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Vivi in un’era di caos psichico (2010)

[Siccome capita che qualcuno ci chieda di spiegare alcuni punti dei nostri testi o cose simili, abbiamo deciso di raccontare una per una le canzoni del nostro ultimo album, in modo tale che la curiosità di tutti potrà essere ampiamente soddisfatta e così che possiamo nel frattempo perderci in divagazioni e citazioni varie, cercando di annoiarvi il più possibile. In fondo i nostri testi sono pieni di citazioni e riferimenti che (forse) meritano di essere illuminati. Ecco a voi tutto Living in a psycho-caos era … rivelato!].

 LIVING IN A PSYCHO-CAOS ERA album (2010)

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La fredda cronaca.
Living in a psycho-chaos era è stato registrato in Villa Vegan Occupata a Milano tra l’agosto e il dicembre del 2009. La versione in cd digipack (11 pezzi + due booklet distinti di 44 e 28 pagine) é stata stampata in mille esemplari ed è frutto di una co-produzione che ha coinvolto varie DIY label provenienti da tutto il mondo, mentre la versione LP in vinile  (9 pezzi confezionati in un poster stile Crass) è stata stampata da Chaos Rurale (Canada) in 500 copie (400 vinile nero / 100 super-clear). Ok?
 
Pedante introduzione.
Nel nostro precedente album “Dreams for super-defeated heroes” i protagonisti sono gli eroi super-sconfitti (il tossico roso dai sensi di colpa di Banshee, il novello regicida utopico di Fernsheturm, la motociclista piromane che odia i Centri Commerciali di Sonja contro la Grande Distribuzione, la soubrette alcolizzata e sventurata di Phoebe Zeit-Geist, la dissidente latitante di Margini non codificati, gli attivisti eco-radicali di E.l.f…); “Living in a psycho-caos era” ruota invece attorno alla percezione del futuro e alle sue prospettive angoscianti. Visioni fantascientifiche si alternano, tra ucronie e distopie, e portano all‘esasperazione le ansie del presente: il futuro percepito in modo confuso e angoscioso dai protagonisti di Angoscia-Rock, il passato alternativo descritto nel racconto allegato al disco (ambientato in un 1990 in cui gli americani hanno vinto la guerra del Vietnam servendosi della bomba atomica e il muro di Berlino non è caduto), il collasso energetico di Quando le macchine si fermeranno, gli scenari di guerra di Nere sono le cinghie dei fucili, il futuro che corre inesorabile in una sola direzione di Monorotaia, l’utopia nichilista e primitivista de I cronoclasti, la desolazione post-nucleare di No doves fly here… Abbiamo attinto alla cultura comunemente detta bassa (fumetti, fantascienza popolare e altri prodotti sub-culturali) e ai nostri maestri radical-freak, da Hakim Bey a John Zerzan, da Marc Augé a Bruce Sterling, passando dal profeta della catastrofe numero uno, mister James Graham Ballard. “Living…” chiude una trilogia iniziata con “Dreams… e proseguita con il 7” “Angoscia-rock“.
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Arte poverella.

Nei dischi che compongono la trilogia di cui sopra, il lavoro di art-work e assemblaggio del packaging è fedele ad alcune scelte comuni. L’idea di base è quella di mescolare gli eroi bidimensionali della cultura pop a fumetti con visioni catastrofistiche tipiche dell‘immaginario punk radicale. La pratica usata è quella del collage. Nulla di nuovo: un’eredità dalla cultura anarco-punk (in particolare Crass, tra i pochi ad avere utilizzato lo stile taglia-incolla con risultati davvero interessanti). In “Dreams…” il giochino è stato quello di piazzare i super-eori della Marvel negli scontri di piazza degli anni ’70. Strappati ai loro fondali colorati, rassicuranti perché costruiti su misura per loro, i super-eroi si trovano a fronteggiare gli sbirri veri e i sanpietrini dei manifestanti. La realtà nella sua cruda conflittualità. Ne escono sconfitti. Nella realtà i loro super-poteri non bastano.

Nel realizzare le tavole interne di “Living…” abbiamo attinto invece ai fumetti americani per ragazze. Roba vecchia, anni ‘50 e ‘60. Titoli come Tender Love Stories, Young Love, Sorority Secrets, My Love e via dicendo. Prodotti dell’America conservatrice e puritana, una foltissima produzione mai sbarcata in Italia. Storie reazionarie e fallocentriche destinate ad un pubblico di teenager ultra-borghesi. Abbiamo preso queste Barbie aspiranti casalinghe e, come era accaduto per i super-eroi, le abbiamo infilate in contesti stranianti, a loro sconosciuti. Nel loro universo piccolo-borghese, fatto di problemi sentimentali, delusioni amorose e vestiti alla moda irrompe così la povertà, la distruzione, la fame, la guerra, il sangue, la morte… Una giovane degli anni ’50 piange china sulla bomba atomica “Little Boy” (così l’avevano “affettuosamente” chiamata i militari americani), prima che venga sganciata su Hiroshima, un’altra osserva spensierata il bombardamento aereo di Dresda. Sullo sfondo di una città distrutta, una coppia legge il Main Kampf di Hitler come fosse l‘album delle foto delle vacanze, mentre un’altra è in procinto di baciarsi davanti ad un camposanto disseminato di croci a perdita d’occhio (il Florence American Cemetery Memorial per i caduti della seconda guerra mondiale). Una signorina in tailleur spreca qualche lacrima davanti agli atroci scenari descritti da No doves fly here, come si commuove al cinema davanti ad una scena sentimentale, mentre una coppia di teen-ager assiste allo scoppio della bomba atomica su Manhattan come se fosse un romantico tramonto. Una insulta la bomba “fat man” (che verrà sganciata su Nagasaki) come fosse appunto soltanto uno stupido uomo grasso, un’altra si protegge dal bagliore di un fungo atomico con occhiali da sole all’ultima moda. Quadretti schizofrenici che rispecchiano il caos psichico dei nostri tempi!

please!

