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[We talk about…]
PUNK!
[Puj] Punk, punk, punk… mhh… parolina stupida che ci frulla da anni nel cervello! Essa ha perso, nel corso del tempo, molta della sua carica provocatoria, destabilizzante. Oggi la si legge sulle riviste di moda e di spettacolo, relativamente ad un genere musicale o ad un modo di vestire come tanti altri, spesso pure molto fichi. Io so bene quello che punk ha significato (e significa) per me e per quelli della mia specie: una cosa molto poco fica per le passerelle della moda e i rotocalchi televisivi del cazzo. Una cosa molto profonda e vitale.
Malgrado tutto, trovo sempre divertente sentire dalla gente parlare dei punks, leggere di differenti interpretazioni della parola magica e dell’immaginario ad essa sotteso. Quando una parola assume tanti, troppi significati, credo che non riesca più a comunicare in modo efficace, che diventi debole, si svuoti di senso e di suggestioni. Forse, in questi anni, è capitato anche alla parola “punk”!….
Sfogliando un numero di “A Rivista Anarchica” di ventotto anni fa mi sono imbattuto in uno spassoso articolo para-sociologico che cerca di inquadrare il fenomeno punk ai suoi quasi-albori: siamo infatti nel 1981 e il punto di vista è quello del compagno anarchico un po’ trombone che osserva con scetticismo tutto snob questo fenomeno “nuovo” che, se analizzato con gli strumenti concettuali vetero-militanti, non può che risultare enigmatico e contraddittorio.
Il risultato è per certi versi comico (i punx vengono paragonati ai teddy boys degli anni ’50), per altri storicamente interessante, perché testimonia quanto il punk sia stato, all’epoca, una sotto-cultura di netta rottura rispetto all’ambiente antagonista e militante degli anni ’70, anche rispetto a quello di area anarchica e libertaria.
L’introduzione dell’autrice (la quale dimostra davvero scarsa dimestichezza col fenomeno) si chiude con un comicissimo e davvero trombone “Chi vivrà vedrà“; segue un’intervista a quelli che vengono definiti “alcuni compagni che si riconoscono nel punk” (!) intenti a combattere contro lo “svaccamento” e il rischio di trascorrere le giornate “alla brutto dio“….

Punk (di Maria Teresa Romiti / tratto da “A – Rivista Anarchica” n. 91 dell’aprile 1981)
Si vestono quasi in divisa: pantaloni e giacconi di pelle nera, scarponi anfibi, spille appuntate sul petto come medaglie al valor militare, capelli tagliati nei modi più impossibili e tinti peggio… a volte usano simboli di sinistra memoria (svastiche), girano in branchi, usano linguaggio e comportamenti aggressivi fra loro e verso gli altri. Sono i punk, uno dei nuovi fenomeni metropolitani che, nato in Inghilterra alcuni anni fa, si va estendendo in altri paesi europei.
La caratteristica che colpisce di più chiunque si avvicini ai punk è l’aggressività, la violenza che permea molti dei loro atteggiamenti; una violenza ostentata, portata come una bandiera, ma che in effetti, ad un esame più approfondito, sembra più rivolgersi all’interno, nei rapporti che hanno tra di loro, o al massimo, verso le altre bande (mods e ska) che sono nate in questo periodo nelle metropoli, piuttosto che verso polizia e istituzioni. Una violenza, quindi, più apparente che reale, più introiettata che rivolta verso l’esterno: una risposta autodistruttiva alle frustrazioni subite quotidianamente? I punk appaiono come una delle manifestazioni con cui si scarica la rabbia, il senso di impotenza dei giovani nelle metropoli: niente di nuovo rispetto alle bande degli anni ’50 (mods, teddy boys, rockers), ai quali del resto si richiamano coscientemente, almeno in parte, hanno portato alle estreme conseguenze la carica autodistruttiva, proprio perché la situazione oggi presenta meno sbocchi. In effetti colpisce il pessimismo che sottende molte loro affermazioni: la quasi-certezza dell’impossibilità di risolvere i loro problemi, l’inutilità quindi di qualsiasi tentativo.
A questo senso di impotenza si ricollega il rifiuto deliberato di discutere, di cercare di chiarire i problemi che nascono all’interno del gruppo, il vivere senza porsi domande, scaricando le proprie frustrazioni, la propria aggressività nelle azioni. La ricerca di una nuova “cultura del vissuto” o più semplicemente il rifiuto di risposte che possono essere angoscianti? In ogni caso questa impostazione rischia di far rinascere la legge del più forte, il mito del “duro”, l’instaurarsi di puri rapporti di forza.
