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[We talk about]
D.I.Y. culture in France!

[Puj] Mettendo un po’ in ordine la roba che abbiamo portato a casa dal tour francese e mi è capitata in mano una simpatica compilation benefit per un centro culturale libertario do it youtself di Lille, il C.C.L. (molto semplicemente “Centre Culturel Libertaire”). Nelle prime pagine del booklet allegato viene presentata l’attività del centro:
Il centro culturale libertario è un luogo autogestito collettivamente e soprattutto lasciato per buona parte all’autonomia e alla presa di responsabilità delle persone che lo frequentano; è un luogo di incontro, scambio, di riflessione e di convivialità autogestito da individui che vogliono vivere le proprie utopie impugnando la propria esistenza senza gerarchie e autorità… Ci si può trovare una biblioteca, una libreria, un sala di lettura, una tipografia, un bar, una stazione radio, si fanno proiezioni video, esposizioni, spettacoli teatrali, conferenze, dibattiti, concerti, cene vegetariane e vegane…. tutto questo si iscrive in un progetto politico e militante: il C.C.L. non vuole in nessun caso essere una semplice sala per spettacoli o un luogo di consumo. Le serate organizzate al C.C.L. sono tutte serate benefit, di sostegno per determinate cause. Nel caso in cui non siano serate benefit per cause alle quali siamo solidali (lotta antifascista / razzista / sessista / omofobica / carceraria…), sono a sostegno del C.C.L. stesso nella misura in cui ci permettano di mettere insieme i fondi necesari alla sopravvivenza dello spazio, tutto nell’intento di conservare una totale indipendenza finanziaria (al C.C.L. non spetta nessuna sovvenzione). Inoltre, la maggior parte delle serate organizzate al C.C.L. sono a prezzo libero: non nella speranza di raccogliere il maggior numero di monete di piccolo taglio (svuota le tasche, compagno!) piuttosto nel tentativo di superare gli abituali rapporti capitalistici. Si prova a creare uno spazio che permetta a ciascuno di determinare il prezzo delle cose in funzione di quello che ritiene giusto e opportuno. Le poche serate a prezzo fisso permettono di di pagare le spese obbligate, tipo un gruppo che viene da lontano, cose che restano purtroppo ancora troppo arbitrarie ad un prezzo libero…

Nella compilation, a fianco dei classici gruppi h.c. punk sono stati inclusi brani di hip-hop autorprodotto, folk algerino etc… etc… ciò dimostra che la scena d.i.y. francese è aperta ad espressioni musicali autogestite provenienti da contesti etnici differenti (cosa che da noi non accade) accomunati dall’autoproduzione, dalla comune estrazione dissidente e dall’attitudine antagonista. La comp contiene almeno un capolavoro: “Nous sommes” (Noi siamo) ad opera del combo hip-hop Calavera, una dichiarazione d’intenti dura, profonda e piena di lirismo: un manifesto per l’autonomia e l’autoproduzione, che parte dalla musica e si dirama nell’esistenza quotidiana, nel rapporto con le altre persone, all’insegna di un’inevitabile, e in taluni casi dolorosa, estraneità rispetto al sistema dei valori condivisi dalla società in cui viviamo.
Altre cose interessanti: l’ultima traccia “They Live!” dei Pekatralatak: un brano punk h.c. strumentale composto da campionamenti del cult-movie di John Carpenter “Essi Vivono” del 1988; un vero film anarcopunk! La trama: un vagabondo trova dei misteriosi occhiali neri; indossandoli vede la realtà per quella che é: molti esseri umani non sono altro che extraterrestri mascherati che condizionano l’esistenza della gente con messaggi pubblicitari subliminali. Il protagonista deciderà di ribellarsi con l’aiuto di un operaio di colore… inizierà quindi una “lotta di classe” in cui i nemici sono gli yiuppies anni ’80 e la salvezza è in mano alla classe operaia. Wow! Da segnalare, infine, la pagina del booklet di Fuzzkhan, nella quale si invita ad una pratica interessante: quella di lasciare, senza autorizzazione e di nascosto, i propri dischi tra gli scaffali di un grande magazzino musicale, naturalmente gratis: “Masterizza i tuoi cd e piazzali nel più grande negozio di dischi della tua città senza dirglielo. Fallo e rifallo con regolarità“. Sembra divertente!