Finalmente le canzoni!

 

[ITA] Che schifo questi anni che mi strisciano sulla pelle, vermi che si cibano di lusso e ipocrisia. Che orrore questa vita fatta merce da piazzare, quest’esistenza di miseria mescolata alle illusioni… In un’epoca assuefatta alla paura i nostri desideri si trasformano in minacce che attentano alle vite sempre uguali. In un’era paranoica ed ossessiva. Politici, banchieri, contabili di morte bevete il mio veleno! Burocrati e mercanti succhiate il sangue infetto dai tagli del mio odio! In un’epoca assuefatta alla paura i nostri desideri si trasformano in minacce che attentano alle vite sempre uguali e scatenano catastrofi semantiche. Grumi di psicosi tra le ciglia delle ballerine drogate d’illusioni, fasci di luce anaffettiva proiettati sullo schermo della mente collettiva.

Dunque, dunque… “Vivi” è il pezzo, sotto il profilo musicale, il più semplice del disco, ma, da quello concettuale, il più complesso. Nel suo testo abbiamo cercato di racchiudere il concept sul quale si regge l’intero album. Il titolo del pezzo, come anche il fulcro concettuale dell’album, è stato ispirato dal sommo sacerdote della catastrofe J.G. Ballard. Il racconto di Ballard che ha ispirato il titolo dell’album (Vivi in un’era di caos psichico) è intitolato “Venus hunters”, una geniale rivisitazione (o stravolgimento) della classica letteratura ufologica e paranoide degli anni ’50. Racconta dell’incontro tra uno scienziato, Andrew Ward, e il commesso di una libreria, Charles Kandinski, convinto di essere in contatto con gli abitanti del pianeta Venere. Ward pensa inizialmente che Kandinski sia il solito fanatico di fantascienza, ma scopre di trovarsi di fronte una persona colta e sensibile, per quando lievemente sociopatica e disadattata. La cosa che lo sconvolge non è che molta gente del luogo creda a Kandinski e partecipi ai seminari di ufologia nei quali questo racconta con dovizia di particolari i suoi incontri ravvicinati; ciò che lo sconvolge realmente è che lui stesso sia profondamente convinto di quello che racconta. Come può un uomo intelligente e d’animo buono credere così profondamente e disperatamente in qualcosa di evidentemente assurdo, affermare cioè di incontrare periodicamente gli alieni fuori dal paese?

Il passo chiave del racconto è quando Ward parla della cosa ad un collega, il quale capovolge i termini del problema, descrivendo Kandinski come il profeta di un’età nuova che si sta affacciando al mondo, un’era di confusione e caos psichico: “La maggior parte della gente considera Kandinski un pazzo, ma in realtà Kandinski non fa che svolgere uno dei ruoli più importanti del mondo moderno, quello del profeta che avverte la popolazione della crisi incombente. Il vero delle sue fantasie, così come quello dei movimenti pacifisti anti-bomba, non va cercato sul piano conscio. Le sue fantasie sono l’espressione delle immense forse psichiche che si agitano sotto la superficie della razionalità […]. La sfortuna di Kandinski, come degli scrittori di fantascienza, è che, sia l’uno che gli altri, sono costretti ad assumersi il compito di descrivere i simboli della trasformazione in una società cosiddetta razionalista, dove si richiede a priori una spiegazione scientifica o pseudo-scientifica”. Per ogni malattia che si voglia debellare, bisogna andare aldilà dei sintomi alla ricerca delle cause. I sintomi sono segnali di pericolo: attenzione, c’è qualcosa che non va! Gli ufo sono sintomi, ma il problema non sono gli ufo. La credenza negli ufo è segnale che qualcosa nell’immaginario delle persone si è guastato e che, se prima tutti vivevamo in perfetta armonia con il proprio ambiente psico-sociale, ora qualcosa non va. La somma sentenza ballardiana è: “La catastrofe è psichica”. Ballard ha intuito che la crisi della nostra civiltà non è legata a motivazioni di carattere tecnico-strutturale, né tali motivazioni sono riconducibili totalmente alla sfera razionale. Non è la crisi delle banche che ci seppellirà, insomma. Oggi, più che mai, la società, intossicata dagli allucinogeni sovrastrutturali, si regge sull’immagine che noi stessi ne abbiamo. Il sistema capitalistico occidentale democratico sta perdendo terreno perché non funziona più come una volta in qualità di sistema che fa felici le persone, prospettando loro un futuro radioso, entusiasmante. Il patrimonio di valori immaginifici del sistema capitalistico-occidentale fa acqua da tutte le parti. La crisi delle banche non è il pericolo in sé. Il pericolo è la disillusione che investe la presunta onnipotenza del capitalismo. (La cosa divertente è che la chiave di lettura psicanalitica di Ballard la si può applicare anche all’immaginario dei gruppi crust, fatto di funghi atomici, guerre mostruose e visioni disperatamente paranoiche della realtà).
Gran parte di quello che ci circonda è così perché lo immaginiamo come tale, perché conferiamo ad esso un valore, una funzione, un ruolo, un significato arbitrario, consuetudinario, immaginario. Quando queste entità non rispettano più l’immagine che ce ne siamo fatti allora le nostre sicurezze psicologiche vengono meno e corriamo ai ripari alla ricerca di un capro espiatorio sul quale scagliarci per far tornare le cose come sono. Diventiamo paranoici e manifestiamo una sottile, segreta incrinatura della nostra stabilità psichica. Iniziamo a credere ai venusiani, con dignità e fermezza, come il rispettabilissimo commesso della libreria.

