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MUSIC! – parte 2.
[Di seguito un articolo originariamente apparso sul n. 1 di “Subvert”, Torino 1985. Una risposta al problema del rapporto forma/contenuto nella musica-comunicazione, evocato qualche riga fa: la politica e la rivoluzione non stanno nella musica, ma fuori, nelle prassi!]
Alla diatriba tra musica colta e incolta, tra musica di massa e d’avanguardia, tra rock’n’roll e rumoristica, rispondiamo col controllo totale delle nostre molteplici forme comunicativo/espressive, al di fuori della logica del businness e della spettacolarizzazione dei fenomeni, comunque non riducibili a merce. Le etichette “vero” o “falso” possono essere forse applicate in senso rivoluzionario ad un tipo di espressione (la musica) che non può far altro che partire da schemi o codici? Ovvero: esistono sette note codificate, ma dal “do” al “re” ci sono infinite sfumature difficilmente schematizzabili, tutte “vere” e tutte “false”.
Davanti a chi ha scelto la musica come forma di comunicazione ed espressione si pongono diverse strade da seguire, più o meno pedestramente, più o meno creativamente, ma il vero effetto di dirompenza (la musica sovversiva) avviene dietro la sequenza di note e rumori proposti; avviene nel momento in cui chi fa musica si pone in termini rivoluzionari, sceglie di non scendere a compromessi o patteggiamenti con le Grandi Regole dello Spettacolo, senza cioè rispettare le formule imposte di merce/consumo/alienazione, senza che il (falso) bisogno sia esso stesso creato dall’offerta.
La creatività individuale non è quasi mai scollegata da regole universalmente date per scontate. Come sostiene argutamente Lunari (critico non rivoluzionario, ma senz’altro arguto): “… con buona pace di coloro che si illudono di fare stracci del passato, il più rivoluzionario sfegatato protagonista dei brani musicali del gruppo più superextrahardpostpunk è perfettamente in linea con una tradizione inaugurata nel MedioEvo da chissà chi e codificata intorno al 1300 da Philippe De Uitry, che fin d’allora la chiamò Ars Nova…”. Ed effettivamente è troppo pretendere che ogni creatore di musica (rivoluzionaria) distrugga in ogni suo momento creativo il bagaglio di influenze emotive, culturali, di approccio, di legami col passato e col proprio vissuto musicale.
Non si può pretendere in nome dell’iconoclastia a tutti i costi, da chi produce musica, una costante e continua distruzione di codici e cliché. Non è qui allora che bisogna ricercare il modo per uscire dalle regole, ma nell’autogestione delle proprie forme di espressione e nella distruzione, per quanto è possibile, dei concetti di “consumatore”, di “pubblico” da un lato e di “creatore” dall’altro. La strutturazione di un mercato alternativo, aldifuori dell’industria discografico/musicale, portato avanti senza mediazioni rispetto all’assurda dicotomia domanda-offerta-domanda e con la più totale autogestione del prodotto, dalla sua creazione, alla sua diffusione e distribuzione, è senz’altro il passo decisivo per far assumere alla comunicazione musicale una dirompenza rivoluzionaria. Non rispetto alla qualità del prodotto, ma rispetto ad una metodologia di riappropriazione della propria espressione e della propria voglia di contatti liberi col mondo. La musica alienata, di per sé non esiste: sono i rapporti sociali e di produzione funzionali al sistema che produzono alienazione. Il fatto che una creazione musicale si muova all’interno di una serie di cliché e di schemi non sta necessariamente a significare che il creatore e i rapporti che la sua creazione attiverà siano inseriti in una logica di potere che usa la musica come forma di instupidimento e alienazione. Questa non è “autogestione della miseria”, ma un tentativo di uscire dalla misera e disumanizzante logica del sistema.

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