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Vampirizzati Oggi (2011)

Vampirizzati oggi è il nostro ultimo sette pollici, registrato alla fine del 2010 e pubblicato nell’ottobre successivo. I quattro pezzi che lo compongono, come scrivevamo: “…hanno come protagonisti i mostri dei vecchi film horror di serie b: ci sono i vampiri della title track, ci sono i fantasmi di “Canzone d’amore spettrale” e gli zombie della “Fabbrica dei morti” e de “il vero degrado è l’abitudine al vivere“. Come facemmo per i supereroi di “Dreams for super-defeated heroes“, abbiamo preso i mostri dei fumetti e li abbiamo scaraventati nel quotidiano, nell’ordinario, per spiegare quanto possa essere “mostruosa” la vita di tutti i giorni, soprattutto per chi come noi ha qualche problema di idiosincrasia rispetto al mondo che lo circonda. Il tema comune a tutti i pezzi è la quotidianità, l’eterno ritorno dell’uguale, l’asservimento alle logiche del lavoro e del consumo, la routine dissanguante, vampirizzante appunto, che il Sistema impone”. Ma scendiamo nel dettaglio…

Sessioni di registrazione all’insegna del disagio

Di solito si dice: “ci chiudiamo in studio e registriamo un disco”. Per noi è il contrario: quando decidiamo di registrare un disco ci apprestiamo a trascorrere una giornata all’aria aperta. E se il soffitto e le pareti ci sono, comunque la temperatura è sempre, inevitabilmente più sfavorevole che fuori. Da molti anni ormai registriamo i nostri dischi in situazioni di grande precarietà esistenziale e disagio climatico, dai cessi polari del defunto Centro Sociale Occupato Autogestito Garibaldi, sotto la neve, agli scantinati agostani di Villa Vegan infestati dalle zanzare e dalle nebbie subtropicali. Dovremmo quindi esserci abituati; tuttavia, incredibilmente, riusciamo sempre a rilanciare…
Questa volta siamo andati al Telos, lo squat di Saronno, ad una trentina di chilometri da Milano. Erano i primi di dicembre e faceva un freddo spudorato. Durante la mattinata, spavaldi, abbiamo montato lo studio di registrazione improvvisato e abbiamo iniziato a suonare, decidendo stoicamente di non pranzare per guadagnare tempo. Al calar della sera eravamo ridotti ad un presepe ricoperto di neve spray: statuine mistiche divorate dal gelo e dalla fame. Ma alla fine…
Cessofonia
Problemi di tempo. Il nonno è spaventato…
Le dita semicongelate di Sarta arrischiano un assolo…
Teto al mixer ostenta sicurezza…

Tanti accorgimenti tecnici, poi, basta una cagata che…

Questa sessione doveva servire anche da test per il nostro nuovo studio di registrazione itinerante, accuratamente assemblato da Sarta e Teto, i due “meccanici” del suono del collettivo. Il mixerone digitale pieno di lucine (molto natalizio) e il set di microfoni (promettenti miracoli uditivi) ci hanno permesso per la prima volta di registrare i pezzi suonando tutti gli strumenti contemporaneamente, voci e tastiere escluse, pur mantenendo tutto su differenti tracce, come nelle registrazioni in overdubbing per noi più consuete, nelle quali suoniamo uno strumento per volta mettendo successivamente tutto insieme.
L’idea di registrare al Telos, e non alla consueta VillaVegan, è stata frutto di un’elaborata analisi ambientale: come si sa, Sarta è architetto e, considerando che avremmo dovuto collocare ciascun amplificatore in una stanza il più possibile isolata dalle altre (per evitare di “sporcare” il suono di ciascuno strumento con quello degli altri), ha ritenuto più adatta la conformazione del primo piano del Telos.
Tuttavia, abbiamo tralasciato un piccolo dettaglio: la presenza degli inquilini. Fu così che, verso la fine di un pezzo, qualcuno – noncurante del groviglio di cavi sparso tutto attorno e del fatto che stessimo suonando – sia entrato in bagno, dove era stato posizionato e accuratamente microfonato l’ampli per basso, e vi abbia lasciato, come se niente fosse, una poderosa cacata con tanto di scarico scrosciante. Ecco, per non fare nomi, ne useremo uno di fantasia: Toffo. Il colpevole, ci ha però assicurato di aver fatto tutto a tempo, con impeccabile senso del ritmo. Da qualche parte nel disco, comunque, dovrebbe esserci testimonianza sonora del fatto (un caso esemplare di cacofonia). A parte questo dettaglio che consegnamo ai posteri, ci sembra che la registrazione sia venuta bene, con un sensibile risparmio di tempo, dato che abbiamo registrato suonando tutti insieme. Ma ora, veniamo ai pezzi…

1. Vampirizzati oggi

 