 

James Graham Ballard (1930 – 2009)
L’organizzazione sociale della nostra modernità è dunque patogena e causa disturbi mentali, ma i comportamenti psicotici non sono altro che tentativi di difesa e riassetto di fronte alla realtà che ci circonda. Piccole follie nevrotiche, dice Ballard, che ci preservano da grandi follie omicide. A volte però, quando queste piccole follie diventano condivise e si diffondono, crescono e diventano incontrollabili, producono mostri come il Nazifascismo, la guerra, l’olocausto. Follie all’epoca pienamente condivise da milioni e milioni di persone. Ballard traccia prospettive catastrofiche per la nostra modernità partendo da piccole follie attuali come il consumismo (nel romanzo “Regno a venire” del 2006) disegnando il profilo inquietante di un nuovo tele-fascismo sorridente, nel quale probabilmente già viviamo senza rendercene conto e non abbiamo la minima ida di dove ci trascinerà.
Detto questo, in Ballard c’è anche un discorso parallelo sulla pazzia, sulla psicopatologia, che si avvicina a discorsi che a noi stanno particolarmente a cuore come l’anti-psichiatria, cioè il rifiuto della psichiatria e della malattia mentale come categoria clinica: la letteratura ballardiana è piena di psicopatici santi e rivoluzionari che fuggono dalle cure per perseguire progetti di trasformazione sociale. Secondo Ballard, lo stato di follia non si cura con i trattamenti farmacologici o terapeutici, ma cambiando radicalmente le condizioni sociali e ambientali che stanno attorno al presunto malato. La salvezza del folle non è nell’adattamento, nella normalizzazione, ma nella creazione di un mondo nuovo e alternativo a quello che ha causato il suo crollo psichico. La cura, insomma, è, in senso lato, una rivoluzione…

2. Aratri d’ossa scheggiate

 

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[ITA] Campi di sonno solcati d’aratri di veglia. Ossa scheggiate che scavano destini. Linee, solchi, ferite, ematomi, segnali che indicano versi in cui inclinare il destino. Sottopassi illuminati, flussi di automobili, arterie di un corpo livido fasciato di stoffa nera. L’angoscia dai tuoi occhi è scivolata nei tombini e scorre sotto i marciapiedi, e rende faticoso calpestare l’asfalto desolato di questa mia città. Una stella cadente ha sfregiato il mio volto lasciando tracce di spazio profondo… 

E’ un pezzo che parla dell’incomunicabilità tra le persone. Viviamo tutti in una grande città e facciamo tutti più o meno le stesse cose. Viviamo su rette parallele, come i solchi di un aratro partecipiamo tutti (volenti o nolenti) ad uno stesso sistema, ariamo tutti lo stesso pezzo di terra, ma i nostri solchi non si incontrano mai. Ci diamo da fare per smuovere la striscia di terra che ci compete (è la nostra unica preoccupazione) per dissodare un campo nel quale cresceranno piante che si ruberanno la luce l’un l’altra. Aratri d’ossa scheggiate è anche una storia d’amore fatta di distanze e di impossibilità di comprendersi, di comunicare sulla stessa lunghezza d‘onda. Fa da colonna sonora alla prima parte del racconto incluso nel booklet di “Living…“.

3. Paranoia nelle strade

 

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[ITA] Inchiodati nell’ombra delle vostre esistenze vuote. Con i volti sbranati alle finestre vegliamo. Con gli occhi sbarrati… La paranoia nelle strade. Un vento nero di luce e di smog ci taglia le labbra e spazza tetro i nostri cortili segreti. E intanto osserviamo. Con gli occhi sbarrati… La paranoia nelle strade. Se scostiamo la testa di lato si vedono i buchi dei denti sul collo…

Paranoia: “psicosi caratterizzata da un delirio che si basa su un sistema di convinzioni a tema persecutorio non corrispondenti a realtà”. Semplice? Non tanto. Che cosa significa infatti “non corrispondenti a realtà”? La realtà sfugge, e la paranoia resta! “Paranoia nelle strade” altro non è che la traduzione del solenne titolo di una raccolta di punk tedesco degli anni ottanta che comprammo in un negozietto di Amburgo, “Paranoia in der Strassenbahn”. Sembrava un disco interessante, ma era gennaio e faceva un freddo cane; probabilmente avevamo una parte del cervello congelata, e si trattava di quella parte che sapeva perfettamente che il punk tedesco degli anni ’ 80 non è MAI interessante. A ogni modo, il titolo meritava…
Paranoia nelle strade è una canzone-laboratorio nella quale ci siamo divertiti ad inserire tutte le trovate bizzarre che ci vennero in mente. Parte con un intro melodica e metallara che è un po’ un tributo alle intro senza senso che si usavano nel h.c./thrash e nel death-metal all’inizio degli anni ’90, quando eravamo ragazzini. Tutti i gruppi introducevano i pezzi con qualche minuto di riff senza alcun legame con quello che sarebbe venuto dopo. Ci sono poi una strofa black-metal e un ritornello nel quale abbiamo coronato il vecchio sogno di registrare un pezzo d-beat con sopra un coro di synth à la Klaus Schulze (nostro personale idolo della kosmiche musik tedesca degli anni ‘70). Nella seconda parte abbiamo sovrainciso delle percussioni, per rendere ancora più trascinante la cascata d-beat. Rissa ha diligentemente suonato il suo jambé seduto sul cesso di casa di Sarta, luogo abitualmente adibito a questo tipo di registrazioni. Ha utilizzato un tamburo con un suono molto secco che ricorda la cassa della batteria. Se tutti i gruppi crust usassero questa tecnica per intensificare il drumming dei loro pezzi produrrebbero dischi-bomba. Vere valanghe. Purtroppo lo jambé é uno strumento sfigato e fuori moda, quindi ciò non accadrà mai. La parte conclusiva del brano è affidata ad un riff hard-rock puerile con spruzzatine di synth e respiro affannoso.
Il pezzo parla della paranoia che aleggia nell’aria. Ce ne stiamo accovacciati nella nostra coltre di odio, (“nei nostri cortili segreti”), a osservare la gente là fuori sempre più paranoica, in balia del suo delirante e assillante bisogno di sicurezza, del suo feticismo para-militare (soldati ai bordi delle strade, poliziotti armati fino ai denti, filo spinato, telecamere di sorveglianza…) e del suo cinismo individualista. Dall’altra parte, anche noi, logorati dall’odio e dalla frustrazione, cadiamo in paranoia, ingigantendo a dismisura la portata oppressiva del Sistema, un mostro pantagruelico, e di questo mondo marcio del quale non ci sentiamo parte; ci chiudiamo in noi stessi e prendiamo a veder la “gente” come un’unica, informe, disgustosa gelatina di ostilità. E non sappiamo come reagire. Ma in fondo, che cosa sarebbe il punk senza questa visione paranoica delle cose?

