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KASOTTO: R.I.P.
[Puj] Anche l’epopea dell’Approdo Caronte (kasotto per gli amici) è amaramente giunta al termine. Lunedì 4 agosto, dopo sette anni di vita, è stato prima sigillato dagli sbirri, poi abbattuto. Dopo anni di stallo, l’amministrazione comunale ha dato una scossa al processo di riqualifica della Darsena in vista dell’Expo 2015. Lo stesso giorno sono comparsi a Milano i soldati dell’esercito a piantonare le piazze e le strade, nell’ambito del Pacchetto Sicurezza varato dal Governo. La solita, ennesima farsa all’italiana.
E’ stata un’epopea epica quella del kasotto, per tanti motivi. Era un deposito per barche abbandonato, adagiato sulla riva inaridita e puzzolente della Darsena, proprio sotto al cuore della vita notturna milanese, quella animata dalla gioventù di polistirolo che ciondola da un aperitivo all’altro, le teste vuote della Milano rampante, all’ultimo grido. Quelli a cui piace far casino, a patto che sia casino collaudato, vacuo e preferibilmente griffato. Il kasotto è stato, in questo contesto, un’entità sfuggente. Una parentesi di caos nel regno della più assoluta prevedibilità.
A molti del giro, gente che frequenta i c.s.o.a., il kasotto non piaceva perché, si diceva, lurido e pieno di gentaglia. Cose più o meno vere. Ma non piaceva forse anche perché le persone, d’istinto, tendono alle cose chiare, univoche, appianate, già viste e già sentite. E quindi rassicuranti. Il Kasotto era il contrario di tutto questo: incasellabile, caotico, spigoloso, contraddittorio, sempre in bilico.
Al kasotto potevi incontrare di tutto: marocchini all’ultima birra, sudamericani chiacchieroni, senegalesi incazzati, artisti sconclusionati, vecchi saggi ubriachi, squattrinati di ogni genere, gente normale capitata lì per caso, punks, poeti, drogati persi, disadattati, rapper di periferia… solo al kasotto potevi vedere santoni voodoo in tunica bianca fare le capriole e pogare con i punkabbestia, solo al kasotto potevi discorrere con alcuni mitologici saggi di strada, figure leggendarie che si aggirano per gli angoli bui della città. Potevi scambiare dischi, ascoltare musica sempre diversa, imbatterti in vecchie conoscenze, incrociare band in tour da tutto il mondo e bere Fink Brau fino all’ottenebramento. Al kasotto l’atmosfera era sempre frizzante: quasi ogni serata poteva finire a pizze in faccia, in risse del tutto gratuite, in schiaffonate vorticose che si spegnevano solo alle prime luci dell’alba. Al kasotto ci si divertiva!
L’approdo Caronte era un’entità antagonista per molti versi inedita. Innanzitutto, la sua ostinata esistenza in un luogo insospettabile, il suo aspetto mostruoso e trasandato, il suo carattere inospitale, il fatto di sorgere ai bordi di una fogna a cielo aperto, erano i segni di un pessimo carattere, di un’estraneità totale e disperata ai valori del milanese medio. Il kasotto non era un luogo chiuso e non nascondeva alcunché: era uno spazio aperto, un polo d’attrazione, attorno al quale si costruivano situazioni. Chiunque passasse da Viale Gorizia, guardando giù sulla spiaggia della Darsena, poteva dare un’occhiata a quello che succedeva, ascoltare il concerto, scendere e farsi una birra a un euro e cinquanta. Al kasotto non sono mai esistiti biglietti d’ingresso, orari di apertura e di chiusura e le serate finivano sempre in rosso. Era l’unico squat dove facevi prima ad entrarci dalla botola sul tetto che dalla porta principale. Ed era aperto a tutti (e veramente a tutti!).
Epica è stata la lista delle bands e degli artisti che sono stati ospitati tra le sue mura, sia in estate (un forno crematorio) che in pieno inverno (un frigorifero). In una settimana potevano esserci tre, quattro serate, una dietro l’altra, senza soluzione di continuità. Sappiamo che “tutti potevano suonare al kasotto”; certo, un fatto eccezionale che va sottolineato. Ma non bisogna dimenticare che ciò era possibile solo grazie all’eroica dedizione dei ragazzi e delle ragazze che hanno gestito lo spazio e si sono sbattuti in tutti questi anni. A tutti e tutte loro va il nostro saluto fraterno e la nostra solidarietà.
Il kasotto era un equilibrio instabile sull’orlo franoso dell’Utopia. Talmente instabile che sono bastati pochi minuti per cancellarlo dalle mappe!
Il kasotto non c’è più, ma ha lasciato un insegnamento decisivo, che detta i tempi del futuro; ha tracciato, forse involontariamente, le prospettive lungo le quali potrà muoversi l’occupazione degli spazi nella nostra lurida città, all’insegna di una tattica di scomparsa, di fuga. Non più luoghi, ma situazioni che facciano della propria precarietà un punto di forza, sfruttando le potenzialità creative e politiche che la condizione nomade e temporanea offre. A partire dallo stato di cose attuale, pare proprio che il futuro stia nei gruppi di affinità e nelle zone temporaneamente autonome. Nell’essere agili e sfuggenti, nell’occupare, ma anche nello sgomberare prima che qualcun’altro lo faccia, lasciandosi le rovine alle spalle, e il deserto all’arrivo di sbirri e ruspe.
In tal senso, sarebbe stata una potente dichiarazione d’intenti abbatterlo noi stessi il kasotto, prima che fossero gli sbirri a farlo. Al momento dello sgombero, si sarebbero trovati di fronte ad un cumulo di macerie: il lavoro già fatto. Una minaccia, in fondo: “Tanto lo possiamo ricostruire ovunque!”. Perché di fatto il kasotto era una catapecchia con un generatore attaccato che dava corrente e poco altro. Il kasotto era un c.s.o.a. “portatile”, replicabile in ogni luogo. In qualsiasi angolo buio e dimenticato della nostra città potrà sorgere un Approdo di Caronte ove sbarcare noi anime dannate.
Quindi: il kasotto è morto. Lunga vita al kasotto!

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