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Come il soffitto di una chiesa bombardata (2014)

[Ciao! “Come il soffitto di una chiesa bombardata” è un 10″ diviso a metà tra noi e i Contrasto. 1000 copie in vinile azzurro e un libretto di 12 pagine a colori infilati dentro un’elegante custodia cartonata che non sfiguererà sul vostro scaffale dei dischi. Il tutto assemblato nel giugno 2014. Beh, ma di che cosa parla questo album? Leggete qua sotto e lo scoprirete!

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Chi sta in alto dice: questa è pace, questa è guerra.

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Per il pezzo che abbiamo inserito sul nostro lato, abbiamo preso in prestito una poesia di Bertolt Brecht, cesellandola qua e là per farla stare a suo agio nella canzone. Crediamo che compagno Bert sarebbe stato lieto di prestarci un suo componimento. O no? Comunque sia, il testo cerca di mettere in discussione l’idea che corra una netta linea di separazione tra lo stato di guerra e quello di pace: quella demarcazione forse esiste più nella nostra immaginazione, oppure nei libri di storia, che nella realtà. Il pezzo vuole anche essere una riflessione sul significato che diamo oggi alle parole pace e guerra, che celano una sottile ambiguità, una valenza ideologica: un vuoto semantico. Dagli anni ’90 non si è fatto altro che parlare di “missioni di pace” riferite a campagne belliche che hanno portato più o meno la solita dose di morte, miseria e distruzione. Quest’ipocrisia linguistica e concettuale è lo specchio della nostra società, in cui le parole sono sempre più scollate dalla realtà, in cui i media non raccontano il mondo che ci circonda, ma lo plasmano. 
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.Non sono di essenza diversa la loro pace e la loro guerra / sono come il vento e la tempesta. La guerra cresce dalla loro pace / come il figlio da una madre / che specchia il suo volto in un lago di sangue.

La loro guerra uccide ciò che la pace ha risparmiato / la loro pace è una guerra che prepara il campo al massacro. Chi sta in alto dice: questa è pace, questa è guerra, ma non é poi tanto diversa la loro pace dalla loro guerra…  
L’artwork del libretto dei testi è un’apologia della diserzione…

La guerra che aleggia nel nostro immaginario… 

Nel fanta-racconto del sette pollici di “Angoscia-rock” (che abbiamo scritto nel 2008 e allegato a quesl disco), la guerra é un reality show amato dal pubblico, e una linea di
vestiario alla moda, mentre i remix delle marce militari sono in testa a tutte le classifiche della hit parade: la guerra è, insomma, un brand di successo.

Nel racconto dell’album “Vivi in un’era di caos psichico” (2011)  invece il protagonista é ossessionato
dalla convinzione che il mondo sia segretemente in guerra; si sente solo e incompreso, perché vede ovunque gli indizi di una guerra, di cui però è l’unico spettatore; spera che prima o poi la questione venga allo scoperto e svegli la coscienza assopita del mondo. I Wretched di Spero che
venga la guerra
, insomma: “
Spero che venga la guerra, con i suoi orrori e le sue stragi, solo allora capirai che potevi far qualcosa!“. 
Il maestro James G. Ballard ci offre alcune suggestioni a riguardo: per esempio, la guerra
come prodotto della società spettacolare, e la guerra che passa inosservata… 


La guerra non c’è, ma si vede alla tv.
Nel racconto “Teatro di guerra” (1977) Ballard scrive: “Dopo trecento anni è concepibile che una nuova guerra civile [tra la sinistra e la destra] divida il Regno Unito? Do per  scontato che, nonostante la negativa esperienza nel sud-est asiatico, gli americani interverrebbero qui con decisione ancora maggiore di quella che dimostrarono in Vietnam, e ciò per difendere i loro interessi economici e militari. Presumo con assoluta certezza che la televisione darebbe un resoconto ininterrotto e onnisciente degli eventi, presentati in forma di special documentario…“.
Una riflessione sul ruolo cannibalico e voyeristico che i mass-media hanno nel contesto bellico. All’epoca era sale sulle ferite fresche di un’America reduce dalla disfatta nel Viet-nam.
 