4. Ai ferri corti con tutto l’esistente

 
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[ITA] Passi sospesi, icone fluttuanti nel vuoto di gelide attese, sorrisi di carta regalano scrigni dorati. Stroboscopici soli irradiano lame ghiacciate, su occhi riflessi su cieli appannati, un gesto improvviso dirompe… Versi caduti, grida disperse seguite da cori gracchianti, ginocchia a terra, catrame che scorre e annega parole recise. Respiri distratti intrecciati tra sbarre piegate, maschere nude piangono cristalli di sangue… Sogni danzano tra le mani, corrono grida lungo i muri ciechi, schegge taglienti disegnano fiori. Sguardi evasi, protesi su pugni serrati, sogni in attesa di sciogliersi in volo. Un gesto improvviso dirompe.

Rocky Balboa

Eyes of the Tiger” dei Survivor, un pezzo di hard-rock anni ‘80 che faceva da colonna sonora al super-loffio Rocky III, è una delle nostre canzoni preferite, tanto che “Ai ferri corti con tutto  l’esistente” in origine era una specie di buffa versione strumentale di Eye of the tiger che ogni tanto accennavamo in sala prove. Poi ci infilammo un arrangiamento in levare e una partitura di sax, cosicché divenne quello che è, un pezzo comunque abbastanza atipico per i nostri standard.
Il testo è uno dei pochi che non ha scritto Puj. Chiedemmo infatti a Milena di scriverlo perché sapevamo che ogni tanto metteva giù qualcosa ed eravamo curiosi. Compose un originalissimo rap, strabordante di metafore e simbolismi che le fu ispirato dalla lettura di una biografia di Ulrike Meinhof, la terrorista della Rote Armate Fraktion negli anni ’70 (le Brigate Rosse tedesche, diciamo).

Ulrike Meinhof (1934 – 1976)

C’è un passo in quel libro (Liberate le strade dai sogni – 2006) che descrive il momento in cui Ulrike Meinhoff, che a quell’epoca era una giornalista radicale della Germania ovest di fine anni‘60, partecipa ad una manifestazione contro la redazione di un quotidiano conservatore e ad un certo punto, nella concitazione, imitando alcuni manifestanti, lancia un sasso contro una finestra. 
Un gesto banale, ma chiarificatore in quella fase esistenziale nella quale Ulrike era, appunto, ai ferri corti con tutto l‘esistente. In quel momento decise che scrivere non sarebbe stato più sufficiente, avrebbe dovuto agire. Il pezzo è una riflessione su come i gesti e le esperienze spesso cambiano il nostro pensiero e le nostre visioni politiche, più di tante letture e di tante riflessioni. Il titolo al pezzo, piuttosto concreto, stempera il florilegio visionario del testo.
“Ai ferri corti con l’esistente” è anche un’espressione diffusa in ambito radicale. La leggemmo per la prima volta su Terra Selvaggia, il bollettino ecoradicale anti-specista pisano. Era la chiusa di una bellissima lettera scritta da una compagna di nome Silvia: “In un contesto di repressione sempre più aspra e in una prospettiva di un dominio sempre più totale, la nostra risposta deve farsi più dura e costante. In quest’ottica dobbiamo scrollarci di dosso la debolezza e portare veramente fino in fondo le nostre scelte, ai ferri corti con tutto l’esistente“. I sentimenti di Ulrike e di Silvia, l’insofferenza e il senso di impotenza, sono gli stessi. Non accontentarsi di restare in un angolo a dire che il sistema è sbagliato, ma fare qualcosa per cambiarlo. Come molti compagni pisani, anche Silvia, poco dopo, pagò questa sua decisione con il carcere…

5. Angoscia-rock

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[ITA] Una corda alle caviglie che trascina il tuo passato e disegna un solco sporco, che è la linea del futuro… Ai crinali della notte, lungo il fiume radioattivo io ti afferro per la vita e ti stringo al mio destino. Al mio destino. Sui sentieri dell’angoscia si cammina aggrovigliati, sui sentieri dell’angoscia…

 

L’angoscia-rock è un genere musicale underground in voga nel romanzo “La musica della città vivente” (1980) di John Shirley, fantascienza pulp di prim’ordine. Shirley all’epoca era il cantante degli Obsession, un gruppo punk-funk di Portland, e scriveva romanzetti per racimolare spiccioli. Così facendo non divenne una rockstar, ma uno dei padri fondatori del genere cyber-punk, nonché uno scrittore di culto amato in tutto il mondo, meno famoso di William Gibson, ma molto più divertente. I suoi romanzi sono pieni d’azione e di trovate geniali: la lettura di “Transmaniacon” (1979) o di “Dracula in love” (1981) non vi cambieranno la  vita, ma daranno una sferzata alla vostra immaginazione anchilosata.

