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[Kalashnikov collective presents…]

SUMO (post-punk – Bologna, Italia)
[Sarta] [Dopo quella ai Le Tormenta di Forlì, pubblichiamo un’altra intervista, questa volta ai grandi Sumo di Bologna].
I Sumo! L’incontro con la loro musica è avvenuto per me molto tardi rispetto alla vita quasi decennale della bènd ma questo non lo ha reso meno importante. Ho scambiato quattro chiacchiere con Fabrizio, voce dei Sumo, durante un loro concerto al Csoa Vittoria di Milano questo inverno e si è dimostrato una persona affabile e decisamente “spessa”: da qui l’idea di amplificarne la voce facendogli questa intervista e cercare di “problematizzare” su alcuni temi che tanto sono cari al giro punk/hardcore… si parte!

F: Prima di rispondere alle tue domande sono contento della impressione che ti ho dato, ma sicuramente non aspettarti troppo da questa chiacchierata… sai spesso succede che le troppe aspettative portino poi a belle delusioni. E’ come aspettarsi troppo da un gruppo e poi lo vedi dal vivo e ti accorgi che fanno schifo.

S: Mitico. Partiamo con una domanda sui Sumo: anche voi, come me, appartenete ad una generazione che ha vissuto la sua adolescenza negli anni ‘90 e che si ritrova oggi con tre decadi sulle spalle: il fatto che continuiate a suonare significa che, per voi, la vita della bènd non è solo legata a concetti di divertimento ed evasione, termini che sempre più spesso sento circolare all’interno del giro punk/harcore, ma immagino sia molto di più…

F: Devo dire che suonare con i Sumo ha determinato la nascita di 4 bellissime amicizie, alcune delle quali le reputo tra le più importanti della mia vita. Credo che non sia una cosa da sottovalutare adesso come adesso.
Suonare è sicuramente divertimento, ma non nel senso di creazione industriale del divertimento, cioè non è un “intrattenimento” della mia quotidianità voluto da altri e confezionato da altri, anzi è una attività autonoma. Credo una buona dose di divertimento sia importante anche facendo attività “serie”. Credo molto nel “fine”, ma credo che sia ugualmente importante il mezzo con cui si fanno le cose, e farle con il sorriso o comunque divertendosi ha una grossa importanza. Divertirsi non è un “peccato”, anzi è sicuramente un incentivo in più.
Per me poi il punk è creatività, spirito di comunità, socialità, idee, indipendenza, ecc…

S: L’autoproduzione è una parola che va molto di moda oggi: molti gruppi si identificano con questo termine. La verità, però, è che quasi tutti si limitano ad avere una visione circoscritta dell’autoproduzione, pensando che basti prodursi i dischi da soli in casa, cosa che invece è una semplice necessità! E’ molto raro, invece, trovare traccia di riflessioni sul rapporto tra la pratica autoproduttiva e i contenuti espressi dalla bènd attraverso musica, testi e immaginario, quasi queste due cose non avessero alcun legame. Che ne pensi?

F: Si parla tanto di autoproduzione forse perché nelle nostre vite le autoproduzioni stanno via via scomparendo. Auto produciamo più cose noi punk oppure un vecchietto che fa l’orto?
Le autoproduzioni musicali, storicamente sono sicuramente nate da “necessità” e sono diventate per qualcuno scelte politiche, mentre molti le usano solo come necessità di un primo passo, per poi, quando e se ne hanno l’opportunità, passare ad altro. In tutti i casi è una necessità che sta alla base di tutto, anche se poi le necessità risultano essere parecchio differenti.
Ultimamente è sempre più facile autoprodursi i dischi… non so quanto questo sia positivo. Siamo sommersi da tantissimi dischi e questa iperproduzione ci fa perdere l’orientamento e l’importanza del gesto, trasformando il tutto in un semplice prodotto, pure auto, ma sempre un prodotto. Non voglio fare un discorso elitario, voglio solo dire che la iperproduzione determina un impoverimento, invece di un arricchimento. Non mi piace che un gruppo dopo tre prove e magari due concerti o per giunta nessuno, abbia già fuori un demo o un disco. Preferisco che un gruppo suoni e suoni parecchio prima di registrare.
E’ vero che c’è poca riflessione sul concetto di autoproduzione e questo è anche colpa nostra. Quando mi sono avvicinato al punk trovavo molte persone che parlavano, scrivevano e praticavano. Nonostante tutto il seme c’è, è sotto la neve, ma c’è. Di esempi ne esistono parecchi e credo che l’esempio sia molto più educativo di tante parole.