La guerra c’è, ma non si vede alla tv. 
Ne “La storia segreta della Terza Guerra Mondiale” (1981), Ballard fa il breve resoconto di un conflitto mondiale termonucleare, clamorosamente oscurato dai bollettini clinici del presidente Ronald Raegan, che occupano quasi integralmente i telegiornali dell’epoca; il pubblico americano segue gli aggiornamenti relativi allo stato di salute del
presidente con febbrile interesse, come fossero le puntate di una soap-opera: così, la Terza Guerra Mondiale (uno scambio missilistico tra Usa e Urss in Alaska) passa in sordina, e nessuno saprà mai di averla vissuta… Anche nel mondo reale oggigiorno si combattono molte guerre di cui non abbiamo notizia e che quindi, di fatto, non esistono…

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La guerra é lontana, la guerra é vicina.

La guerra come eco confusa, come fotogramma di un paese lontano, ammantato di esotismo; la guerra come racconto mediatico, costruito né più ne meno come fosse la sceneggiatura di un prodotto televisivo di consumo… I Weather Underground (il gruppo di lotta armata che agì in Usa negli anni ’70) avevano uno scopo: “portare la guerra a casa”, ovvero negli Stati uniti; far irrompere tra la gente quella stessa guerra che i loro connazionali combattevano a migliaia di chilometri di distanza nel Viet-nam. “Noi oggi stiamo adattando la strategia classica della
guerriglia Vietcong e la strategia della guerriglia urbana dei Tupamaros alla nostra situazione qui, nel paese tecnologicamente più avanzato del mondo
“. Far scorrere il sangue sulle strade, non solo in televisione!
 
Olocausti in tempo di pace. 
Nell’India del 1876, sotto il dominio della corona britannica, una carestia dovuta a causa naturali ridusse alla miseria gli agricoltori dell’altipiano del Deccan; benché nella regione si registrasse comunque una sovrapproduzione di riso e di grano, il vicerè Lord Lytton ordinò che nulla dovesse impedirne l’esportazione in Inghilterra. Nel 1877 e nel 1878, al culmine della carestia, i commercianti di grano esportarono in Europa la quantità record di 6,4 milioni di quintali di grano. Quando gli agricoltori indiani cominciarono a morire di fame, ai funzionari pubblici venne ordinato di “impedire le opere di soccorso in ogni modo possibile; la “legge contro le offerte caritatevoli” del 1877 proibì “sotto pena di incarcerazione ogni donazione privata di soccorso che possa interferire con la quotazione di mercato del prezzo del grano“.
Le sole attività umanitarie ammesse nella maggior parte dei distretti divennero i lavori pesanti, dai quali tutti quelli gravemente colpiti dalla fame erano respinti. Ai braccianti dei campi di lavoro veniva dato meno cibo di quanto ne riceveranno i detenuti del campo di concentramento di Buchenwald. Nel 1877 la mortalità mensile nei campi equivaleva ad una mortalità annua del 94%. Nel complesso, a causa della carestia “imposta” dagli inglesi, morirono dai 14 ai 29 milioni di indiani. Tuttavia, chi in quell’epoca stava in alto disse che quella non era una guerra, e così non passò alla storia come tale.
 

La guerra ha un’inizio?

Memorie oniriche di uno stato in bilico tra la pace e la guerra… Al classico pezzo, diciamo, punk, abbiamo voluto abbinare alcuni momenti ambient, sperimentando un po’ al di fuori delle solite cose… il frammento che chiude il disco si intitola “Hitler con gli occhiali a specchio” e fa più o meno così:  La prima volta che vedemmo il nemico fu in televisione all’ora di cena, si muoveva sullo schermo con il passo dell’oca e i denti bianchi. La prima volta che vedemmo del sangue fu sul fondo delle vaschette della carne macinata, mentre spingevamo i carrelli pieni verso l’uscita del supermercato.  A quei tempi il mattatoio faceva orario continuato. Le luci restavano sempre accese ed una voce senza genere ne’ età ci teneva costantemente all’erta. Il primo attacco non doveva coglierci impreparati. Eppure quella guerra non cominciò mai… Forse perché era iniziata da così tanto tempo da non riuscire nemmeno a ricordarlo“.
Il nostro sistema di vita non è forse dannoso (se non letale) per il pianeta terra e per molti dei suoi abitanti, umani e non umani? Lo stile di vita capitalistico non miete tante vittime quante ne miete una guerra? Molte di più, sicuramente. Quando, nell’aprile 2013, crollò il complesso del Rana Plaza a Dacca,  in Bangladesh, il mondo si accorse con sdegno che stipati là dentro non lavoravano gli schiavi di qualche sultano locale, ma gli operai – vergognosamente sotto-sotto-pagati – dalle multinazionali occidentali, lì per produrre le nostre merci. Noi occidentali ci siamo scoperti i diretti responsabili di quella sciagura, di quei morti lasciati sul campo di battaglia.    

