e sovrappopolato Heroine D’Antan è una sado pop-star tenuta in vetta alle classifiche dalla droga. Quando le vendite calano, la mala discografica decide di liberarsi di lei inscenandone il finto suicidio, che la consacrerà e darà uno scossone al mercato. Il suicidio, il salto nel vuoto da un grattacielo della megalopoli, viene trasmesso in diretta tv, ma qualcosa va storto, perché Heroine non rispetta il copione: il finto suicidio diventa autentico. Poco male, pensano i produttori dello show: il risultato è stato comunque ottenuto! Il corpo giace tra le alghe sul fondo del fiume, mentre le vendite vanno a gonfie vele.

Passano i mesi, e nell’underground si fa un gran parlare di una cantante mascherata che si esibisce vestita di sole alghe e plancton nei night dei bassifondi. Il suo pezzo più famoso racconta di una cantante fantasma che emerge dalle acque putride di un canale per compiere un’atroce vendetta. Benché pare evidente che dietro la maschera si nasconda Heroine, scampata alla morte chissà come, gli stessi discografici di prima, non la riconoscono, e la vogliono a tutti i costi per farne un nuovo folgorante fenomeno, che,  paradossalmente, faccia dimenticare lei stessa nella sua incarnazione precedente. Quando viene il momento di firmare il contratto, Heroine irrompe nel loro bunker discografico e li uccide uno ad uno con un pugnale che nasconde nella vagina.



Lo vedi il mio cuore? E’ una finestra in pezzi che dà sulla strada, dove sfilano ignari le vittime con i carnefici. Lo vedi il mio cuore? Lo vedi è appoggiato sul bordo di questa finestra coperto di smog… ma se stringendo l’inquadratura sulle mie labbra vedrai scandire la vendetta e la speranza forse allora tu capirai…capirai che…
La bellezza che manca a questo tremolo splendore di vetri rotti ed illusioni io la cercherò nei ritmi dei cuori disperati, nelle ossa del torace dove le parole più importanti restano impigliate…nelle tue carni lacerate!
Dei della peste mettetemi una mano sulla spalla per guidare i passi delle mie danze di guerra! Dei della peste guidate le parole del mio canto, la lama di voce che stringo tra i denti…
Ma se stringendo l’inquadratura sulle mie guance vedrai il segno lasciato da una lacrima nera forse allora tu capirai…capirai che…
La bellezza che manca a questo mondo di violenza, di vetri rotti ed illusioni, io la cercherò nei ritmi dei cuori disperati, nelle ossa del torace, dove le parole più importanti restano impigliate, nelle tue carni lacerate! 
La bellezza che manca a questo mondo di violenza di vetri rotti ed illusioni io la cercherò tra le note di una musica sbagliata, tra le corde lacerate alle quali le nostre vite restano aggrappate! …nei tuoi occhi disperati!
 

2. La dissolvenza degli orizzonti tecnologici 

Nell’era turbo-capitalistica le guerre non si combattono più tra le nazioni, ma tra le multinazionali e le lobby. Dopo due guerre commerciali mondiali, costate al mondo un numero ingente di vittime, viene proibita la pubblicità. Così le multinazionali sono costrette a fare campagne in cui non compaiano marchi e prodotti, ma solo immagini e suggestioni. Lo scopo ultimo della pubblicità diviene quindi quello di plasmare una mente collettiva che pensi, sogni e desideri indipendentemente dalle singole menti delle persone. L’obiettivo è che le singole menti diventino passive, come neuroni di una mente separata le cui sinapsi sono gli schermi della televisione, degli smartphone, dei tablet e dei computer. Il progetto però sfugge di mano agli scienziati della pubblicità tanto che la mente collettiva inizia a pensare autonomamente rispetto alla volontà dell’industria del consumo; come un dio cieco e capriccioso induce la gente alla depressione, alla follia, al suicidio anziché alla felicità e all’edonismo. L’unica via di salvezza possibile rimane quella i interrompere le sinapsi del cervello collettivo, distruggendo tutti gli schermi… 




Ho scoperto tra il fango dei miei ricordi il mio volto com’era prima delle vostre chirurgie digitali. E così ho scongiurato il piano dei profeti della plastica per assassinare il mio futuro e farla franca sotterrando nelle trame di un paesaggio tecnologico ogni residuo di immaginazione.
Scavalcherò le scenografie scagliando avanti la mia consapevolezza, scavalcherò le scenografie punto dritta al cuore delle cose!
Limiti volontariamente le possibilità dell’esistente con sorrisi splendenti. Soffochi intenzionalmente ogni irrequietezza della mente con farmaci e cosmetici correttivi…

Scavalcherò le scenografie scagliando avanti la mia consapevolezza, scavalcherò le scenografie punto dritta al cuore delle cose, scavalcherò le scenografie, tolgo il loop alle sinapsi e smetto l’abito di pixel.
Sarà forse l’ultima volta che i nostri sguardi si allineeranno? Non voglio che i vostri circuiti né le vostre sale operatorie scolpiscano la forma del mio cuore!
Scavalcherò le scenografie scagliando avanti la mia consapevolezza! Scavalcherò le scenografie punto dritta al cuore delle cose!