S: Una delle canzoni che mi sono rimaste più impresse del vostro nuovo disco “Surrogati”, che peraltro ha un bellissimo artwork (chi è l’artista?), è “Una parte”, che nel ritornello recita “Io non pretendo di fare nulla di nuovo”. Sono curioso: mi puoi chiarire il significato della canzone?

F: La copertina è stata disegnata da Andrea Bruno, attualmente nostro concittadino, ma originario di Catania. Andrea è un bravissimo illustratore che fa parte del gruppo e rivista “Canicola”.
Nella canzone che tu citi, mi riferisco al fatto che quello che faccio in una determinata situazione mi rappresenta parzialmente e che nella vita posso essere sicuramente meglio ma anche molto peggio e soprattutto diverso. Io credo che tutti noi siamo plurali e complessi.
Quando dico “io non pretendo di fare nulla di nuovo” poi mi riferisco al fatto che in quello che faccio non ho la pretesa di creare nulla di nuovo, ma “solo” qualcosa di personale, che magari farà pure schifo, ma però è sicuramente mio.

S: In Italia la pratica dello squatting sta vivendo un momento di forte repressione: l’amministrazione cittadina di Milano, per esempio, sta chiudendo sistematicamente quasi tutti i centri sociali che portano avanti un discorso politico e non di mero intrattenimento, come se questi fossero il principale problema di questa città abulica e cannibale. A Bologna, il “vostro” Cofferati, mi dicevi l’altro giorno, sta portando avanti una politica che, forte del concetto di “legalità”, cela intenzioni in qualche modo analoghe? Oppure, vista la differente situazione sociale, ha degli aspetti diversi?

F: Ritengo che anche se con modi e parole diverse la situazione sia la medesima. Sai non credo ci sia molto di diverso tra il modello emiliano e quello lombardo attuale. Tutti e due parlano di sviluppo, progresso, libero commercio, legalità, ecc… Io credo comunque che alla base di tutto ci sia la tendenza alla “normalizzazione”, ad un concetto di vita in cui alla mattina ti svegli, vai a lavorare in modo salariato, torni a casa e poi vai a letto per poi ricominciare il giorno dopo. Nei giorni liberi però dobbiamo divertirci, magari anche spaccandoci, ma solamente in posti dotati di autorizzazione a farlo. Non può più esistere una socialità altra e diversa, che non sia legata a logiche commerciali.
Le occupazioni sono sicuramente in crisi e credo che fra qualche anno non saranno neppure più tollerate, come succede negli Stati Uniti. In questa situazione non dobbiamo abbatterci, ma dobbiamo rimboccarci le maniche ed inventarci il quotidiano. Dobbiamo trovare altre forme, modi, spazi per continuare a incontrarci, esprimerci, dialogare ecc… sperimentare dunque, cercare e creare alternative percorribili camminando sul margine.
In un momento difficile come questo, a parere mio, è più importante mantenere gli spazi, anche attraverso compromessi con le istituzioni, piuttosto che fare il muro contro muro. Questo permette di continuare a creare e non totalizzarsi nel muro contro muro. Questo si contraddice sicuramente con quanto detto fino ad adesso e rientra sicuramente in quella normalizzazione che ho indicato sopra. Sai, la pratica e la critica sono due cose che difficilmente vanno d’accordo, ma preferisco comunque che rimanga spazio di movimento piuttosto che il deserto.

S: Parliamo di musica! Raccontateci come partorite una canzone dei Sumo e cosa desiderereste dal un vostro miglior disco…

F: Solitamente Davide, a volte io oppure Paolo portiamo un giro o due di chitarra o basso e poi partiamo tutti insieme a suonarci e cantarci sopra. Dal magma primordiale nasce poi il pezzo.
Per un disco ci piacerebbe che suonasse il più possibile vicino a come suoniamo in quel momento, che catturasse gli attimi migliori. Il disco in quanto “registrazione” rappresenta un momento e spesso le canzoni mutano leggermente dopo la registrazione.

S: Il vostro modo di suonare è diverso da quello dei comuni gruppi punk/hardcore: il vostro chitarrista ha un grande stile retrò nell’armeggiare con quel chitarrazzo vintage, avete due bassisti e tra i due ce n’è uno che tortura le sue corde con una brutalità disumana (mi fa quasi paura). Insomma, per farla corta, ognuno di voi mi sembra che abbia maturato un suo stile personale e ciò è bene, eh, eh…che rapporto c’è per te tra la musica che si compone e il proprio “stile” nell’approcciarsi allo strumento?