Quelle del Rana Plaza e di altre situazioni analoghe sono le vittime di una guerra iniziata molto tempo fa, chissà quanto. L’Hitler dietro a quest’olocausto non ha l’aspetto truce e un po’ fuori moda di quell’altro, anzi è stiloso e sorridente. E’ il nostro edonismo. E’ la moda che vediamo sulle riviste e nei siti web di tendenza. E’ il vuoto delle coscienze, che rimbombano se non sono ovattate di spazzatura e rumore. E’ la dittatura dell’apparenza. Hitler in versione cyber-pop ha gli occhiali a specchio, e nelle lenti di quegli occhiali ci rilfettiamo noi, che lo stiamo a guardare con tanto disprezzo.
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La guerra ha una fine?

Per quelli che l’hanno combattuta personalmente, la guerra non finisce mai. A casa, li attende una coda lunga, una pace violenta: una battaglia logorante da combattere tutta da soli e quotidianamente. Di seguito, un bellissimo racconto di Mark Budz, intitolato “Soldatini”, scritto nel 1993 (qualche tempo dopo la fine della prima guerra del golfo):

Mark Budz - Soldatini (1993)-4

 

La guerra è…
[Fare uno split è un modo per sancire un sodalizio tra due entità che condividono una propria visione delle cose: i pezzi dei Contrasto presenti sull’altro lato del disco, affrontano il tema della guerra dal punto di vista del quotidiano. Tutto ciò che ci circonda, ciò che crediamo ovvio e necessario nasconde spesso un abisso di soprusi e orrori. Proprio ciò che siamo abituati a vedere, sul quale non riflettiamo, cela un sistema di violenza istituzionalizzata. Tutti coloro che reputano il potere necessario, non si accorgono che le loro opinioni potrebbero essere in realtà un effetto del potere stesso?]
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…Ogni giorno!
Qualcuno ha scritto che la lotta per la libertà sta soltanto nella lotta per la liberazione.
Non è passato troppo tempo dagli anni in cui si respirava la gioia rivoluzionaria di un cambiamento possibile… dai giorni in cui uno sparuto gruppo di compagne e compagni, a valle di un insediamento sociale favorevole, ci ha davvero provato mettendo sul piatto quella stessa vita che andava liberata, radicalmente.
Eppure, oggi, quegli anni sembrano lontani…una vita.
Come quel mare tumultuoso in cui ci si gettava presto per imparare a nuotare (nuotando).
E’ il quotidiano stesso, in ogni sua contraddizione, che vissuto/socializzato ogni giorno ci continua a dare questa risposta. Oggi, ancora di più.
Ogni giorno in cui l’onda lunga del capitale lascia strascichi e residui di sopravvivenza….e si fa sfruttamento, reclusione, migrazione/fuga, tortura, repressione, assistenzialismo, indifferenza.
Ogni giorno in cui è TAV, è Lampedusa, è l’ora d’aria al Buoncammino o il tempo che non passa mai nelle celle dimenticate di Poggioreale; ogni giorno in cui le ore non son più nemmeno numeri scanditi da un vecchio orologio a muro tra i grigi spenti e ciondolanti dell’OPG di Anversa, o in cui filo spinato e reti fitte delimitano basi militari o allevamenti di morte per la carne e per il profitto.