 3. L’algebra morente del cielo

Milano è tagliata in un due dal muro di Berlino: una disegnatrice di fumetti per bambini scopre che un terrorista poetico, a capo di un misterioso gruppo dissidente, prende spunto dalle sue storie per compiere sabotaggi spettacolari, come cambiare il colore delle lampadine dei semafori o invertire il senso delle scale mobili della metropolitana. Quando si accorge della coincidenza, ne è sconvolta e, naturalmente, finisce per innamorarsi perdutamente di lui. I due instaurano un rapporto fugace e clandestino, che si consuma nelle vignette del fumetto. Episodio dopo episodio rafforzano il proprio legame amoroso e politico, rilanciando al portata degli attentati poetici. Quando le azioni prendono una piega violenta estranea alle storie disegnate ed inizia a scorrere il sangue, i sogni romantici s’infrangono, la disegnatrice ha paura e si sente tradita. Nel frattempo, il legame tra i due viene scoperto dalla polizia segreta che obbliga la disegnatrice a scrivere una storia per catturare il terrorista. Lei, ricattata e delusa, accetta: ma scopre troppo tardi che la polizia non vuole arrestare il terrorista, bensì ucciderlo. Decide ugualmente di concludere la storia, ma si disegna al suo posto nell’ultima vignetta. Così viene colpita da un cecchino e muore, salvandolo.


L’ombra che vedi lassù? E’ un pezzo di cielo che manca, sbranato dai cani che fanno la guardia alle nostre paure socchiuse. Ma lungo i muri di questa realtà c’è una presa di corrente alla quale collegare le pozzanghere alle stelle, e mandare in cortocircuito il destino…
No! Non mi guardare così perchè nemmeno tu la conosci la soluzione di questa equazione, l’algebra di un cielo che… No! Non mi guardare così perchè nemmeno tu la conosci la soluzione di questa equazione, l’algebra di un cielo che muore.

4. Chi sta in alto dice: questa è pace, questa è guerra
 

Il mondo intero è in guerra, ma non sa con chi. Numerosi fronti sono aperti, ma di nemici neanche l’ombra. Gli eserciti registrano comunque notevoli perdite, dovute ad incidenti, malattie, intossicazioni, atti terroristici, insubordinazioni, fuoco amico, scaramucce tra soldati dello stesso esercito ed altri eventi più o meno contingenti. Lo stato di guerra comunque torna comodo a tutti, quindi, anche se c’è carenza di nemici, una guerra conviene sempre combatterla…


Non sono di essenza diversa la loro pace e la loro guerra, sono come il vento e la tempesta. La guerra cresce dalla loro pace come un figlio da una madre che specchia il suo volto in un lago di sangue.
La loro guerra uccide ciò che la pace ha risparmiato, la loro pace è una guerra che prepara il campo al massacro. Chi sta in alto dice questa è pace, questa è guerra, ma non è poi tanto diversa la loro pace dalla loro guerra. 

5. Il plotone non si è accorto del soldato caduto



Il ritrovamento di un nastro amatoriale girato da un gruppo di punk siberiani negli anni della Perestrojka: l’assemblaggio di amplificatori con pezzi di radio rotte, i concerti segreti nei locali-caldaia di un bloc di Omsk, le serate a bere birra Zigulì mescolata con lacca per capelli seduti sui gasdotti, i numerosi suicidi… “Il plotone non si è accorto del soldato caduto” è la cover di un pezzo di Egor Letov (1964-2008), genio, poeta e pioniere del punk siberiano. Questa cover è un nostro personale tributo a quella scena musicale segreta, i cui esponenti – in taluni casi – sono caduti senza che il plotone si accorgesse di nulla. 