>>> Download Benefit-comp for C.C.L. Lille (21 bands / 21 tks .mp3 + artwork /booklet .pdf – 84 mb.)

Nel testo di presentazione del C.C.L. si fa riferimento ad una pratica caratteristica della scena d.i.y. francese, quella del “prezzo libero”. La compilation in questione viene appunto venduta a prezzo libero. In Francia (ma anche in altre scene che abbiamo visitato) viene posta particolare attenzione a tale pratica: anche le serate nelle quali abbiamo suonato erano a prezzo libero… Quella di proporre il cosidetto “prix libre” è una scelta che viene consapevolemte abbracciata e considerata un (seppur minimo!) tentativo di fuoriuscire dalle logiche del profitto e dall’abituale rapporto col denaro e con la merce che tutti sperimentiamo nella quotidiana esistenza nel Sistema. Un volantino raccattato da una distro a Grenoble chiarisce alcuni aspetti della cosa:
Il prezzo libero è: “tu lascia quello che vuoi o quello che puoi”. L’idea è che il denaro non deve essere mai un ostacolo tra noi e ciò implica una responsabilità di tutti. Come non è il “venditore” che fa il prezzo, colui che acquista può domandarsi quali sono le sue possibilità, quanto può dare in quel momento, quanto è costata la fabbricazione o la riproduzione dell’oggetto che ha davanti (fanzine, disco etc…etc…), quali spese ha determinato l’organizzazione del concerto o fino a che punto lui è interessato a sostenere o a partecipare all’iniziativa. Il prezzo libero sottintende dunque i concetti di riflessione, coscienza, autonomia, di solidarietà e di cambiamento. Se l’acquirente ha un po’ più di soldi, può decidere di dare un po’ di più, in modo da compensare per colui che è squattrinato, considerando che i ruoli possono invertirsi la volta successiva. Si tenta di superare un’attitudine puramente consumistica nella quale il gesto di acquistare è meccanico e spesso agito malvolentieri. L’acquirente viene considerato allo stesso livello del venditore, degno di confidenza, di comprensione e intelligente, e non un pollo da spennare! La pratica del prezzo libero cerca dunque di mettere in gioco un’alternativa al sistema capitalista mostrando un rapporto alternativo con il denaro. In effetti, nella nostra società capitalistica, la fabbricazione di un prodotto ha come obiettivo quello di portare il maggiore profitto possibile. Il prezzo delle cose è lo stesso per tutti, ma non tutti hanno lo stesso denaro: in questo modo si creano le disuguaglianze. Nel nostro piccolo, il prezzo libero permette dunque di provocare un corto-circuito nella logica del profitto e costituisce un esempio di sabotaggio del capitalismo, come molti altri.”
In sostanza, la pratica del prezzo libero vuole da una parte smascherare l’ossessione per il profitto che tutti noi, figli più o meno consapevoli della stessa società, abbiamo e dall’altra proporre una riflessione sul rapporto con il denaro e con il valore (reale e non arbitrariamente imposto) delle cose. Convinti dell’efficacia destabilizzante della pratica del prezzo libero, anni fa, in occasione di un d.i.y. meeting al c.s.o.a. Garibaldi di Milano decidemmo di attuarla (in un contesto, come quello milanese, dove è del tutto sconosciuta); fu divertente osservare le reazioni degli avventori: alcuni furono presi dall’imbarazzo, altri dal panico; alcuni sfoderarono banconote da 5 o 10 euro, mentre altri si limitarono a frugare nelle tasche per poi tiranrne fuori alcuni centesimi e depositarli soddisfatti nella cassetta. Naturalmente l’esperimento ebbe come risultato quello di portare nella casse del centro meno di quanto avremmo potuto raccogliere con un prezzo d’entrata fisso. A molti sicuramente non parve vero di poter approfittare dell’occasione per risparmiare i soldi di una birra! Mi illudo comunque che l’esperimento abbia innescato in qualcuno quelle riflessioni che l’anonimo volantino francese sopra tradotto si auspica. Un cartello affisso all’entrata di uno dei nostri concerti in Francia recitava: “Prezzo libero è diverso da gratis! Solidarietà ai gruppi: la benzina non si piscia, gli amplificatori non si cagano“. Ih, ih, ih…

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