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[Video]
L’ASSEMBLEA RIMANE APERTA – Frammenti dall’occupazione dell’Università Statale di Milano (Kalashnikov collective / Epicentro Sismico Metropolitano 2006).
[Puj] Esattamente un anno dopo avere realizzato “Queste vetture non partono” (vedi sotto) rispolverammo la videocamera per un’impresa ben più ambiziosa della precedente: documentare l’occupazione studentesca dell’Università Statale di Milano. Nell’ottobre 2005, sullo slancio di un’ondata di sdegno contro l’allora ministro dell’istruzione Letizia Moratti gli studenti universitari diedero vita a brevi esperienze di occupazione/autogestione degli atenei: alcune videro una grossa partecipazione e raggiunsero una ragguardevole entità, altre s’infransero presto contro la generale indifferenza dell’apatica utenza studentesca. Noi, tutti ex-studenti ed alcuni proprio della Statale, sapevamo che un avvenimento simile in un università abulica come quella milanese, non era da lasciarsi sfuggire. L’ultima occupazione della Statale risaliva infatti ai primi anni novanta!
Malgrado lo sforzo profuso, a Milano l’autogestione ebbe vita breve: dopo l’entusiasmo iniziale, mancarono forze e idee per tracciare un percorso duraturo. Da parte nostra, il giorno dopo l’avvenuto insediamento studentesco, decidemmo di imbarcarci nel progetto, con buona dose di audacia, come al solito senza mezzi e con poche idee su come procedere. Per una decina di giorni gironzolammo per l’università con la videocamera, improvvisando interviste, riempiendo nastri di assemblee-fiume e, soprattutto, aspettando che succedesse qualcosa di interessante per vivacizzare il nostro filmino. Non è che alla fine fossimo molto soddisfatti: l’occupazione implose, si spense in silenzio con un sostanziale nulla di fatto, non ci furono scossoni, nei dieci giorni circa di autogestione non accadde niente di significativo; mancò dialogo con il personale accademico e mancò soprattutto il sostegno degli studenti estranei ai collettivi “militanti”. Poi il nostro materiale, per quanto ci sforzassimo di mentire, era davvero pessimo! Chilometri di nastro che visionammo in soporifere sedute serali. La fase di montaggio fu travagliatissima: un gioco di incastri disperato nel tentativo di dare all’insieme una struttura prima narrativa, poi, visto il fallimento, almeno concettuale; ci colse l’imbarazzo di pendere verso un’interpretazione piuttosto che un’altra, di dare una lettura della vicenda troppo disfattista o, molto più semplicemente, di non riuscire a mettere insieme un qualcosa di decente.
Il nostro horror di serie B vide la luce intorno a febbraio: due mesi dopo la chiusura dell’occupazione, di essa erano svanite le tracce e si aveva l’impressione che gli stessi studenti che vi avevano partecipato attivamente, la ritenessero un’esperienza lontana, archiviata sotto la voce “vacanze in campeggio”. In questo clima un po’ sottotono, si tenne, al C.s.o.a. Garibaldi di Milano, la prima di “L’assemblea rimane aperta”. Il titolo voleva essere un tentativo di far passare l’esperienza come prima tappa di un percorso antagonista che in realtà, all’epoca, lo sapevamo tutti, era già morto e sepolto. Il dibattito successivo alla visione del documentario fu inizialmente condizionato da una certa perplessità che aveva assalito gli spettatori riguardo al senso del nostro prodotto, che, vi accorgerete vedendolo, è in effetti un po’ sfuggente. Malgrado tutto, credo sia stato utile a tutti ripensare quell’esperienza con distacco per abbozzarne un bilancio, positivo o negativo che fosse. In seguito, “L’assemblea rimane aperta” fu proiettato alla facoltà di Scienze Politiche di Milano e poi, credo, basta.
Il nostro scopo, alla fine, era stato quello di confezionare una sorta di testimonianza, utile a futuri analoghi esperimenti di lotta in ambito studentesco, ovvero in una realtà nella quale le esperienze delle generazioni precedenti vanno necessariamente perse. Ogni esperimento di occupazione scolastica coinvolge infatti un gruppo di persone che difficilmente ripeterà l’esperienza, almeno non nello stesso istituto: quel gruppo infatti terminerà il ciclo di studi e lascerà la scuola. In questo senso, la presa di coscienza dei limiti, degli errori, come dei risultati e dei successi raggiunti nell’ambito di un percorso politico e antagonista, resta un patrimonio condiviso da persone che si lasceranno alle spalle l’ambiente scolastico, e che con esse svanirà; ogni generazione di studenti, per forza di cose, parte da zero, ripetendo probabilmente gli stessi errori delle generazioni precedenti. Questa riflessione ci ha spinti a portare a termine, malgrado tutto, “L’assemblea rimane aperta”, un documento che, seppur scassato e interlocutorio, pensiamo possa avere una sua funzione, di testimonianza, in qualche modo “didattica”.
Una nota: durante l’occupazione, l’università ospitò una breve esibizione di Patrizio Fariselli, mitologico tastierista degli Area, band milanese degli anni ’70, di cui noi Kalashnikov siamo grandi e devoti fans. Quella sera, intervistammo Patrizio, ma, a causa della troppa birraccia in lattina deglutita, non riuscimmo a formulargli delle domande interessanti. Per questo decidemmo poi di non includere l’intervista nel montaggio definitivo di “L’assemblea rimane aperta”.
Detto questo, buona visione! [Dal retro di copertina del dvd di “L’assemblea rimane aperta”: L’ASSEMBLEA RIMANE APERTA! Frammenti dall’occupazione dell’Università Statale di Milano. Tra ottobre e novembre del 2005 gli studenti dell’Università Statale di Milano decisero, sull’onda delle manifestazioni anti-Moratti che coinvolsero la popolazione studentesca di tutta Italia, di occupare l’ateneo di via Festa del Perdono 3. “L’assemblea rimane aperta” non vuol essere una cronaca fedele di quei giorni, né tanto meno vuol rappresentarne un bilancio. L’intenzione è piuttosto quella di far rivivere, per quanto è possibile, il clima che si respirava all’interno dell’ateneo, con la sola preoccupazione di mettere in luce alcune dinamiche caratteristiche della pratica dell’occupazione. Questo documento restituisce alcuni frammenti dell’esperienza, sui quali aprire un confronto, avviare una riflessione sui limiti e sulle potenzialità, sui risultati ottenuti e su quelli mancati. Ma soprattutto, vuol rappresentare un momento dal quale partire per rilanciare nuove e future strategie di lotta
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