 


Piccolo stupido insetto bruciato sulla candela, bruciando hai fritto presto e il fumo è stato tenue… una scintilla si è spenta nella pozzanghera lì accanto…
Ma il plotone non si è accorto del soldato caduto
Il morto non può parlare e il malato respira a stento, chi ha visto non era cieco, chi dorme non si è svegliato, morto da eroe sul campo direbbe il telegramma…
Ma il plotone non si è accorto del soldato caduto
Nessuno era più caro, nessuno era più bello, più di tutti lui ha sofferto, più degli altri era felice, ma in questa storia non c’è un inizio e non c’è una fine…
Perchè il plotone non si è accorto del soldato caduto 

6. Cavalieri della tempesta elettromagnetica


 

Nessuno esce più di casa per paura delle radiazioni. La radio trasmette mantra allarmistici, preghiere ed istruzioni per la sopravvivenza, diffuse con voce melliflua ad ogni ora del giorno e della notte. Bande di bikers solcano però le strade polverose su moto che funzionano ad olio esausto delle friggitorie, convinti che le radiazioni non esistano. Pensano che tutta la paura della gente sia prodotta dalla sola esistenza dei messaggi radio. Così viaggiano nel paese abbattendo i ripetitori ed occupando le stazioni radiofoniche, per interrompere la programmazione d’emergenza e sostituirla con un’arcaica forma d’espressione della quale gli organi ufficiali hanno sempre disconosciuto fermamente l’esistenza e che, con un termine slang, viene chiamata “musica”.

Siamo saliti sulle moto dichiarando guerra alla nostra disperazione, uno dopo l’altro come sassi trascinati dalla furia di un torrente, senza fine è la strada, senza fine è la tempesta. Prima di allora vivevamo intrappolati nelle case dallo onde medie del radio-terrore di Stato. Ho smesso di ascoltare quando il rombo del motore mi è esploso come un tuono in mezzo al cuore.
Ed ora i miei stivali sono come ricordi tenuti insieme con il filo di sutura, il motore è un organo che vibra. E non importa se nessuno piangerà le nostre disfatte, i nostri caduti! Abbiamo mille padri e tante madri quante miglia percorriamo lungo il dorso della notte più nera!
No! Il freno non tirerò! Non importa se le radiazioni mi fanno sanguinare le gengive, il sole a picco fa bollire il sangue nelle vene e il vento dell’alba ci farà tremare!
Riesci a sentire quel boato, quel tuono che risuona in mezzo al cuore?
Ed ora i miei stivali sono come ricordi tenuti insieme con il filo di
sutura, il motore è un organo che vibra. E non importa se nessuno
piangerà le nostre disfatte, i nostri caduti! Abbiamo mille padri e
tante madri quante miglia percorriamo lungo il dorso della notte più
nera!


7. Nessuna cattiva notizia esce dalle radio rotte


 

Durante la costruzione della gloriosa ferrovia Baikal-Amur nelle aspre regioni della Siberia orientale, un campo di lavoro è in pieno ammutinamento: giovani del Komsomol hanno deciso di sabotare il ramo della ferrovia e fondare una comune anarchica sotto il pallido sole dell’estate siberiana. Distruggono tutti i collegamenti radio e iniziano a dipingere, a scolpire, a fare musica. Vendono i pezzi della ferrovia ai cinesi in cambio di cibo e alcool. Dopo alcune intimidazioni da parte del governo centrale, tutto tace. Poi arriva l’inverno e iniziano i problemi, quindi alcuni di loro decidono di far ritorno alla base ed arrendersi; rimettono quindi in funzione la locomotiva e partono verso ovest, lungo i binari che loro stessi hanno posato, ma il Governo Centrale ha interrotto la linea in prossimità del ponte sul fiume. Se ne accorgeranno troppo tardi e precipiteranno nel vuoto. 

Nessuna cattiva notizia esce dalle radio rotte per noi lo zar è morto e nessuno l’ha sepolto, per quanto ne sappiamo siamo gli unici sopravvissuti di una guerra silenziosa, combattuta da soldati innamorati
lungo la spina dorsale di una terra senza nome, di questa terra congelata, di questa terra fredda e scura… sotto la quale abbiamo seppelito il nostro cuore sanguinante… cosicchè le guardie non lo possano trovare quando frugheranno in mezzo al nostro petto crivellato dalle raffiche dei mitra!
Tu che mi guardi negli occhi sei l’unico che ha notizie certe del mondo in cui viviamo… a te che lascio in dono, avvolto in un vecchio giornale, il mio cuore sanguinante… cosicchè le guardie non lo possano trovare quando frugheranno in mezzo al nostro petto crivellato dalle raffiche dei mitra!

8. Milano Antartica 


 