Ogni giorno in cui si fa un po’ meno giorno nelle periferie annichilite e stanche di Milano e Bologna o Trapani, dentro ai quartieri avvelenati di Taranto e Caserta o di Casale Monferrato. Ogni giorno in cui la dignità di un’esistenza si svuota/spegne nel ricatto salariato, dietro/dentro a violenze omofobe e di genere (assimilate, normate e strutturate), tra gli orpelli del culto, della fede, del controllo e dell’appar(ten)enza….ogni giorno in cui è Pavlos Fissas, Dax o Carlo Giuliani, o in cui il vuoto riempie un vuoto rassegnato nel C.I.E. di Ponte Galeria o nel C.D.A. di Otranto o nel C.A.R.A. di Foggia.
Ogni giorno in cui continua ad essere una fabbrica, un campo rom, uno sfratto, una chiesa, una caserma, una trivella, una divisa, uno sgombero.
Ogni giorno in cui la lotta si fa lotta per campare…mentre passa attraverso pezzi di carta ancor prima che per cortei e barricate. Pezzi di carta come emendamenti xenofobi, norme razziste e fasciste che sgretolano e sviliscono esistenze, culture. Pezzi di carta (ben pagati) come permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, coperture sanitarie, vincoli e contratti di lavoro, affitti, come documenti di identità e riconoscimento…pezzi di carta nero su bianco in funzione dei quali si è riconosciuti o meno (e si appartiene) come clandestini o cittadini, richiedenti asilo o rifugiati, votanti o non votanti, immigrati di prima/seconda/terza generazione, residenti o extracomunitari, stranieri, zingari o italiani. Ma anche figli/e di, mogli o madri di, sorelle di, compagni/e di, dipendenti di, legati/e a…oppure semplicemente come studenti, tronisti e veline, aspiranti, disoccupati, operai, impiegati, cassintegrati, precari, terroristi, antagonisti, carcerati, animalisti, anarchici, omosessuali, socialmente utili, esodati, suicidati, psichiatrizzati, sfrattati, sì/no/forse global…in ragione di categorie/strategie socio normalizzanti mirate a codificare ed annichilire ogni forma di esistente, di tessuto, di relazione, di differenziazione e arricchimento individuale e di specie.
Quegli stessi pezzi di carta che molto più spesso, ogni giorno, un sepolcro liquido come il mar Mediterraneo poi restituisce a riva, sulle battigie assuefatte dai sensi dell’abitudine. Pezzi di carta e pezzi di carne.
Questa, ogni giorno, non è forse guerra?
 
Come il soffitto di una chiesa bombardata.
Corvetto, Milano. Una domenica di giugno.
Giganti al cielo. Carne viva tutt’attorno.
E noi, sopravvissuti a cosa?
Seduti qui a terra, ancora.
Come gocce di sole nella città degli spettri.
A raccontarcela.
Mentre la rivoluzione sta su quelle altalene
e ha gli occhi del mondo.Mentre sembra che tutto sia perso e vacilli
malgrado parole, malgrado intenzioni.
Resta un’abile resa?E’ un tempo, questo, che non sa di niente…
è un tempo in cui cercare
quel tempo che ci apparteneva.Vagano giorni, restano silenzi duri come pietre.
Oggi mi sento come il soffitto
di una chiesa bombardata.
Oggi sto bene.

 
Cento fiori sono sbocciati.
Compagni, proletari, studenti ed operai
è questo tempo che ci chiama, oggi più che mai,
da Quirra a Niscemi per L’Aquila e Chiomonte
non servono avanguardie ma un solo fronteQuartieri annichiliti e grigi, vuote relazioni
affinano la strategia ed ingrassano i padroni,
ma se la lotta è lotta in ciò che manca per campare
…perché stiamo a guardare?Cento fiori son sbocciati, sono cento gruppi armati!Compagne, partigiani, migranti ed operaie
è un tempo in cui manchiamo ancora, oggi più che mai.
Confliggere un sistema organicato al capitale
è agire sul presente come scelta radicale.

