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[Free music for punx]

ALEKSANDR BASHLACHEV (U.r.s.s. 1960 – 1988)
[Puj] La cultura underground russa dell’epoca comunista è fonte di meraviglie sulle quali, almeno dalle nostre parti, non si è spesa una goccia d’inchiostro (o una battitura di word). Poeti punk come Yanka Dyagileva e Igor Letov valgono tutta la fatica che ho fatto per scovarli e tradurne (malamente) i testi.
Del più fragile e disperato poeta sotterraneo degli anni ’80 sovietici, però, non avevo ancora parlato. Il suo nome é Aleksandr (“Sasha”) Bashlachev, (soprav)visse per ventotto anni prima di gettarsi dalla finestra di uno squallido appartamento di Leningrado (l’odierna San Pietroburgo). Malregistrò una quantità abbastanza rilevante di pezzi per voce e chitarra acustica: ballate selvatiche nel segno di una perenne inquietudine interiore.
A differenza di Yanka e Letov, Sasha non era di origini siberiane, ma nacque a Cherepovets, cittadina a nord di Mosca.
Sasha non fu parte della sottocultura punk (i suoi miti erano i Doors e Jim Morrison) e non conobbe mai la fine dell’epoca comunista. Arrivò ad un passo dal riconoscimento ufficiale da parte dell’industria musicale sovietica, grazie anche all’intraprendenza di un giovane avventuroso promoter underground, Artemy Troitsky, che, nella Russia capitalista degli anni ’90 sarebbe diventato un noto giornalista. Troitsky incontrò Sasha nella sua città natale, nel 1984, nel pieno della campagna anti-rock promossa dal governo sovietico. Ne nacque una salda amicizia e un serie di sgangherati concerti in giro per la Russia.
Sasha fu circondato da una cerchia di amici fedeli che cercarono di aiutarlo in tanti modi, sostenendolo nelle difficoltà di una vita nomade e segnata dalle ristrettezze economiche. Ad un certo punto fecero anche una colletta per pagargli la sistemazione della sua dentatura disastrata (effetto tipico dell’alimentazione carente di vitamine dei russi del nord), ma lui quei soldi li spese chissà come. Forse li utilizzò per acquistare marjuana, di cui era diventato nel frattempo frenetico consumatore; nella Russia comunista ciò non solo era costoso, ma anche molto pericoloso. Nel 1987 Sasha conobbe Nastya, una studentessa di teatro, con la quale andò a vivere a Mosca, senza un soldo e senza una casa. I due furono ospitati a turno da amici e conoscenti. Le cose peggiorarono quando Nastya scoprì di aspettare un figlio. Pochi giorni prima di diventare padre (e che la casa discografica di stato gli proponesse un contratto, cosa che probabilmente avrebbe risolto almeno i suoi problemi economici) Sasha si uccise.
Le canzoni di Aleksandr Bashlachev raccontano la decadenza della Russia sovietica e della sua gioventù priva di prospettive. “Fuori Stagione” è una delle sue prime composizioni: “Toppa dopo toppa, i jeans sono diventati bianchi. I nostri modesti stipendi sono appena sufficienti per pagare gli aborti clandestini. Siamo fuori stagione. E questo è tutto ciò che abbiamo: un sogno letargico, umiliante come la vecchiaia. Cinque copechi per un cent. Mi sento inerme, e questo è più che essere stanchi...”. “Il Tempo delle Piccole Campane” divenne, dopo la sua morte, l’inno ufficioso del rock sovietico: “Per secoli mastichiamo le maledizioni e le preghiere, per secoli viviamo con gli occhi strappati. Ciò che abbiamo costruito, ora è coperto dalle bufere. Abbiamo bevuto vodka per una settimana e abbiamo avuto il malditesta per un anno. Abbiamo maledetto la nostra pelle e cucito i bottoni sulle nostre costole“.
Da qui sotto potete scaricare la raccolta intitolata “Лихо”, una delle tante antologie dedicata a Sasha Bashlachev dopo la sua morte: un doppio cd con una registrazione effettuata a Mosca nel 1986…

>>> Download Aleksandr Bashlachev
– Лихо anthology in .mp3 (.rar – 110 mb.)

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