A Milano viaggiare nel tempo non è permesso, ma alcune agenzie vendono illegalmente biglietti di sola andata per salti nel passato a tutti coloro i quali sono insoddisfatti della propria vita. La crono-polizia è incaricata di fermare i viaggi nel tempo perché considerati una minaccia sociale e una pratica pericolosa per il continuum storico.
Gli investigatori, nei documenti del passato, hanno individuato numerosi nominativi di viaggiatori del tempo, tra cui molti che non sono ancora saltati e possono essere fermati. Tuttavia, nasce un dilemma: è giusto bloccare i salti nel passato di coloro che risultano averli di fatto compiuti? Se il loro nome compare nei documenti e nelle testimonianze del passato è evidente che non possono essere fermati: ciò provocherebbe danni al continuum storico. Esiste però una specifica categoria di “saltati” che viene ugualmente perseguita: è quella  dei “politici”, di cloro che vogliono andare nel passato per incidere su qualche evento storico e cambiare (in meglio?) il presente; è evidente che anch’essi sono destinati al fallimento: non possono cambiare il passato perché il presente, compresi loro stessi, è frutto del passato che è stato. Il risultato? Da una parte e dall’altra tutti sono destinati all’insuccesso, condannati all’impotenza e allo stallo al quale i paradossi del tempo condannano. Accade comunque che tutto questo violentare, piegare, incrinare il continuum non incide la storia, ma si ripercuote sullo spazio: i danni del tessuto temporale si traducono in un corto circuito dell’ordine spaziale che trasforma Milano nella Milano Antartica: il paesaggio muta lentamente, il ghiaccio avvolge la città, compaiono giganteschi iceberg all’orizzonte, il Mar Glaciale bagna alcuni quartieri della città, che si trova sempre più isolata. Accadono fatti inspiegabili come treni che tornano alla stazione senza raggiungere la destinazione, strade che si allungano determinando distanze proibitive tra un punto e l’altro della città. La fuga dal presente, sempre più opprimente, risulta non solo fallimentare nel tempo, ma anche nello spazio. Occorre quindi cercare una nuova via di fuga che non sia né nello spazio, né nel tempo… 

Le nostre strade sono vene nella carne della notte. Le nostre vene sono rami di foreste illuminate. I nostri rami sono nervi sospesi sul domani. La nostra carne sarà cibo per gli animali della terra…
Viviamo abbracciati nei bunker sulla costa in attesa dell’onda che ci inghiotta e metta fine a questa guerra!


9. Una guerra senza fine


 

Documentario sul mondo degli animali: le rondini hanno nidificato nel sarcofago radioattivo che avvolge il reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl; i gatti selvatici del Laos dormono nelle capanne costruite con i pezzi di artiglieria inesplosi piovuti dal cielo durante la guerra del Viet-Nam. I cormorani delle coste dell’Alaska, avvolti dal petrolio sversato dalla Exxon Valdez, si lasciano morire sulla battigia intonando canti mai uditi prima dagli ornitologi. 

Affacciati alle finestre rivolte alla centrale seguimmo le rondini nidificare nel sarcofago che avvolge il reattore nucleare. E secondo noi il concetto di guerra va esteso alla guerra che l’uomo fa alla terra che calpesta e che lo nutre.
Dormimmo in una casa costruita con le bombe piovute dal cielo nei giorni di guerra, di una guerra che non è mai finita. E secondo noi il concetto di guerra va esteso alla guerra che l’uomo fa alla terra che calpesta e che lo nutre.
Ci svegliammo nella notte, il respiro ci mancava, alzammo i nostri occhi, ma non riuscivamo a vedere. Perchè una notte ancora più nera ci scendeva sulla fronte una coltre di nero petrolio ci scorreva tra le piume… 

10. Noi sospiriamo ai bordi delle stelle


 

In un medioevo qualsiasi, la popolazione di un villaggio vive terrorizzata da una creatura demoniaca che si dice alberghi tra le rovine di un vecchio tempio pagano (un centro commerciale ai bordi della statale). Nella notte, dalle rovine provengono rumori abominevoli, lampi di luce ed urla umane d’intensità spropositata. I giovani del villaggio, come ipnotizzati o posseduti da ardore suicida, durante le notti senza luna, quando i bagliori sono più forti, superano la striscia d’asfalto tabù e scompaiono nell’oscurità, in direzione del tempio. Là, sotto lo sguardo dell’unico occhio del Demone (un cineproiettore messo in funzione da chissà chi) siedono tra le rovine di un cinema. Ipnotizzati da un vecchio film di guerra in una lingua sconosciuta, ne imparano a memoria le battute, le recitano a gran voce come fossero le invocazioni di un rito collettivo e catartico. Si vestono come i protagonisti del film, utilizzando la cenere per dipingersi il volto e gli abiti semi carbonizzati trovati tra i resti di un H&M del centro commerciale. Dal villaggio i genitori ascoltano le grida disumane dei soldati e il frastuono degli spari amplificati dal sistema dolby surround del multisala, e tremano di paura. Conclusosi il rituale, i giovani con il viso sconvolto ed i vestiti strappati, fanno scorta di liquori tra le rovine del supermercato e siedono tra le lamiere piegate, fantasticando di mondi nuovi e meravigliosi, e sognano con occhi vuoti, ubriachi persi tra le stelle… 

Noi sospiriamo ai bordi delle stelle, dove le pozzanghere sono blu cobalto, dove i sogni scappano come cani, lungo le scogliere a picco sulla vita.
Bambini soldato armati di apriscatole scoperchiano un futuro che è cibo per i vermi, mentre dal cielo piovono le bombe, piovono sul mondo che è in guerra e non lo sa.  