Giostrai della rivolta fedeli alla tastiera
vigliacchi e delatori ad ogni cambio di bandiera,
venduti per due soldi marci al primo imbonitore
…ma l’amor mio non muore!

Cento fiori son sbocciati, sono cento gruppi armati!
  

Politica e rivoluzione.
Giorni che passano e lasciano come proiettili
giorni carichi a salve.
Muovono labili istanti di vuoto.Come formiche impazzite confuse
in un temporale d’agosto
viviamo tempi mancati, tempi irrisolti.Con quali proposte?
Avvitamenti. Fughe in avanti. E gabbie.Giorni che passano come proiettili
giorni carichi a salve
segnano labili istanti di vuoto.Devoti a niente. E a nessuno. Noi.

Frammenti a ricomporre in traccia
fragili esistenze, flebili certezze.

Conflitto, appartenenza, famiglia, relazione
… politica e rivoluzione!
Carceri e frontiere, lavoro, istituzione
… politica e rivoluzione!
E’ ancora troppo presto? Resta l’intenzione
… politica e rivoluzione!
Dissotterrare il ferro. Vecchia soluzione
… politica e rivoluzione!
Logoro è il potere. Logora è l’azione.

  

APPENDICE: Bozza di sceneggiatura per un film di guerra (senza la guerra).

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[Trama: in un’epoca totalitaria, il mondo è in guerra, ma non sa con chi. Numerosi fronti sono aperti, ma di nemici neanche l’ombra. Gli eserciti regsitrano comunque notevoli perdite, dovute ad incidenti, malattie, intossicazioni, atti terroristici, insubordinazioni, fuoco amico, scaramucce tra soldati dello stesso esercito ed altri eventi più o meno contingenti. Lo stato di guerra comunque torna comodo a tutti, quindi ok, anche se c’è carenza di nemici una guerra conviene sempre combatterla…]. 

“Da molti anni ormai vige la Legge Marziale: l’ha indetta la Dittatura Militare. La repressione, un po’ sanguinaria, è giustificata dall’eccezionalità delle situazione, che ormai dura da un tempo che nessuno ricorda più con precisione. Da alcuni giorni? Da mesi? Anni? Da quando è iniziatia la guerra. Ma quando è iniziata la guerra? Non è importante saperlo. Fatto sta che i più perseguitati da sempre sono i cosiddetti “pacifisti”: visionari che non credono nella guerra, in nome della quale vengono chiesti tutti questi immani sacrifici alle persone; i
“pacifisti” dubitano proprio che la guerra esista o che sia mai esistita. Il fronte però è là, e quando si è estratti alla Lotteria di Guerra bisogna andarci. Considerando che sono in pochi quelli che da laggiù fanno ritorno (o forse nessuno) occorre constatare che si muore, dunque la guerra esiste. Ma il problema è semmai: contro chi la si sta combattendo la guerra? Su questo aspetto regna un profondo disaccordo. D’altronde, ognuno ha i suoi nemici. E comunque non chiedetelo alla recluta che se ne sta in trincea, in mezzo alla polvere e alle formiche, perché lui… è per la pace. Si trova in questa situazione di merda, con un fucile puntato addosso; e a puntarglielo è un suo commilitone, che si regge a malapena in piedi perché si è ubriacato con la vodka e gli sibila: “Ora lo vedi che la guerra esiste?“.
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SCENA I. Esterno.
Prime ore di un debole tramonto che ha messo a tacere una giornata
umida e fredda.

 soldato kalasnikov collective
Un soldato si sbottona la giacca militare nera, decorata da una lunga striscia catarifrangente sulla lunghezza delle maniche. I bottoni, illuminati a led, si sfilano dall’asola sotto le sue dita tremanti. É debole e stanco. Una goccia di sudore precipita dalla punta del naso, nel fango bruno della trincea. La seconda goccia verrà raccolta dalla lingua bianca e piena di tagli del ragazzo. La divisa, pregna di sudore e dell’umidità della pianura, viene messe ad asciugare e distesa sul grande zaino di tela e vinile. È dalle prime ore del mattino che scava verso Ovest. Un raggio dell’ultimo sole colpisce il tessuto riflettente e dà origine ad un fuoco artificiale di luci ed abbagli. Il soldato si guarda intorno allarmato.
 