F: Sono contento che tu dica che il nostro “modo di suonare è diverso da quello dei comuni gruppi punk/hardcore” e che ognuno ha maturato un proprio stile. Per me è importante.
La creazione di una canzone è come un incontro, uno spazio in cui le nostre identità (i nostri stili) si confrontano, uno spazio in cui ci si può capire, ma anche perdere. Può anche essere uno spazio del malinteso.
Io amo il meticcio, il bastardo, l’impuro.

S: Raccontateci di qualche progetto futuro: i Sumo tra 2-3 anni quali mirabolanti imprese avranno compiuto?

F: Spero che il divertimento, l’entusiasmo e la voglia che abbiamo adesso si mantenga. Questo è veramente un buon periodo per noi. Abbiamo una bella sintonia e la bella sintonia si riflette sulle armonie che stiamo creando. Good vibration!!!

S: Prima accennavi al fatto che iperproduzione è sinonimo di livellamento verso il basso della qualità. Cacchio, è vero! Le tecnologie oggi hanno reso relativamente semplice il “produrre” musica: internet, poi, la rende immediatamente accessibile. Conseguenza: abbiamo a disposizione una quantità illimitata di musica, ma questo stesso fatto ne modifica il nostro modo di fruirne, che diventa più veloce e meno meditato…non ti piace un pezzo? Via, salta subito a quello dopo! Questo porta spesso i gruppi a privilegiare l’immediatezza e l’impatto, a scapito della complessità e della ricercatezza. Questo scenario, dal punto di vista del songwriting, influisce su di voi? O, per lo meno, è giusto che influisca oppure no?

F: Guarda… mi ricordo che quando ho iniziato ad ascoltare musica, passavo tanto tempo su un disco. Ascoltavo e riascoltavo la stessa cassetta… la giravo e la rigiravo, poi tornavo indietro e riascoltavo dei pezzi. Questi mi potevano piacere o no, ma comunque li vivevo, non li consumavo solamente. Quando un amico mi faceva una nuova cassetta era un evento, quando tornavo a casa dal negozio con un cd o un disco era un evento e correvo subito ad ascoltarlo e a doppiarlo per gli amici, in modo tale che anche loro potessero ascoltarlo e quindi condividerne emozioni… e poi quante conversazioni. Adesso tutto più facile e veloce. Scaricatelo, dicono. Manca l’emozione della ricerca, manca la fatica. Aspettare il postino ogni mattina sperando che ti porti il pacco con i dischi era bello e allo stesso tempo estenuante.
Con questo non voglio dire “che bello ai miei tempi” mentre “adesso è tutto una merda”. No. La rete ha grandi potenzialità, ma anche grandi buchi neri dove possiamo cadere. Mi piace rimarcare e ribadire il rischio (l’effetto simbolico) che può creare una tecnica sul modo di ascoltare, percepire, ecc… la musica non può diventare una qualsiasi cosa da usare e gettare, sempre più velocemente, no! Questi strumenti ci plasmano nell’intimo.
La rete la uso con parsimonia, ma la uso. Preferisco ancora andare in negozio e parlare con il proprietario e poi magari uscire con un disco, invece di scaricarmene 20 nello stesso tempo.
Preferisco scartabellare ancora nelle distro, anche se conosco sempre meno gruppi e devo dire che sono pochi quelli che mi colpiscono.
Preferisco ancora avere l’oggetto tra le mani; guardarlo, toccarlo, odorarlo… sono ancora legato all’oggetto e lo carico di un valore quasi feticistico.
Tornado alla tua domanda “se ci influenza” direi non troppo o quasi per nulla. Il nostro modo di fare i pezzi cambia sicuramente con noi, ma non credo che la “velocità odierna” abbia una grande influsso sul nostro modo fare i pezzi. I sumo sono lenti.

S: Domandone finale: avete la possibilità di andare in tour dove vi pare. Che paese scegliete?

F: Io direi in posti dove la gente è ricettiva, dove si può parlare prima e dopo il concerto con persone che non conosci.

S: Grazie e ciao!

F: Grazie a te.

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[Free music for punx]
SUMO – Surrogati (D.I.Y 2007)
Tutto l’ultimo disco dei Sumo, con tanto di testi in italiano e inglese, è disponibile qui.

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