4 

L’algebra di un cielo che muore

“Algebra morente del cielo”: un titolo che ha in sè l’idea di qualcosa che finisce o che s’interrompe; un’algebra che non “torna”, un’equazione alla quale non c’è soluzione. O forse la fine di una visione algebrica, euclidea dell’esistente. Il cielo ispira un’idea di infinito, di libertà, ma il cielo è anche qualcosa che è da sempre connesso alla religione: si dice “è andato in cielo” quando qualcuno muore. Ma a morire in questo caso è il cielo della religione, ovvero l’idea di un oltre dopo la morte. Capite che si tratta di un titolo pieno di misteri e contraddizioni!

Il titolo incriminato però non è nostro, ma è tratto da un testo che nella nostra immaginazione ha avuto un ruolo importante: si intitola semplicemente “Cyberpunk!” (dalla rivista “Vague” n. 21, Londra 1988), un piccolo, forse delirante, anti-saggio sulla cultura cyberpunk. Eccone uno stralcio…
L’aviazione degli Usa ha messo allo scoperto un’imperfezione critica nella crezione dei jet fighters ultrasonici: l’inadeguatezza dei riflessi del corpo del pilota. Il corpo umano non potenziato non può assorbire o rispondere all’ambiente dell’informazione dei jet fighters che viaggiano ad ipervelocità. Così sono state create delle tste per i piloti dei fighters: l’aviazione Usa sta facendo esperimenti per compensare l’incapacità della vista umana di relazionarsi alla velocità e alla intensità dell’ambiente dell’informazione dei jet fighter; i piloti saranno equipaggiati con teste virtuali; elmetti speciali che bloccano la normale visione oculare e, per mezzo di uno schermo proiettato dentro un visore/mascher, forniscono al pilota, ad una passo rallentato e selezionato, informazioni sull’ambiente aereo, l’altitudine, la presenza di altri velivoli, la velocità e la distanza del veicolo. Un sistema di visione prospettico-virtuale per quei battistrada della società teleonomica che sfrecciano nell’algebra morente del cielo dentro le finzioni retinali del cyberpunk”  
Si parla di informazioni che eccedono la capacità dell’essere umano di elaborarle: un tema molto attuale. E’ curioso notare come questo tema si travasi dalla fantascienza alla realtà, negli odierni avvenimenti internazionali, nella strategia militare e nella geopolitica: il sospetto diffuso è che le decisioni politiche e militari siano prese da uomini incapaci di elaborare la mole di informazioni che hanno a disposizione, in un tempo, per altro, decisamente insufficiente per poterlo fare. L’imperativo è agire, ma le motivazioni razionali che fanno pendere da una parte o dall’altra le decisioni di chi ha la presunzione di governarci sono sempre più fragili, se non inesistenti. Troppe informazioni, e poco tempo per pensare: bombardati dagli input che piovono dai terminali video, che ci connettono costantemente alla rete, rischiamo di risvegliarci tra le macerie di una wasteland intellettuale.
Andiamo però con ordine, partendo da una cosa che ci sta particolarmente a cuore e che forse ci salverà da questo destino crudele: la musica! Che cos’altro se no?