Soldato:
«Potrebbero avermi visto…»
Ma intorno è silenzio, gracidare di rane e ancora silenzio, ed il suo cuore che batte nel petto nudo. Il rischio di venir scoperto, è il prezzo da pagare per avere una divisa asciutta quando calerà la notte e il gelo gli sarà sopra come un rapace. Se tenesse gli abiti madidi di nebbia e sudore gli si gelerebbero addosso.
Soldato:
«C’è stato un tempo, prima di tutto questo – racconta all’irudinea che che persevera nel succhiare il suo sangue, insieme ad un’orda di ectoparassiti, sulla pelle piagata dall’umidità – in cui le divise erano mimetiche, sai? Avevamo colori diversi a seconda della fazione e c’erano gradi e gerarchie… servivano per nasconderci e per riconoscerci. Ora invece siamo tutti uguali…»
Il soldato cerca di deglutire, ma non ha più saliva. Ha sete. Cerca nello zaino la borraccia, ma trova soltanto una bottiglia mezza vuota di vodka. Sull’etichetta nera, alcune lettere argentate e fredde come la notte, ne compongono il nome: Vodka Fu-Inlé. Il soldato canticchia tra sé e sé il jingle pubblicitario del liquore sponsor del conflitto pancontinentale, portandosi il collo della bottiglia alle labbra screpolate e martoriate dalle punture d’insetto.
Soldato (canticchiando):
«Un sorso per la guerra che combattiamo. Un sorso per la pace che costruiamo. Non è mai giorno. Non è mai notte. Il tempo è eterno con la Vodka Fu-Inlé, il sapore dell’eroe immortale».

Beve la vodka ed è come se tirasse una testata ad un muro. Un atto autodistruttivo e liberatorio. Il soldato sa, che se dovesse berne anche solo un altro sorso, uscirà di senno. È stanco, ha fame e ha paura. Ma lo fa. Presto arriverà la notte e il freddo metterà in dubbio la sua stessa esistenza.

kalashnikov collective

SCENA II. Esterno.
Si espande il crepuscolo. Si alza un nugolo di zanzare, ma il soldato è ubriaco e non sente le punture, non sente più la stanchezza, non sente più nulla.

Squiiit! Squuiiit! (si sente in lontananza lo squittire di un topo).
Soldato (recitando con enfasi una filastrocca popolare anti-pacifista): «Ed ecco il topolino che scava la sua tana. Ed ecco la tana a cui appende una bandiera bianca. E sventola la bandiera bianca, ma la pace dov’è? “Dal lato opposto della guerra” dice il sorcio pacifista, mostrando la schiena al gatto che se lo mangiò!»
Il soldato si alza in piedi reggendosi sul fucile sporco di fango.
Soldato (caracollando verso la fonte dello squittire): «Qui non c’è mai nulla da fare, piccolo sorcio e allora io ti sparo. Tre settimane di guardia e tu sei l’unico nemico che vedo. Sei qui per rosicchiarmi la suola degli stivali e cacarmi nella gavetta! Sabotatore, io ti sparo!»
Topo (scappando): Squiit! Squiiiit!
Soldato: «Scappi? Sorcio sabotatore e vigliacco? Dai! Giochiamo al soldato e al pacifista, piccolo topolino!»

Il soldato, dopo una curva a gomito, si arresta all’improvviso.

Sequenza sparo kalashnikov collectivekalashnikov collective

SCENA III. Esterno.
Il buio é calato e presto il cielo sarà crivellato di stelle. Il gelo indurirà la terra e sbiadirà i respiri.