La protagonista de “La musica della città vivente” è Catz Wailen, la cantante di un gruppo di angoscia-rock. A pagina 10 la band di Catz entra in scena: “Un’improvvisa esplosione di suoni e frastuoni elettrici; la prima chitarra attaccò un assolo brutale. Sembrava un argano senz’olio che tentasse ululando di sollevare una tonnellata di rottami metallici. Il tuono del basso fondeva insieme i gemiti degli altri strumenti, ne faceva una forza d’urto compatta, così come le viti tengono assieme un carro armato lanciato alla carica. Catz appoggiò la chitarra e iniziò a cantare: Porci da due soldi, siete obsoleti, siete obsoleti, non c’è più posto per voi sulla strada, anche i vostri trucchi sono obsoleti. La strada è stanca, stanca di tutto, stanca del piscio e delle Cadillac. E la notte sarà chiara, e il giorno scuro, quando la città camminerà… Poi la chitarra solista si lanciò in lungo assolo che ritraeva la gioventù nel linguaggio dell’elettricità…”. Wow.

Angoscia-rock fu scritta in una sera. Bang! Volevamo che suonasse semplice, coincisa e disperata come un colpo di pistola. Partimmo quindi da una solida base d-beat per farne un pezzo crust à la kalashnikov. Kalashnicrust, insomma. Da un po’ di tempo riflettevamo sulle virtù del crust e sulla formula musicale, di successo ma semplicissima, sulla quale si basa: pochi ingredienti, ma da dosare nelle giuste misure e modalità. I pezzi d-beat ben confezionati suonano come corse-kamikaze a rotta di collo lungo un pendio che dà sul nulla, ma basta sbagliare qualcosa nell’esecuzione, nel modo di suonare la batteria, di cantare, nella velocità o nel mixaggio, che questa sensazione svanisce lasciandoti l’impressione che l‘eroica cavalcata suicida si sia trasformata in una corsa coi sacchi della parrocchia.
Gli Anti-Cimex ai tempi di “Scandinavian Jawbreaker” (1993)
Prima di mettere in piedi un gruppo crust/d-beat tutti dovrebbero ascoltare l’album Scandinavian Jawbreaker (1993) degli Anti-cimex: quello è l’atto di nascita del moderno d-beat, il punto d’equilibrio sottilissimo tra un pezzo crust allo stato dell‘arte e un vacuo pezzo proto-metal à la Motorhead. Se sai suonare così, bene, sarai un centauro sulla tua moto post-atomica lanciata a pazza velocità, altrimenti lascia perdere, sali sul tuo triciclo punk-rock e sparisci.
Ad ogni modo, a noi interessava preservare solo alcuni frammenti di quella somma saggezza crust, tanto che facemmo subito a modo nostro, manomettendo le regole: demmo alla strofa una scansione ritmica composita, con la prima battuta da contare in 3 e la seconda in 4 e inserimmo un intermezzo lento e un filo solenne dal sapore tragico, anch’esso giocato su una scansione irregolare delle battute, da contare in 4+2. Quando registrammo, il don a sorpresa sovraincise la partitura dell’intermezzo con un effetto fantastico di nome “gothic vox“ (sic), dando al tutto un’inaspettata apertura, una commovente spazialità invernale. Beeene! Mentre, quando fu il turno della voce, non eravamo per niente soddisfatti del risultato, suonava troppo lineare e melodica. Volevamo qualcosa di più incisivo, quasi crudele. Così suggerimmo a Milena di cantare il ritornello immaginando di stringere un coltello tra i denti, come un pirata all’arrembaggio. Ascoltando attentamente il pezzo si possono chiaramente sentire i punti in cui Milena usa questa tecnica…
angoscia rockIl pezzo racchiude lo spirito e le atmosfere del racconto omonimo che includemmo nel nostro 7” del 2008, una favola fanta-natalizia in salsa anarcopunk, permeata dall’angoscia per il futuro. E lo fa in modo vago, intuitivo, senza riferimenti troppo espliciti, come piace a noi. Ne è la colonna sonora, ma non in senso didascalico. Il fiume radioattivo che compare nella seconda strofa è liberamente ispirato al naviglio che lambiva l’approdo Caronte, lo squat milanese meno in della storia, una rimessa per le barche in disuso che noi amavamo, il cui ricordo viene evocato anche nel racconto di Angoscia-rock. Purtroppo fu abbattuto dalle autorità comunali nel 2008. Sorgeva lungo il bordo della darsena, tra i topi e i rifiuti, in una zona in cui il naviglio era limaccioso ed inquietante. Certe volte l’acqua aveva l’aspetto di un budino alle alghe…
 

6. Monorotaia

6[ITA] Non chiedetevi che speranza c’è negli arti irrequieti dei teppisti, le ferite parlano una lingua chiara con bocche di sangue. Chiedetevi piuttosto quale è il nome vero di questa società… Pianure di neve solcate da fruste di luce, corre veloce il futuro lungo una gelida monorotaia.

Monorotaia si regge su un riff in 5/4, che si conta cioè in battute composte da 5 quarti e non da 4 e, malgrado questa scelta ritmica inusuale, la canzone fila via liscia come se niente fosse. La coda ha un inserto di sax molto intenso e ricorda i minuti finali di una delle nostre canzoni preferite, On the Waterfront degli Anti-Nowhere League.

Il testo di questa canzone è molto semplice: è una riflessione sulla sostanziale impossibilità di abbandonare la strada segnata dai binari delle regole e dei costumi sociali, dell’educazione che ci viene impartita, delle imposizioni del sistema economico di cui facciamo parte. Spesso saltare giù dal treno significa ritrovarsi soli, doloranti ed infreddoliti a vagare nella brulla campagna ai lati della ferrovia, tanto vergine e vasta, quanto fredda ed inospitale. La valvola di sfogo di fronte a questo destino di coercizione, frustrazione e addomesticamento, è spesso la violenza. Nella società, la violenza si sublima in riti spettacolari e catartici (come lo sport, il cinema, gli spettacoli televisivi…). Tuttavia, a volte, la violenza esplode e viene indirizzata verso i soliti capri espiatori. Torna ancora Ballard e la società violenta e xenofoba, che assurge un centro commerciale a nuova chiesa e, al ritorno dallo stadio, sfoga le proprie repressioni verso gli immigrati indiani ed est-europei, nel romanzo “Regno a venire” (2006). Anche la violenza (con le sue modalità di esplicazione) è frutto del nostro sistema di vita.

