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[We talk about…]
MUSIC!
Musica è divertimento! musica è impegno! musica è narcisismo! musica è socializzazione! musica è cambiamento! musica è lotta!… che cos’è la musica che suoniamo? A volte si è così presi a sudare sugli strumenti, a mettersi d’accordo per fare le prove, tra una giornata di lavoro alienante e mille altri stupidi impegni, a cambiare le corde della chitarra o a smanettare con un mixer che non si pensa più al senso di quello che si sta facendo. Pensare la musica non è affatto semplice: la si compone, la si suona, la si ascolta, ma difficilmente se ne parla, se ne analizzano i significati, si riflette sulla sua funzione. Non è una menata socio-filosofica, è un problema serio! Quando abbiamo iniziato, una cosa ce la siamo imposta: basta con gli slogan! Volevamo fare musica punk senza usare formule preconfezionate, senza sfruttare una simbologia d’accatto, senza prendere in prestito un immaginario… ma costruendocene uno su misura, tutto nostro. Che ambizione! Non credo, anzi: voglia di comunicare veramente. Ma comunicare non è facile. Bisogna innanzitutto pensare allo strumento che si utilizza per veicolare il messaggio. Scavando nella mia libreria da pazzo, mi è capitato tra le mani un librettino ingiallito: un’antologia di articoli pubblicati sulla rivista di musicologia degli anni ’70 intitolata Muzak. Tra una requisitoria contro i poveri Emerson, Lake and Palmer e un pistolotto palloso sui Soft Machine, mi sono imbattuto in un breve articolo che tratta il tema delle scelte di stile che la comunicazione musicale, più strettamente politica o meno, deve necessariamente compiere se vuole essere efficace nel trasferire messaggi. L’autore si chiede: è coerente ed efficace affidare la comunicazione politica “rivoluzionaria” ad una forma musicale che, seppur popolare ed accessibile a tutti, è anche retrograda, reazionaria e conservatrice come quella della canzonetta o della ballata popolare? E non c’è il pericolo che il linguaggio codificato e scarno del pop possa impoverirne i contenuti? Una musica dal messaggio “rivoluzionario” non dovrebbe essere di per se stessa musica “rivoluzionaria”? Musica in grado di scuotere e svegliare le coscienze dal torpore, magari anche disturbandole, aggredendole, estranea alle logiche compositive e di fruizione della musica commerciale? Non c’è il rischio che una forma canzone di per sé troppo “digeribile” possa far prevalere elementi estrinseci, come il ritmo e la melodia, sui contenuti? Se sono le contraddizioni della realtà circostante che vogliamo mettere in luce, non avrebbe più senso utilizzare un linguaggio meno rassicurante, più “critico”? Insomma: fa pensare di più la musica di una band noise-grind strumentale o quella del Kalashnikov Collective? Quante domande! Tutte senza risposta!… [Puj]

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