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Gruppo Krisis – MANIFESTO CONTRO IL LAVORO (Derive/Approdi 2007)

“Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Jörg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro! Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare si rende facilmente conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana in una misura che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” nel XXI secolo sarà tanto ricca di prospettive quanto nel XX la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali. Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt’oggi in vigore, anzi, oggi più che mai proprio perché sta diventando del tutto obsoleto. È assurdo: mai la società era stata una società del lavoro come in quest’epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di sé. Il lavoro determina il modo di pensare e di agire fin nelle minime pieghe della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all’idolo “lavoro”. L’ossessiva richiesta di “occupazione” giustifica quella distruzione delle condizioni naturali di vita di cui da tempo siamo consapevoli. Gli ultimi ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possonoessere spazzati via senza remore se c’è in vista qualche misero “posto di lavoro”. E l’idea che è meglio avere un lavoro “qualsiasi” piuttosto che non averne nessuno è ormai diventata una professione di fede imposta a tutti. Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questo fatto viene rimosso dalla coscienza collettiva. Per quanto diversi siano i metodi di rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un fine in sé irrazionale e ormai obsoleto, viene ridefinito con ostinazione maniacale come il fallimento di individui, di imprese o di «siti produttivi». Il limite oggettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi. Se per gli uni la disoccupazione è la conseguenza di pretese eccessive, di scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai «loro» manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del «sito produttivo». (E in fin dei conti sono tutti d’accordo con l’ex Presidente tedesco Roman Herzog: «Occorre che, per così dire, una “scossa” attraversi il paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono “in qualche modo” remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi da fare, anche se non c’è più niente da fare, e ormai ci si può dedicare soltanto ad attività insensate»). Il messaggio sottinteso di questa cattiva novella non si presta a equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell’idolo «lavoro» se la deve prendere con se stesso, e può essere espulso o escluso senza scrupoli di coscienza”.

[Puj] [A firma di un gruppo di teorici tedeschi che da oltre vent’anni si occupa di queste tematiche sulla rivista Krisis, il “Manifesto contro il lavoro” è una lucida analisi della sovrapposizione esistente tra sistema capitalistico e mercato del lavoro nella nostra società: l’uno alimenta l’altro, l’uno detta regole all’altro. La cattiva salute del mercato del lavoro, ormai cronica, alla quale la politica cerca di ovviare da decenni attraverso provvedimenti sempre più disperati, è, per gli autori del libro, segno diretto della decadenza del sistema capitalistico. Tuttavia, nessuno sembra accorgersene: da destra e da sinistra, tutti rincorrono il mito della piena occupazione, del lavoro per il lavoro, anche dove il lavoro non c’é. Il testo scaricabile è stato tradotto e pubblicato lo scorso anno da Derive/Approdi, insieme ad altri testi del gruppo Krisis, nel volume omonimo.]

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