L’immagine del ritornello (un treno lanciato inesorabilmente lungo una pianura innevata) è ispirata ad un film intitolato “A 30 secondi dalla fine” (Tit. or. Runaway Train – 1985) del regista russo Andrej Konchalowski. E’ girato in Alaska e parla di due evasi che si nascondono su un treno merci fermo sui binari. Il treno parte e durante il viaggio sognano di rifarsi una vita. Sono però ignari che il macchinista è morto e che il treno è lanciato in una folle corsa verso il nulla. Prima o poi si schianterà: scoprono infatti che non é possibile accedere dai vagoni alla locomotiva. Il loro destino è segnato, non ci sarà redenzione. Il film vuole suggerire una riflessione sulle reali possibilità che la società offre a chi decide di vivere fuori dal tracciato dei binari.

7. Nere sono le cinghie dei fucili

[ITA] Fu così che il dolore scivolò tra le dita e si perse tra le pieghe dei vestiti Fu così che i gesti banali si fecero eroici e i miei pugni si aprirono ad accogliere le tue mani. Mentre il fronte occidentale crollava sui soldati e riecheggiavano le bestemmie dei fucili inceppati. Bruciavano le gole aggredite dalla vodka davanti ai falò… Così ti abbracciai sotto un cielo di fango mentre le bombe cadevano e i soldati ti avrebbero presto trovato. Con le baionette dei fucili sul dorso della notte tracciavamo segrete costellazioni e lanciavamo minacce alla luna che vegliava come uno sbirro su di noi. Il plotone seguì le nostre orme nella terra facendosi strada tra la vegetazione oltrepassò le trincee ancora popolate di fantasmi ancora umide di paura e giunse ad una radura, i resti dell’accampamento e il segno sulla corteccia che indicava il dirupo a strapiombo nel cielo estivo…

E’ un pezzo piuttosto lirico, sulla guerra e sulla diserzione. C’è qualcosa di uno dei più grandi film di guerra mai girati, ovvero “La sottile linea rossa” (1998) di Terrence Malick. In particolare, per quanto riguarda la figura del soldato Witt, prima disertore tra i polinesiani, poi martire che si sacrifica per i commilitoni.
In effetti il pezzo racconta la storia di un gruppo di disertori. E’ ispirata ad una vecchia storia già citata nel racconto di Angoscia Rock…

Diciottesimo secolo: la madrepatria inglese invia una spedizione nelle americhe per scoprire che cosa sia accaduto agli abitanti di una colonia dalla quale non previene nessuna notizia da molto tempo. Gli esploratori, giunti sul posto, trovano il villaggio deserto, senza indizi che lascino supporre ad una fuga precipitosa o ad un fatto di violenza. Solo un messaggio enigmatico, scritto sul muro della chiesa: “Gone to Croatan”. Andati a Croatan. Quella di Croatan era una tribù di indios che viveva sulle alture poco distanti: i coloni avevano scelto di lasciare la civiltà e di vivere da selvaggi…

8. Stalinstrasse love story
  

stalinstrasse

[ITA] Mi sono tagliata con i cocci affilati delle mie notti insonni e ti offro scarpe da tennis piene d’amore per correre veloce lungo la cortina. Mi sono tagliata con i cocci affilati dei tuoi sogni infranti e ti offro scarpe da tennis piene d’amore per correre veloce lungo la cortina. Finché le nostre carte d’identità mentiranno su ciò che noi siamo, che cosa potremo temere? E che cosa potremo sperare? In casi come questi amare é scappare, infrangere la legge e scrivere da soli un lieto fine che possa funzionare in questo mondo senza trama… 

Karl-Marx alleé: inverno, neve.
Karl-Marx alleé: inverno, neve.

Karl Marx Alleé è uno stradone della ex Berlino-est che prende avvio da Alexander Platz e attraversa la parte orientale della città inoltrandosi verso i quartieri popolari di Friedrichsain e Lichtenberg. Un tempo, il suo nome era Stalinalleé, e rappresentava uno degli esempi più classici e gloriosi di architettura sovietica.
Quando attraversammo per la prima volta Karl Marx Alleé rimanemmo esterrefatti e piangemmo di gioia: era il pezzo di città più bello che avessimo mai visto! Austeri, trionfali condomini squadrati e tutti uguali in Zuckerbäckerstil, un cinema sovietico dal design retro-futurista, negozi dalle vetrine alte quattro metri e completamente spogli, bar atroci per alcolizzati (nascosti dietro porte di legno senza insegna), busti di Marx nelle aiuole… insomma, una sintesi mirabile di maestosità e di squallore sovietico. Un luogo incredibilmente suggestivo dove si incrociavano storie di solitudine, tracce di utopie scintillanti, segni di un passato tormentato…
Quando tornammo a casa, dopo quel folgorante primo contatto con l’urbanistica stalinista, Puj trovò ad una bancarella di libri usati (per un euro) un saggio del 1975 intitolato Architettura ed urbanistica nella Repubblica Democratica Tedesca. Era una palla assurda, scritto da un nonno senza un minimo di verve, ma Puj se ne servì successivamente, durante altri viaggi nella ex Germania Est per far visitare ai suoi sventurati compagni di viaggio posti assurdi, simboli della pianificazione urbanistica sovietica, come il complesso residenziale di Sudstadt nella periferia di Rostock (uguale alla Comasina) o la tremenda Neustadt di Dresda.

Karl-Marx alleé: inverno, neve, di sera.