[ITA] Quest’alba a due colori mi ridesterà dai miei sogni di complessità. Ed alzarsi dalla bara della nostra identità ogni giorno é faticoso nella sua semplicità. Mi succhiano il sangue, mi strappano brandelli di carne viva, muoio ogni giorno e risorgo la notte. Vampirizzati oggi, manca l’intesa tra gli affetti, i pensieri e le azioni. Mi agito la notte, ballo ritmi di vendetta, scandisco le ragioni della mia estraneità. Estraneità a quel mondo nel quale poi mi sveglio come polvere spazzata per le vie della città. Mi succhiano il sangue, mi strappano brandelli di carne viva, muoio ogni giorno e risorgo la notte. Vampirizzati oggi, manca l’intesa tra gli affetti, i pensieri e le azioni… 

 

 

La canzone racconta dello scollamento che esiste tra i nostri desideri, le nostre aspirazioni, le nostre azioni e il nostro modo di essere. Il quotidiano, fatto di lavoro, di stupide incombenze e ovvietà, ci risucchia le energie vitali che spesso non possiamo più spendere in ciò che è realmente importante per ciascun essere umano, come l’amore, l’amicizia, l’arte, il pensiero, i rapporti autentici con le persone. Il sistema ci impone un modo di vivere estraneo alle nostre reali pulsioni, e ci trasforma tutti in soggetti schizofrenici…  Musicalmente Vampirizzati Oggi è un pezzo sincopato in levare, salsa-merenghe metropolitana con melodia tipo Napoli Violenta. Ok? Il testo ha qualcosa di un grande horror filosofico della nostra adolescenza: The Addiction (1995) di Abel Ferrara. Un film di vampiri ad altissimo contenuto paranoico…

2. Canzone d’amore spettrale

 

 

[ITA] Tienimi per mano mentre pendo dall’abisso ed oscillo come lacrima sulla forca del destino. Se lasci la presa sai non sarò io a cadere, ma tu ad essere risucchiato dal buio magnete che sorregge le stelle e stacca i sogni dalla testa degli uomini. 
 
Una storia d’amore sospesa nei cieli della città, un pezzo breve, ma dalla struttura strana (non ha ritornello o non ha strofa, decidete voi), sull’incomunicabilità dei sentimenti, sulle aspettative tradite nei rapporti, sugli amori fantasma.
La prima parte suona decisa e ritmata perché abbiamo evitato di usare i piatti della batteria (niente crash, ride o charleston insomma), un modo per esaltare i battiti e i riverberi dei tamburi e dare un senso di destino incombente; un grande insegnamento tratto dal terzo disco di Peter Gabriel, uno che odiava le soluzioni musicali a portata di mano. Se trovate davvero poco cool ascoltare con un orecchio il damerino inglese e con l’altro i Wretched, beh… benvenuti nel mondo impossibile del collettivo Kalashnikov!

3. La fabbrica dei morti

[ITA] Ci arrampicammo sul traliccio con le mani nere d’odio, per vedere da vicino la fabbrica dei morti. Nella fabbrica dei morti hanno lavorato i nostri padri per costruire il vuoto che sentiamo in fondo al cuore. Tra le linee di montaggio, alla luce dei lampioni, ci parve di vedere specchiarsi i nostri volti. Ma non erano riflessi, erano corpi in carne ed ossa che giacevano nelle bare sul nastro di trasporto. Per un po’ ci siamo fermati con le mani sopra gli occhi, ma deglutita la paura ci venne sete di vendetta! I gufi ci schernivano dai rami nella notte, ma smisero i meschini quando il sasso noi lanciammo …quando il sasso noi lanciammo…

 

Qui parliamo di un tema che non abbiamo mai affrontato così esplicitamente, cioè il lavoro. In questi anni di merda sappiamo quanto le promesse che il sistema capitalistico ha fatto ai nostri padri siano state tradite, rivelando il vero volto di ciò che avrebbe dovuto garantirci il benessere e la felicità: un sistema di sfruttamento che mastica le persone e succhia loro la dignità. Anche questo è un pezzo dalla struttura anomala, decisamente narrativa. Si parte con un intro strumentale che è fondamentalmente il commento sonoro della Corazzata Potemkin di Ejzenštejn, che si sente nella celebre sequenza del Secondo Tragico Fantozzi (che poi, alla fine, è un grande concept sulla surreale condizione del lavoratore nella nostra società… quindi tutto torna). Il testo è costruito come una filastrocca amara, crudele, che sfocia nel finale ieratico in d-beat, nel quale la parte del leone la fa l’organo da chiesa del Don…
  

4. Il vero degrado è l’abitudine al vivere

[ITA] Tentativo di auto-azzeramento dell’inceneritore, crollo, cedimento strutturale, il vero degrado è l’abitudine al vivere. Ossa calpestate nella società del sorriso.