Il pericolo maggiore di questa mancanza di chiarezza è un altro: l’ambiguità di alcuni atteggiamenti ad esempio l’uso inaccettabile della svastica. Ciò che sottende questo comportamento è la convinzione che ribellarsi, opporsi al potere voglia semplicemente dire comportarsi in modo esattamente contrario a quello corrente: una concezione da “mondo alla rovescia” che non può che rimanere all’interno dello schema stato, i cui modelli non vengono cambiati, ma solo ribaltati e quindi rimangono quelli vigenti, statali, letti all’incontrario. Di qui l’ambiguità del messaggio, la sua impossibilità ad uscire dagli schemi, anzi la facilità con la quale può essere recuperato dal potere, diventando così funzionale al sistema che voleva combattere.
Per meglio comprendere questo fenomeno ci siamo incontrati con alcuni compagni che si riconoscono nel punk. Per esser precisi, due di loro si sono definiti “post-punk”. Che cosa pensino e vogliano, lo chiariscono nell’intervista che segue. Certo è che se il movimento punk ha delle radici di ribellione questo non basta per qualificarlo libertario, tanto più che i contenuti espressi fino ad ora sono abbastanza ambigui o contraddittori. Chi vivrà, vedrà.
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[Intervista]
– Da quanto tempo sei punk e come ci sei arrivato?
Daniele (20 anni, anarchico) – Ho cominciato a frequentare i punk circa quattro mesi e mezzo, cinque mesi fa, perché il tipo di vita che facevo, il tipo di cultura che avevo alle spalle (era già fricchettone), erano superate, non mi davano soddisfazione, non riuscivano ad esprimere le ribellioni o l’aggressività che avevo dentro. In effetti ci sono arrivato per curiosità, poi mi sono reso conto che questa cosa valeva la pena di essere vissuta perché era nuova, qualcosa che andava realmente ad incidere.
– Oggi per te essere punk cosa vuol dire?
Daniele – Va beh, questa domanda è abbastanza assurda, se vuoi ci sono le solite analisi socio-politiche…
No, non voglio analisi, vorrei una risposta a livello personale. Se uno fa una scelta, prima di ogni analisi, c’è, secondo me, un livello di coinvolgimento emotivo. Insomma a te cosa da il punk?
Daniele – Con tutti i casini che abbiamo, in questo periodo non è molto divertente, né gratificante essere quello che siamo, però sono convinto che il tipo di ribellione che vivo sia incisivo rispetto a tutto quello che c’è in giro, non riuscirei a vivere altrimenti la mia aggressività, la mia rivolta in senso valido. Adesso non abbiamo più certe possibilità di esprimerci per la strada, di provocare la gente; però quando queste cose ci sono state e sono state veramente valide era una grande soddisfazione, mi sfogavo realmente di tutta la mia aggressività e sapevo che provocavo.
– Hai detto che prima cercavate di provocare la gente, mentre ora vi hanno chiuso gli spazi, cosa fate adesso? Quali sono le attività che svolgete insieme?
Daniele – Ora stanno venendo i nodi al pettine, stiamo vivendo una fase di stasi che sta mettendo a dura prova tutti, io sto cercando, con altra gente di conquistarmi degli spazi nuovi, fare in modo che non ci mandino nel ghetto. Molti di noi, al limite, nel ghetto ci stanno già cascando, nel senso che pensano che ci sia svaccamento e tirano le giornate alla “brutto dio”.
– All’esterno il messaggio punk risulta violento, violenza nella musica come nei comportamenti. È veramente così, e in questo caso la violenza che senso ha? È violenza istintiva oppure è un uso cosciente e motivato dell’aggressività?
Daniele – Per me è istintiva. Anch’io ho i miei comportamenti violenti, tranquillamente. Molti di noi sono incazzati e quindi fanno casino, non è che io m’incazzi per questo comportamento, so che esistente anche questo tipo di violenza istintiva e l’accetto. Al limite preferisco che uno abbia un comportamento violento piuttosto che passi la sera a giocare a carte. All’inizio lo criticavo, adesso mi va anche bene perché, in fin dei conti, è una delle nostre componenti. Non mi interessa costruirmi una morale del tipo: questo è giusto, questo è sbagliato anche se io queste cose non le faccio. Quando eravamo davanti a New Kerry avevo fatto un volantino (era il periodo delle botte tra noi e i mods e viceversa) in cui dicevo che queste cose tornavano utili al sistema, perché servono a costruire un’immagine di violenza fine a se stessa.