Ma torniamo all’inizio, alla nostra passeggiata lungo Karl Marx strasse… Ad un certo punto, proprio all’altezza del busto di Marx in Strausberger Platz, cominciammo a discorrere di musica; fummo allora colti da un’allucinazione musicale collettiva e immaginammo un gruppo di poveracci folk nell’aiuola della piazza intonare stornelli nichilisti ebbri di decadenza con strumenti di fortuna. Una simile visione mistica la avemmo anni prima davanti alla stazione di Cracovia, in Polonia, quando avvistammo un gruppo di punkabbestia seduti in circolo sotto un albero, suonare alcuni pezzi crust con la chitarra acustica. Tutto questo andava a configurare un nuovo genere di folk suburbano suonato da menestrelli borchiati nei ritagli erbosi delle metropoli.
Tornati a casa, ci mettemmo a scrivere il nostro primo pezzo folk suburbano che, come tributo all’originaria ispirazione, fu battezzato Stalinstrasse Love Story (Stalinstrasse e non alleé… licenza poetica). Beh, sta di fatto che di quell’originaria idea, nella canzone, alla fine non è rimasto un cazzo… Stalinstrasse love story prese una piega diversa, ci inserimmo un sacco di strumenti e ne venne fuori il raga post-punk un po’ incasinato con basso funky che potete ascoltare nel disco…
La canzone parla di una immaginaria storia d’amore ambientata nella Berlino socialista degli anni ‘70: una ragazza che è una spia della Stasi (la polizia segreta della ex-Germania Est) infiltrata in ambienti frequentati da dissidenti che s’innamora di uno di questi. Lui naturalmente non sa che l’altra è una spia della Stasi e la coinvolge in una qualche attività clandestina senza sapere che ciò sarà la sua condanna. E allora lei è disperata e sogna di potergli regalare delle scarpe da tennis magiche per saltare oltre il muro e scappare. Molto tempo dopo aver scritto questo pezzo ci é capitato di vedere il film “Le vite degli altri” (2009) che racconta anch’esso una storia d’amore a Berlino est e sviluppa un intreccio vagamente simile.
Il pezzo, come il successivo (Quando le macchine si fermeranno) e quello dopo ancora (I cronoclasti), fa da colonna sonora alla parte del racconto (incluso nel booklet del disco) ambientata a Berlino…

9. Quando le macchine si fermeranno

10

[ITA] Tutti vivremo la prossima catastrofe elettrica, tutti vivremo un natale senza luci. Il grande buio, un buio grande. 

Schoneberg, Berlin: il condominio sopra il bunker
Schoneberg, Berlin: il condominio sopra il bunker

Frammento dance-punk nato da un riff ossessivo sul quale improvvisammo una canzone. Ne venne fuori un pezzo funk piuttosto marziale e un filino inquietante, tanto  che suggerimmo a Milena di dare l’uno/due/tre/quattro dell’inizio in tedesco. Sembrava più adatto! Ci stava bene anche col fatto che i protagonisti del racconto incluso nel disco la eseguono a Berlino in un bunker antiaereo della seconda guerra mondiale.

Quel bunker esiste realmente e ancora oggi lo si può vedere lungo Pallastrasse, nel quartiere di Schoneberg, a Berlino. Un blocco di cemento armato così incredibilmente massiccio e inespugnabile che, dopo la guerra,  nessuno riuscì ad escogitare il modo di demolirlo. Così negli anni ’60 ci hanno costruito sopra un mega-condominio popolare di dodici piani, che lo avvolge e lo aggira in maniera buffa. Il bunker se ne sta lì smorto e depresso in mezzo ai palazzi, come un grumo brutti di ricordi troppo grosso per essere rimosso. Quando ci si parò davanti capimmo di trovarci in un posto magico…

Il titolo del pezzo è quello di un romanzo di fantascienza rosa degli anni ’60 (The day the machine stopped di Christopher Anvil, 1963) nel quale, ad un certo punto, a causa di un misterioso fenomeno, l’elettricità scompare e gli Stati Uniti piombano in un nuovo medioevo fatto di oscurità. L’incubo del black out era un presenza fissa nella futurologia e nella fantascienza catastrofica degli anni ’50, fino almeno a due decenni successivi: scrittori, scienziati e filosofi facevano a gara per raccontare nel modo più plausibile l’imminente collasso energetico. Il testo della canzone sbeffeggia questa paranoia post-moderna, questo fanta-catastrofismo piccolo borghese, puntando l’attenzione sull’eventualità di trascorrere un “Natale senza luci”. Un terrificante anatema, perché le luci dell’albero di Natale restano uno dei tanti irrinunciabili (quanto vacui) simboli del benessere consumistico!

10. I Cronoclasti 

 