La musica è un fucile caricato di futuro

kalashnikov collectivePer noi la musica ha sempre avuto a che fare con l’autogestione. DIY or die! In senso quasi letterale: perché la nostra musica non è disgiunta dalla vita, è una passione bruciante che permea la nostra dimensione esistenziale. La sua presenza ha a che fare con la vita, la sua assenza con la morte. Heroine D’Antan, la popstar suicida de “La vendetta degli steli recisi” sacrifica se stessa sull’altare del business discografico, abbandona il mainstream per gettarsi nell’oscurità del sottobosco musicale: ed allora risorge e si reimpossessa della musica. Finalmente libera, si vendica dei suoi carnefici.
A noi piace la musica che fa propri i gesti estremi, le scelte perdenti, gli istinti ferini, i salti nel vuoto (il punk è questo!); ci piacciono le strade impervie, la musica che ha odore di sudore, di sangue, di legno marcio, che è animata da sentimenti profondi e travolgenti, da un senso di estraneità e rivalsa rispetto al mondo. Heroine D’Antan rinnega il mercato discografico seguendo una parabola contraria rispetto a quella che da lei ci si sarebbe attesi: dalla luce dei riflettori all’oscurità dell’anonimato. Ma anche dalla ricchezza alla povertà. Nel suo gesto c’è anche il rifiuto di un sistema, di un destino al quale siamo tutti condannati; il rigetto di logiche che attanagliano la nostra esistenza ed hanno per fulcro il denaro. La nostra musica è uno strumento esistenziale, non una merce! 
Nella mondo raccontato nella storia de “Cavalieri nella tempesta elettromagnetica” la musica è scomparsa, nessuno ne ricorda più l’esistenza. Alcuni diseredati hanno disotterrato vecchi vinili e li fanno risuonare nell’etere: riscoprono la musica, la fanno rivivere. E la musica fa superare loro la paura, la paura diffusa tra la gente comune: che il mondo esterno sia saturo di radiazioni maligne che possono uccidere. Così escono allo scoperto e sfrecciano per le strade: la musica li ha resi liberi. Occupano i ripetitori e le antenne radio per trasmettere la musica e farla ascoltare a tutti, come a volere dire: “Non abbiate paura! Siate dei nostri”. Lo abbiamo fatto tante volte anche noi: tutt* abbiamo iniziato ad ascoltare musica grazie a qualcuno che ci ha passato i dischi giusti. Qualcuno che ha schiacciato play e ci ha lasciati di stucco, inondandoci di un nuovo entusiasmo. La “nostra” musica è uno strumento di liberazione, ed è generosità.  
Anche per i punk siberiani di cui si parla in occasione di “Il plotone non si è accorto del soldato caduto” (Отряд не заметил потери бойца, che è proprio la cover di un pezzo di un gruppo punk siberiano degli anni ’80) la musica è stata sinonimo di libertà: ha fatto superare loro la paura del regime sovietico e fuggire dall’isolamento geografico nel quale si trovavano. La storia del punk in Siberia è anche una lezione di d.i.y. estremo, che ci riporta alle origini del punk, ma anche al livello zero dell’autoproduzione musicale: ci ricorda che quello che oggi è semplice un tempo non lo era affatto: i punk di Omsk si costruivano strumenti ed amplificatori da soli; non era semplice registrare musica e tutto veniva fatto di fretta, perché era illegale. Non esisteva una distribuzione musicale né una rete di promoter, perché l’unica musica ammessa era quella prodotta dalla casa discografica di stato: gli album delle punk band circolavano in magnizdat, cioè nastri registrati artigianalmente che passavano clandestinamente di mano in mano. 

La musica in quel contesto era una conquista, ma anche un’arma. Un pericolo che il regime osteggiava. La nostra musica, oggi, non è né una conquista, né un’arma, nè un pericolo: spetta a noi cambiare questa situazione e ritrovare lo spirito delle origini?   

3

Ai ferri corti con tutto l’esistente.

Musica come conflittualità con l’esistente. Guerriglia sonora e terrorismo poetico. La title track del disco (“L’algebra morente del cielo”) racconta proprio una storia di conflittualità, una sfida vertiginosa, perennemente in bilico tra immaginazione e realtà: due piani inconciliabili che finscono però per confondersi senza più una netta linea di separazione. La protagonista disegna la propria morte a fumetti, si sostituisce nell’immaginazione al proprio amato, e muore al posto suo. Lui invece traeva ispirazione dalle storie a fumetti di lei per ispirare le proprie azioni, per commettere i suoi “attentati poetici”. L’utopia non è forse proprio qello spazio nel quale i due piani, immaginazione e realtà, coincidono? Una corrispondenza che, tuttavia, non puo’ essere. O forse sì? La chiave per far sì che l’immaginazione si trasformi nella realtà, che i piani saltino e vadano in cortocircuito mandando a fuoco l’esistente è la risposta a tutte le domande, la fine di ogni conflittualità. La canzone racconta proprio della ricerca di questa risposta che sembra a portata di mano, come la soluzione di un’equazione, ma poi, proprio perché questa risposta non è logica o razionale come il risultato di un’equazione, sfugge. Nella ricerca della risposta la ragione non serve, anzi ne è l’intoppo. La risposta sta in uno spazio residuale, in un momento impalpabile e casuale nel quale l’immagianzione e la realtà coincidono, senza che ce ne accorgiamo. E un attimo dopo è troppo tardi.      

