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[Russian tour report]
KALASHNIKOV collective in RUSSIA!

Dopo un’epopea di pratiche burocratiche, a suon di passaporti, visti, scambi di mail in esperanto, fax in cirillico, prenotazioni sbagliate, malintesi, paranoie di ogni genere… venne il giorno! Il nostro tour sovietico ha inizio…
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30 aprile: partenza. E arrivo.
Influenzati dal terrorismo sulle lungaggini aeroportuali legate ai viaggi verso la Federazione Russa ci presentiamo in quel di Malpensa con un anticipo imbarazzante. Per nostra fortuna il check-in e la spedizione dei bagagli si risolvono più rapidamente del previsto. Trascorriamo un’amena giornata nel cielo che separa Milano da Mosca, con una breve pausa all’aeroporto di Riga, in Lettonia. Atterriamo sconvolti nella capitale russa alle 23.00 ora locale. A questo punto, ecco finalmente prendere corpo le nostre paranoie sui controlli della polizia aeroportuale. Dopo tanta noia, un po’ di paranoia. Compiliamo il foglio d’immigrazione ben attenti a scrivere correttamente i nostri nomi, cosa che dopo una giornata del genere risulta compito da non sottovalutare. Scorriamo a turno davanti all’omino dei controlli, stipato dentro il suo gabbiotto d’ordinanza. In questo non-luogo gelido, illuminato dai neon impolverati, aleggiano i fantasmi della Guerra Fredda. Il suddetto omino baffuto non degna nemmeno di uno sguardo il foglio d’immigrazione, da noi compilato con tanta dedizione; pone invece un’attenzione spropositata all’analisi delle nostre facce, nonché dei nostri passaporti; gli scorrono dinnanzi le foto dei seguenti personaggi: un killer slavo braccato dalla polizia (puj), un poeta esistenzialista francese degli anni ’30 (sarta), un bambino di terza elementare nella foto di fine anno (dino), un omicida seriale (don). Malgrado tutto, decide di concederci l’ingresso nella Grande Madre Russia.
Ci dirigiamo a ritirare strumenti e bagagli, materializzatisi dal nulla sul nastro trasportatore. L’impressione, in questi casi, è sempre quella del miracolo. Puntuali ad attenderci troviamo i tre contatti moscoviti: Tigran, punk-rocker di origini armene, Maxsim, intraprendente promotore della kalashni-musica in Russia e il serissimo Nikita. Quest’ultimo, tra i vari superpoteri che ha, annovera anche una conoscenza dell’italiano di gran lunga migliore di quella di alcuni nostri conoscenti. Diventerà per noi un prezioso mediatore culturale. Ci ammassiamo su un pulmino abusivo che attraversa la periferia di Mosca, diretti verso la prima fermata del metrò disponibile. Nella notte si stagliano mostruosi, ciclopici condomini, tutti uguali e tutti ugualmente mostruosi. Un assaggio dell’edilizia popolare di epoca sovietica. Ad un certo punto, tra due palazzi dall’aspetto mortifero, emerge un’insegna gialla e luminescente, in cirillico, ma inequivocabile: Ikea! Un assaggio della nuova Russia capitalista, globalizzata, protesa all’occidente e a tutte le stronzate ad esso sottese.
Scesi dall’infernale pulmino facciamo la sgradita conoscenza della metropolitana moscovita. Nei giorni seguenti impareremo a temerla. La tube sovietica si caratterizza per le enormi dimensioni, per la profondità e, conseguentemente, per la lunghezza infinita delle sue scale mobili: metti il piede sul primo gradino e a metà tragitto ti sei già dimenticato di dove stai andando. Uno dei nostri accompagnatori, intontito dalla ormai celeberrima logorrea di Sarta (conosciuta e temuta in tutta Europa), salta la fermata e il viaggio prende una brutta piega. Dopo appena due ore dall’atterraggio sbarchiamo finalmente al simpatico Godzilla Hostel, rifugio delle prime due notti a Mosca. Meno male che la mamma di Tigran ci ha preparato la cena. Vegan food a base di cetrioli, pomodori ed una pappetta viola composta da fagioli, bietola, cipolla e, forse, chewing-gum. Salutiamo i nostri amici (sono distrutti: per noi è l’una, ma qui a Mosca, per il fuso orario, sono le tre) e ci rendiamo conto dell’assenza di qualsivoglia liquido potabile nel giro di chilometri. Come zombi affamati di cervella ci rovesciamo nelle strade al fine di recuperare l’agognata birra-nanna. Questa zona di Mosca, con i suoi palazzi austeri e le sue strade deserte è alquanto suggestiva: incrociamo solo sbirri e sonnambuli ubriachi. Dopo aver girato come pazzi, ma dalla parte sbagliata, scopriamo che a pochi metri dall’ostello esiste un piccolo market aperto tutta la notte. Pedinati da una guardia del negozio, vestita da sposo bulgaro, acquistiamo una dose adeguata del nostro nettare prediletto. Buonanotte.

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