kalashnikov
[ITA] Gocce di lurido freddo solcano la schiena del mondo e giacciono fracassate le macchine che muovevano il tempo. Le insegne dei cinema abbattute tra la neve rivolgono domande prive di senso agli dei che stanno in cielo. Batti il mio petto con i pugni torvi dei tuoi anni, noi siamo il giorno luminoso. Sulle acque oscure del passato increspate di futuro si erge il ghiaccio austero dei nostri ricordi. Batti il mio petto con i pugni torvi dei tuoi anni, noi siamo il giorno luminoso. Abbracciami tra il cielo e la neve che trascina al silenzio la terra. Nella dolce bellezza di un mondo ancorato al presente.
Un pezzo dalla genesi piuttosto tormentata, eravamo spaesati in mezzo a tutto quel vuoto da riempire, faticavamo ad andare uno con l’altro e ci guardavamo continuamente, spaventati come bambini… La canzone era nata come una specie di operetta post-nucleare a metà strada tra la musica da camera e la marcia militare. Avevamo dei dubbi  che il pezzo potesse improvvisamente assomigliare ad una ballad metal in stile Scorpions. Sarta era nel periodo in cui non vedeva l’ora di inserire un pezzo recitato in una canzone e così optammo per inserirlo qui; lo affidammo ad un nostro amico di Torino, Rocco, voce dei Fasti, un tempo Seminole, ensemble di post-rock elettronico. Componemmo poi un finale strumentale lungo e intricato dal sapore pagano, con alcuni cambi di tonalità e pezzi terzinati, per poi buttarlo interamente nel cesso una volta registrato perché non funzionava. Così troncammo la canzone a metà. E andò benissimo!
“Cronoclasti” è una parola inventata. E’ composta da cronos, tempo, e klastes, distruggere (oh sì, è greco antico…). Come gli iconoclasti sono coloro che all’epoca dei primo cristianesimo ritenevano blasfema la raffigurazione dei santi e ne distruggevano le immagini (icone), così i cronoclasti fermano le lancette degli orologi e “distruggono il tempo“. (come suggerisce John Zerzan nel suo “Ammazzare il tempo”, testo che abbiamo saccheggiato per redigere la parte sul tempo del saggio nel booklet dell’album). L’idea del testo proviene dall’ennesimo romanzo di fantascienza: niente come un romanzetto di fantascienza stimola l’immaginazione nel costruire gli scenari delle nostre canzoni! La fantascienza è un enorme serbatoio di visioni, di idee rivoluzionarie, ma anche di preziose proiezioni paranoiche della realtà…
Il racconto in questione si intitola “Crepuscolo sulla città” (Urania n. 811 del 1979 – Tit. Or. Twilight of the city, 1977) a firma di un tale Charles Platt. Si tratta di un libretto davvero puerile e pieno di trovate scadenti. A salvarsi sono una ventina di pagine al centro, venti pagine miracolosamente ispiranti. Qui, in seguito al collasso delle grandi città per non si sa bene che cosa, i protagonisti si trovano a vivere come squatter post-atomici in una metropoli abbandonata, sommersa dalla neve e dal silenzio. Tutta la popolazione é emigrata (non si sa bene perché) nelle campagne per costituire comunità agricole primitiviste tipo hippie, però un po’ fasciste. Alcuni sbandati nichilisti invece sono rimasti nelle metropoli fantasma; vivono alla giornata, razziano i supermercati ormai incustoditi, occupano i migliaia di appartamenti disabitati senza più luce, gas, acqua corrente e riscaldamento. Ben presto si disabituano a contare le ore, i giorni, i mesi. Il tempo viene scandito dal solo ciclico susseguirsi di luce e buio. Dalla fame ed dal sonno. Si abituano a vivere in un eterno presente, a convivere con un passato che ormai non può più tornare e un futuro di fatto inesistente. Il tempo è distrutto!
In questa situazione da incubo descritta dal romanzo, riaffiora qualcosa di primordiale, mitico, segretamente originario. Ancor più efficace perché questo qualcosa emerge tra le scatolette del supermercato e il cemento di una metropoli che ci è familiare. Il crollo della civiltà aveva trascinato con sé non solo i palazzi e i sistemi (quello produttivo, economico, sociale…), ma anche certe modalità interpretative di tutto ciò che ci circonda e che diamo per scontate. Il crollo supremo aveva lasciato in eredità un mondo bianco come la neve e qualche residuo che a poco a poco sarebbe stato anch’esso inghiottito (“le insegne dei cinema che rivolgono domande prive di senso agli dei che stanno in cielo…”). La polvere del crollo si posa, e resta il silenzio. Insomma, senza più civiltà anche certe idee che paiono innate o comunque immodificabili come quella di tempo vengono stravolte. E non si fa fatica ad immaginare che è esistita un’epoca nella quale “il massacro non era all’ordine del giorno”. In sostanza, abbiamo voluto portare nella canzone queste sensazioni: sfuggenti suggestioni ancestrali, fuochi d’entusiasmo primitivo e incontrollabili pulsioni di morte che lasciano tremanti anche noi!

11. No doves fly here (Orig. The Mob 1982) 

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Ascoltando No doves fly here” dei Mob (l’originale) viene spontaneo chiedersi “Da dove proviene questa magia esagerata?”. Si tratta di un pezzo costruito su un solo riff di basso, piuttosto bruttino, tutto sembra messo insieme a caso e la voce di Mark è anche più stonata del solito. Ma la magia è totale, assoluta. Decidemmo che per carpire i segreti di questo pezzo l’avremmo dovuto rifare col gruppo. Si prestava a mille esperimenti e stravolgimenti: decidemmo di farne una versione tutt’altro che punk, consacrandola a colonna sonora della desolazione. Il suono che sale dal silenzio dopo la battaglia (nucleare in questo caso, naturalmente!). Musica da camera (ardente), suonata da strumenti classici (alla fine utilizzammo solo un pianoforte) con funebri inserti di synth baritonale. Quando la provavamo in sala prove facevamo spegnere tutte le luci e restavamo a lume di candela per calarci in quel suono flebile e oscuro. Poi ne abbiamo fatto un video-clip sulla scia di quello realizzato per la canzone originale, servendoci del medesimo documentario sulla tragedia di Nagasaki ed Hiroshima, ma montandolo in maniera differente.
Curtis dei Mob ci ha scritto annunciandoci che la nostra versione di No Doves è assolutamente strepitosa e che l’adora. Che felicità! Ne siamo stati contentissimi. I Mob erano un gran gruppo, milioni di volte più poetici e profondi di ogni altra band anarco-punk. Nemmeno i Crass di Nagasaki Nightmare sono riusciti ad eguagliare la commovente potenza espressiva di quel scintillante raga pacifista che è No Doves Fly Here. 
In merito ai Mob e alla loro appartenenza alla scena del punk politico inglese, ho letto una bellissima frase nell’intervista che Ian Glasper fece al gruppo. E’ Josef, il batterista che parla, tirando le somme della vicenda della band: “In fin dei conti non eravamo dei rivoluzionari. Eravamo solo un branco di bambini confusi che si tenevano vicini per stare al caldo”.

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