Nuovo Luddismo Cibernetico

kalashnikov collectiveOccorre armarsi contro un nuovo funesto capitalismo: quello che alle merci ha sostituito le informazioni. Siamo maniaci del consumo delle informazioni e non ci rendiamo conto che noi stessi siamo diventati quella “merce”. 
La comunicazione e l’informazione sono sempre più pervasive fino a farsi presenza assoluta: ormai trascorriamo la quasi totalità del nostro tempo davanti ad uno schermo che sia quello di un computer, di un televisore, di uno smartphone, di un I-pad… viviamo una vera e propria schiavitù dello schermo, che si traduce in un magma di informazioni, un flusso confuso e schizzato.
Un tempo i luddisti distruggevano le macchine per fermare il lavoro e quindi la produzione delle merci: un gesto simbolico, ma che di fatto distruggeva anche le condizioni materiali perchè si potesse esercitare il potere del capitale. Oggi distruggere le macchine non serve più perché il flusso di produzione delle moderni merci (le informazioni) non si interromperebbe: la schiavitù non è più nei confronti della macchina, ma della rete, di cui noi stessi siamo i nodi. Siamo schiavi del flusso di informazioni: siamo ossessionati dalla nostra presenza in esso, come siamo ossessionati dall’immagine che in questo flusso diamo di noi stessi (nei social network per esempio). Siamo pervasi dal flusso.
La crisi di oggi è una sovraproduzione non di merci, ma di segni. La produzione è sfuggita al controllo: i flussi sono troppo veloci, troppo complessi. Troppa informazione significa nessuna informazione, e la conseguenza è soltanto un sovraccarico dell’attenzione. Ciò – come dice Franco Berardi – porta in due direzioni: il panico e la depressione.
Le informazioni e il loro controllo, hanno sempre avuto una stretta connesione con il Potere: quest’ultimo non si presenta soltanto sottoforma di tribunali e manganelli, ma anche sotto forma d’immagine minacciosa; un’immagine che si forma nelle nostre menti attraverso il sistema informativo massificato.
Nella sceneggiatura che fa da sfondo a “La dissolvenza degli orizzonti tecnologici” si parla di un nuovo luddismo che distrugge gli schermi, come fossero “le sinapsi di una mente collettiva”. Della connessione tra le informazioni e il potere si parla nel racconto di “Nessuna cattiva notizia esce dalle radio rotte”: la comune anarchica che si svuiluppa nelle desolate lande della siberia orientale distrugge le radio perchè appunto “nessuna cattiva notizia esca dalle radio rotte”. Interrotta la rete informaztiva, se ne sono spezzate le maglie (anche se il ragno che quella rete l’ha tessuta è ancora lì, minaccioso quanto prima); spezzata la rete, si respira una nuova aria di libertà. Risultato: entusiasmo e gioia. La comunità anarchica vive felice, in un presente solare. Distruggere la radio significa non ricevere più cattive notizie: lo “zar”, cioè il tiranno che veglia sui nostri destini, è morto, anche se non lo è, perché sue notizie non ne riceviamo più: il potere ha bisogno della presenza per poter esercitarsi. Purtroppo la nostra comunità anarchica non finisce bene: torna a casa, illudendosi che lo zar sia morto per davvero, e cade nuovamente nelle sue grinfie.  Questo per ribadire anche che: dalla rivolta non si torna mai indietro!
La presenza pervasiva del potere nella filodiffusione si parla in “Cavalieri nella tempesta elettromagnetica”. Qui la radio diffonde paranoia: racconta di una misteriosa catasfrofe che rende impossibile la vita all’aria aperta, fuori dalle abitazioni. Premettiamo che i sistemi di persuasione-controllo attraverso la filodiffusione non sono poi così desueti: in Corea del Nord come nei nostri centri commerciali nei quali risuona la muzak che incita al consumo. Quello che ci interessa però decrivere è come l'”informazione” circa le radiazioni rende la popolazione paurosa: non sono le radiazioni, ma le notizie riguardo ad esse a determinare tutto ciò. Il risultato è che la massa si omologa nella direzione della passività e della paura. La gente non esce più dalle proprie abitazioni, in un mondo affiltto da hikikomori generalizzato. Da un’altra angolazione, ma il risultato è il medesimo: panico e depressione!

7 

Vie di fuga

Si fugge da una prigione, si fugge da un’esistenza insoddisfacente, si fugge da una situazione dalla quale si può anche non uscire vivi. La fuga non è meschina quando è solidale con i propri compagni di viaggio, quando è condivisa con coloro che vivono le medesime condizioni di vita, quando non è tradimento. La diserzione è un tipo speciale di fuga: abbiamo dedicato l’artwork del nostro “Come il soffitto di una chiesa bombarata” al concetto di diserzione.
Tanti protagonisti delle canzoni del nostro nuovo album sono disertori, ma la canzone che affronta il tema della fuga nella maniera più radicale possibile è “Milano Antartica”, sul cui sfondo si mette in discussione la possibilità effettiva di una vera e propria fuga. Abbiamo collocato la storia che fa da sfondo al pezzo nella nosrtra città, Milano. Il luogo in cui viviamo e dal quale, se volessimo, potremmo considerare il “nostro” luogo da cui fuggire.
La fuga oggi é realmente possibile? O siamo in trappola? Il dubbio è legittimo. Ma il sospetto è che lo squarcio nel muro sia là dove si scatenano l’arte, il caos, i sentimenti più profondi come l’amicizia e l’amore. Come scrive Franco Berardi, in un bellissimo testo dal titolo “sull’orlo dell’abisso”: “Non usciremo dall’imprigionamento significante se non sapremo scatenare processi di follia collettiva, di follia felice […] Smorfie e sberleffi sull’orlo dell’abisso. Baci e carezze per scongiurare l’abisso“. Occorre aggiungere altro?