Cambia il punto di vista. Soggettiva sdoppiata dall’ebbrezza alcolica del primo soldato che, inseguendo il topo con gli occhi bassi, s’incaglia in un’apparizione improvvisa. Davanti a sé compaiono un paio di stivali militari dalle stringhe sporche e fluorescenti. Del topo non vi è più traccia ed è come se si fosse trasformato in quell’altro soldato, con la divisa internazionale d’ordinanza (fasce catarifrangenti sulle maniche e bottoni illuminati a led), che si staglia di fronte a sé e lo scruta terrorizzato.
I due soldati si osservano. Il primo che capirà se chi ha di fronte è un nemico od un alleato, avrà salva la vita. Non parlano, perché idioma e accento potrebbero svelare la propria area di appartenenza, mandandoli in confusione. Gli equilibri geopolitici di questa guerra senza fine, non posso essere compresi dalle persone comuni. Le Ragioni della Guerra, nuova scienza e nuova fede universale, non hanno bisogno di essere esplicitate. Le conosce chi governa per il Bene Comune e questo è quanto. Ai soldati non resta che studiarsi, come bestie che annusano i frutti della terra per capire se sono velenosi.
Secondo Soldato (gettando il fucile a terra e alzando le mani, recita il Non-Credo del Pacifista):
«Non Credo nella Guerra, Menzogna dei Potenti…»
Primo Soldato (togliendo la sicura al fucile e prendendo la mira): «Ci mancava solo questa! Stai zitto, orribile pacifista! Zitto! Li conosco i codardi come te!»
Secondo Soldato:
«…Non Credo nelle Ragioni della Guerra e nella sua Lotteria che sacrifica così il vecchio come il bambino, così la donna come l’uomo in nome del Bene Comune e del Progresso Pianificato…»
Il primo soldato, col fucile spianato, si avvicina al secondo. Sta perdendo la pazienza e comincia ad aver freddo. Pensa alla sua divisa che è rimasta sullo zaino ad asciugare.
Primo Soldato:
«Stupido sorcio pacifista! Lo vedi cosa ho in mano o sei cieco oltre che scemo? È un fucile! Hai la canna di un fucile in mezzo agli occhi! Cos’è questa, se non la guerra?»
Il secondo soldato s’inginocchia, senza smettere di pronunciare il suo Non-Credo.
kalashnikov collective

 

SCENA IV. È scesa la notte sopra i soldati, così come la certezza che quando l’alba arriverà col suo velo di nebbia e oblìo, uno dei due sarà morto e l’altro maledetto.

Il primo soldato non ha mai ucciso prima. Il pacifista che ha di fronte è il primo nemico che ha incontrato da quando il suo codice identificativo è stato estratto alla Lotteria della Guerra. Insieme a lui altri dieci, tra uomini e donne, che non ce l’hanno fatta.
Alcuni sono periti durante l’addestramento. Altri sono morti di freddo e altri ancora per colpa della vodka e della malaria.
Cambia l’inquadratura. Semi-oggettiva dal punto di vista del secondo soldato. Viviamo la trincea nascosti dietro alla sua nuca, che esplode come un fiore rosso che sboccia in time-lapse. Piccole perle vermiglie s’infrangono sul vetro della telecamera che precipita con lui, ruotando di 90 gradi. Vediamo, tra gli schizzi di sangue che si trasformano in lacrime rosse, il primo soldato allontanarsi. Se sarà fortunato, farà in tempo a tornare nella sua postazione ed indossare la divisa, accendersi un fuoco alimentato ad acetilene e a non morire di freddo. Forse. Ma non è facile orientarsi nel labirinto di tunnel scavati nelle decadi passate. Non è semplice evitare i crepacci in questa notte nera e fredda. Avrebbe dovuto depredare il cadavere del pacifista. Avrebbe dovuto rubargli le armi, la divisa e la vodka Fu-Inlé. Al soldato torna in mente il jingle e torna a canticchiare, con le mandibole percosse dai brividi.
Ultimo soldato:
«Un sorso per la guerra che combattiamo. Un sorso per la pace che costruiamo. Non è mai giorno. Non è mai notte. Il tempo è eterno con la Vodka Fu-Inlé, il sapore dell’eroe immortale».
E pronunciando l’ultima parola, cade a terra e precipita in un sonno eterno. L’eroico soldato perisce sotto la scure dell’inverno della notte. Semi-nudo ed ubriaco, il suo ultimo nobile pensiero va al bollente conforto dell’urina che si espande, come un abbraccio, dal cavallo dei pantaloni della sua divisa militare…
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