“Il vero degrado” è un remake (piuttosto creativo, diciamo) di un pezzo dei nostri amici Ebola, ultracore bastards bresciani, il cui testo, coinciso e spietato, ci è piaciuto subito tantissimo. L’abbiamo trovato davvero perfetto per sintetizzare i tempi di stupidità e superficialità generalizzata in cui viviamo. Quella stupidità e quella noncuranza che, ad esempio, hanno reso possibile che un paese di nome Italia diventasse terra di saccheggio per un ridicolo dittatore e per i suoi meschini leccapiedi.
Ad ogni modo, la nostra reinterpretazione del pezzo parte col liscio e finisce col blast-beat. In mezzo: cavalcata death-metal con batteria a singhiozzo. Qui trovate il pezzo originale degli Ebola, contenuto nell’omonimo cd-r del 2009.
Il perché un gruppo come il nostro abbia deciso di registrare una cover di una band harsh-grind vecchio stampo come gli Ebola parrebbe meritevole di essere discusso, ma – sorpresa! – non lo facciamo.

United World Zombie!

Vampirizzati Oggi contiene in regalo un fumetto di 12 pagine, intitolato appunto “United World Zombie”. Si tratta di un vecchio fumetto americano degli anni ’50 che abbiamo preso, restaurato, tradotto e in parte riscritto. L’originale (intitolato “Corpses… coast to coast!”) fu pubblicato sul numero 14 di uno dei tantissimi magazine a fumetti dell’epoca, intitolato “Voodoo”, nel 1954.
Si tratta di una storiella metaforica, davvero attuale, in un certo senso profetica, scritta agli albori della Guerra Fredda (e molto più intelligente del romanzo World War Z di Max Brooks uscito nel 2006 che, sorprendentemente, mostra contenuti analoghi); una specie di riflessione sul senso e sul funzionamento della democrazia nell’epoca del turbocapitalismo globalizzato…

 

 

 

 E per finire…
Per chi voglia immergersi ancora più a fondo nel “clima concettuale” – eh, come parliamo bene! – nel quale è stato realizzato Vampirizzati Oggi, proponiamo un breve testo anti-psichiatrico e anti-specista redatto da Pep, il componente ombra del collettivo Kalashnikov, che solitamente ci offre, dalla suo scrittoio segreto, preziosi elementi concettuali a sostegno della nostra musica…

La Notte dei Morti Viventi

Il progetto di un’evasione dai codici identitari della società vigente non può non tener crucialmente conto dei meccanismi operanti nei processi di strutturazione delle identità. Queste ultime sono da doversi a modalità di produzione fondate su processi di oggettivazione, in cui il soggetto sociale predominante, nel porre se stesso come pura soggettività, si fa autore dell’oggettivazione conoscitiva dell’altro, producendone una condizione di reificazione: dunque di morte permanente. L’assetto sociale appare infatti attraversato e strutturato da processi oggettivanti, trovanti il loro baricentro nei gradi assoluti della reificazione: quello psichiatrico e quello specista, orientati ad istituire un doppio regime di individui ( i folli e gli animali) la cui conoscibilità è totalmente posseduta da coloro che si definiscono in contrapposizione ad essi (i sani di mente e gli esseri umani) ponendoli in essere quali puri oggetti di conoscenza,e negandone dunque lo status di soggetti. Tale modalità conoscitiva, avente per strumento la diagnostica psichiatrica e la tassonomia zoologica, deve essere smascherata nella sua natura di strategia: disvelandola in quanto pratica atta a strutturare specifici assetti identitari. Si tratta di un processo che è dunque da valutarsi non unicamente nel suo versante passivo (quello cioé dell’ animalità e della follia che vengono oggettivate attraverso procedure conoscitive reificanti) ma anche in quello attivo, in cui la costituzione di una soggettività trascendente (quella degli esseri umani e dei sani di mente) cioè produttrice di reificazioni conoscitive e non suscettibile di esse (e ravvisante il proprio nucleo  nella piena libertà di valutazione ed azione: il libero arbitrio) coincide con il porsi in essere di una gabbia identitaria ancor più radicalmente insidiosa in quanto invisibilizzata. Il consapevole ravvisamento di quest’ultima consente al contrario la demistificazione del concetto di libero arbitrio (pseudo-scientificamente codificato  quale capacità di intendere e volere, data mistificatoriamente per estranea a folli ed animali, il cui agire viene invece falsamente letto nei termini di automatismi comportamentali pienamente oggettivabili). Quest’ultimo è orientato a produrre l’illusione di una piena libertà decisionale ed operativa, soggetta in realtà ad una netta e inconsapevolizzata circoscrizione limitante e reificante (che la riduce di fatto all’interno dei ben definiti confini identitari della soggettività dominante).E’ proprio in tal senso che la pretesa di porsi al di fuori dei processi di mortuaria reificazione caratterizzanti le modalità relazionali vigenti è fatalmente destinata a rivelarsi infondata, essendo solo illusoriamente pensabile nell’universo sociale contemporaneo una trascendenza che non sia a sua volta reificata: dal momento che opera in esso l’inesorabile effetto di svuotamento e cancellazione della libertà prodotto dalla visione  psichiatrica e specista, la quale la riduce fatalmente alla cosiddetta capacità di intendere e volere. Sarà solo l’evasione cognitiva dai paradigmi concettuali dell’universo stesso a poter dar luogo all’imprevisto scatenamento di una devastatrice e liberatrice notte dei morti viventi.

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