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Perché le guerre non scoppiano più

Abbiamo dedicato un disco alla guerra, per raccontare che cosa significa oggi “guerra” e il suo contrario, la pace. Il concetto è riassunto nel titolo del pezzo “Chi sta in alto dice: questa è pace, questa è guerra”. E questo ci ricollega ad una riflessione, molto attuale, sulla guerra: e cioè il fatto che “le guerre non scoppiano più”. Di fatto, viviamo in un mondo in guerra che non sa di esserlo. Nessuno si prepara per la guerra, ma tutti si preparano a difendere la pace; nessuno fabbrica armi per la guerra, ma per creare nuovi posti di lavoro; nessuno parte per la guerra, ma per missioni di pace, per operazioni di polizia internazionale, per risposte alla crisi. Quel che è sicuro è che le guerre moderne sono più sporche di quelle del passato: dal XX secolo si è invertito il rapporto tra morti militari e morti civili durante i conflitti. Ed è forse per questo che non scoppiano più.
Lasciamo tuttavia da parte quello che comunemente si intende per guerra ed estendiamo il suo significato, puntando l’attenzione sulle vittime. Esiste una guerra planetaria, silente e segreta, che ogni giorno l’umanità combatte contro un nemico indifeso. E’ la guerra contro l’ecostistema di cui parliamo in “Una guerra senza fine”.
A fare da sfondo alla canzone abbiamo immaginato un documentario sul mondo degli animali, come quelli che si vedono in televisione, ma di segno opposto; ovvero un documentario che non considera gli animali come se vivessero in un mondo separato dall’uomo (come siamo abituati a vedere su Discovery Channel), ma si focalizza sulla “convivenza” tra uomini e animali, e sui risultati di questa; una convivenza minata dai danni e dagli errori che noi animali-umani abbiamo commesso, trasformando ogni ecosistema in senso peggiorativo.
Il pezzo si articola in tre atti. Il primo si svolge nel sito della centrale nucleare di Chernobyl: l’energia atomica è stata la chiave che ci ha permesso di entrare nell’unica era dell’umanità nella quale si è resa possibile l’autodistruzione totale della razza umana e nella quale si è iniziato ad utilizzare una forma di energia che produce scarti di tossicità letale che rimarranno in eredità eterna al genere umano. Il secondo atto si svolge nelle foreste del Laos, dove ancora giacciono migliaia di ordigni bellici disseminati dagli americani durante la guerra del Viet-nam, e dove ancora oggi la gente salta in aria sulle mine di una “guerra che non c’è più”. Il terzo atto racconta dello sversamento del petrolio nei mari.
Energia atomica, bellicismo neo-coloniale e un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento delle risorse naturali. Tre ingredienti per una perfetta catastrofe ecologica. 

Tutte le strade portano alla catastrofe

2Abbiamo appena parlato di una catastrofe ecologica; poco sopra abbiamo invece parlato di una catastrofe cognitiva. La prima coinvolge il mondo materiale nel quale siamo gettati, l’altra il nostro monto relazionale, e di fatto la nostra libertà. Il racconto che fa da sfondo alla canzone “Noi sospiriamo ai bordi delle stelle” che chiude il nostro album è collocata in un medioevo futuro nel quale una non precisata catastrofe ha determinato la perdita della memoria da parte dell’umanità: un mondo nel quale i segni della catastrofe che ha condotto l’umanità alla rovina sono muti e misteriosi come le lettere di un alfabeto estinto; razionalizzare il presente ricostruendo il passato, cercando la propria identità in un magma esistenziale privo di significato, diventa una necessità ineluttabile, un moto che parte dal disorientamento, dallo sconforto, dall’angoscia, ma che può trasformarsi in un gesto creativo di infinita libertà e potenza.      
I ragazzini della storia compiono un tentativo di fuga dal mondo degli adulti; tale fuga è al contempo una ricostruzione inconscia ed allucinatoria della catastrofe, ma anche un tentativo di marchiare la propria esistenza con un senso profondo e nuovo: fuggono tra le rovine di un centro commerciale che immaginano essere un antico tempio; qui ogni notte guardano un film di guerra e ne ripetono le frasi in una lingua che non capiscono, come fossero incantesimi. Come abbiamo fatto tutti da ragazzini, ascoltando i dischi punk: ne ripetevamo i ritornelli senza capirli fino in fondo, imitandone il suono. E loro trovano la salvezza, la libertà in quel rito senza senso, come forse anche noi l’abbiamo trovata nella musica con la quale siamo cresciuti e che continuamo a vivere come se fosse la prima volta…

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