– L’uso di un certo modo di vestirsi e di comportarsi (l’uso di certi vestiti, l’andare in giro in bande) da un’immagine abbastanza paramilitare, questo, unito all’ostentazione di certi simboli piuttosto che altri, può dare una lettura di violenza organizzata, addirittura di destra. Come pensate di evitare queste ambiguità?
Daniele – A parte il fatto che girare in branco, anche a livello psicologico, è una forma di sicurezza, noi quando giriamo in gruppi di quaranta, con i giubbotti di pelle ci sentiamo forti, sicuri, se vuoi è un comportamento che incide perché nessuno si permette di venirti a rompere il cazzo (a parte che poi arriva il primo pirla con la pistola, dice polizia e ti mette con le spalle al muro). Le forme di provocazione che usiamo sono ben precise, cerchiamo di superare certe forme culturali. L’uso delle svastiche e il fatto di girare in branchi è stato parallelo a una pratica di controinformazione.
– Che rapporti hanno i punk anarchici con il movimento anarchico organizzato?
Daniele – Io vengo qua (sede anarchica) da quattro anni, sono conosciuto, non sono il primo che passa per strada, ma con un certo tipo di vestiario, certa gente mi ha sputato in faccia, non letteralmente, ma mancava poco che mi levava anche il saluto. Adesso i mesi passano, però sono sicuro che l’atteggiamento contro di noi andrà avanti in ogni caso.
– Questo atteggiamento non è forse dovuto a carenza d’informazione e anche a certa ambiguità dei vostri comportamenti?
Daniele – Sì, può essere. L’ambiguità, se vuoi, e quella che ha creato il casino; all’inizio il punk voleva avere solo questa immagine, non gli interessava di controinformare, perché era vissuta in termini di provocazione totale autodistruttiva. Infatti il discorso dell’autodistruzione è presente, l’ho presente anch’io. Chi si vuol salvare dall’autodistruzione o pensa che quella divisa non la porterà addosso per altri dieci anni si pone il problema del futuro; cerca di controinformare proprio perché non vuol vivere solo il momento della provocazione fine a se stessa.
– Quali prospettive avete per il futuro?
Daniele – In questo momento c’è il momento della ghettizzazione, la chiusura di ogni possibilità di esprimerci, magari le prossime persone che verranno saranno organizzate. Ci tengo a precisare che purtroppo una definizione nostra, come movimento è impossibile, non siamo omogenei ed è molto diffuso tra noi un certo tipo di comportamento individuale.
– Il rifiuto di parlare, di discutere in generale, il fatto che preferite vivere le vostre esperienze piuttosto che analizzarle che significato ha? Un tentativo di costruire una nuova forma di “cultura del vissuto” o un rifiuto della cultura in genere?
Daniele – La risposta non è semplice; io, per esempio, di cultura m’interesso; siccome però ho passato il tempo a piangermi addosso su tutta una serie di problemi e frustrazioni, allora a questo punto preferisco bruciare questi mesi, magari mi sto tirando la zappa sui piedi, piuttosto che stare a chiudermi nelle menate o nelle discussioni profonde sul perché di certe cose.
– Che differenze ci sono tra il movimento punk all’estero e in Italia?
Daniele – La situazione è la stessa per tutti perché la merda la vivi qua, come a Zurigo o Londra. Ma a Zurigo, Vienna il fenomeno punk è legato al movimento, alle forme attive di ribellione, qua non c’è niente. Il nostro limite è che la nostra ribellione è un atto a sé stante, qui siamo in piena batosta per cui anche un tentativo di liberarci è stroncabile. Per assurdo, noi abbiamo fatto più casino, in certi momenti dei “compagni”. Per esempio abbiamo volantinato i concerti contro le strutture, mentre invece i “compagni” non hanno fatto nulla; quelli che cinque anni fa tiravano i sassi alla polizia sono quelli che ora organizzano i concerti e si comportano da bottegai…

[N.d.Puj: le immagini abbinate a questo post sono tratte da un libro fotografico (datato 1982) dedicato a Kreuzberg, il quartiere di Berlino Ovest che fu, dagli anni ’60 fino al crollo del Muro, rifugio di hippie, squatter, dissidenti, tossici e, naturalmente, punx…].

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