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[Kalashnikov collective tour report]

K.COLL. GOES TO CANADA!



1. “Your flight is cancelled”.
Queste la premessa alla nostra trasferta canadese. Ma niente panico: è stato sufficiente ripiegare su un volo con partenza alle 7.55 del mattino del 26 maggio da Milano e scalo a Londra di 9 ore per ovviare al problema. Siamo naturalmente vicini ai compagni ed alle compagne della British Airways che hanno deciso di mobilitarsi contro le incresciose condizioni nella quali si trovano le loro divise ormai lise e fuori moda.

Sbarchiamo a Heatrow intorno alle nove ora locale, freschi come pupazzi di neve a ferragosto. In attesa del volo serale per Montreal, tuffo nel passato con gita a Camden Town, ciò che è rimasto della Londra punk. Passeggiando tra le bancarelle che vendono finte cartucciere al modico prezzo di 80 sterline (per crusties benestanti) e punkabbestia che chiedono monete per farsi fotografare (!), Dino, in versione nonno, ci racconta di quando nel ‘92 visitò per la prima volta Londra e di quanto la città non sia cambiata granché negli ultimi anni. Camden Town in effetti appare immutata da allora: una cartolina statica e un po’ fuori moda. Pranzo vegan, poi scarica di birracce nei sudici pub lì a fianco. Ci aspetta la trasvolata oceanica, allietata da snack dal sapore too british e film in lingua originale. La cena è letteralmente raccapricciante, il risotto sembra già digerito. Numerosi i gadget offerti da British Airways: calze in flanella, mascherina in finto velluto, spazzolino da denti mignon, bottigliette di vino argentino da 14 gradi, coperte pulciose. Buonanotte! Atterriamo alle 22.00 canadesi che sarebbero le 3.00 del Mattino a Londra, che sarebbero le 4.00 del mattino a Milano e che soprattutto sarebbero un orario ormai indefinibile per i nostri bioritmi…

2. In the basement
Tutti pensano (noi compresi) che in Canada faccia freddo: solitamente è vero, ma, come accadde durante la nostra trasferta russa, anche questa volta capitiamo in un miracoloso frangente climatico: la settimana più calda degli ultimi dieci anni. Ci sono 30 gradi e un’umidità folle. All’aeroporto di Montreal ci attende Matthieu. Un romanticone di 33 anni, vive in campagna, ha due figli e manda avanti la distro-label Chaos Rurale, che come ultimo suicidio commerciale ha stampato la versione in vinile del nostro ultimo album. Non sapendo bene che ore sono salutiamo Matthieu con un inappuntabile “good morning/good night”. Col furgone preso a nolo (un Chrysler che sfoggia un porta bibite giganti per ogni posto a sedere), in preda ad allucinazioni da privazione del sonno, ci dirigiamo verso la nostra sistemazione ultra-cheap: ostello rovina h.c. nella periferia di Montreal. La sede centrale dell’ostello ci dirotterà (fortunatamente) verso una sua succursale. Fortunatamente perché a) dentro si muore dal caldo b) il posto è, come dire, un po’ “particolare”: nel senso che la reception è anche una delle stanze, con alcuni materassi in un angolo nascosti da un asciugamano che fa da separé… Il proprietario ci assicura che nella dependance estiva staremo meglio perché “it’s a cool basement“. Il basement non tradisce le aspettative: è proprio il seminterrato di un edificio decadente in stile coloniale. L’unica finestra è rotta e il cesso é intasato. Non ci interessa granché, perché, dopo circa 24 ore di veglia, sveniamo dormienti. Tutti tranne… Claudio, ovviamente. Il pazzo parte per la sua abituale e solitaria scorribanda notturna. Sei del mattino, ora locale: ci risvegliamo sudati come viet-cong…

3. Demolition party

Montreal ci appare come un unico sterminato sobborgo. Ci sono più scoiattoli che persone. Matthieu ci ha apparecchiato una bella scarp
inata in montagna per ammirare un enorme crocefisso ricoperto di lampadine. Dopodiché non c’è molto tempo, perché dobbiamo partire per Ottawa. Durante il viaggio ci fermiamo ad una stazione di servizio per comprare dell’acqua, ma scopriamo che non la vendono. Niente acqua: solo integratori o bibite gasate in bottiglie da due litri.

Matthieu ha come unica indicazione del posto in cui suoneremo un indirizzo scritto su uno scontrino. Purtroppo Ottawa ha un milione di abitanti ed un’estensione di quasi tremila chilometri quadrati. Gli chiediamo se è un locale, un bar, un club o qualcosa del genere, ma lui risponde sorpreso: “No, è un appartamento!”. Dopo una serie di ricerche disperate, avviene un miracolo: troviamo il famigerato indirizzo. Siamo in periferia, lo scenario è quello classico da telefilm yankee con le villette bianche, il silenzio a tratti inquietante e, soprattutto, una coltre di paranoia che si taglia col coltello. C’è un
senso generale di decadenza e un poveretto su una sedia a dondolo canta a squarciagola una canzone mentre ci osserva torvo.

La Hull house, è un covo di punx assolutamente votati al caos e all’alcool. Una villetta a due piani che sembra in disuso da decenni, con i vetri rotti, le scritte sprayate sui muri e le finestre oscurate. Chi di voi ha avuto modo di vedere “Dogs in Space” (classico punk del 1986, girato a Melbourne, Australia) s’immagini esattamente la comune nichilista del film… Entriamo e troviamo alcuni punx sbattuti a terra a sniffare colla. Sbucano poi gli abitanti della casa, ben più comunicativi, che ci offrono grande ospitalità. Infiliamo la nostra riserva di birra canadese nel frigo e ci rilassiamo. Cerchiamo di capire come sia la situazione e i ragazzi ci spiegano che quello non è uno squat, perché in Canada gli squat e le case occupate non esistono. Però poi ci dicono che loro non pagano l’affitto, perché non si sa chi sia il proprietario e non saprebbero proprio a chi pagarlo l’affitto. E’ davvero folle per noi, ma in Canada non esistono problemi di spazio e le case costano davvero poco, quindi la cosa potrebbe anche essere credibile… Per farci capire meglio la situazione, ci acco
mpagnano nell’ala a fianco della villa, dalla quale esce un fetore osceno. La visione è raccapricciante: muri abbattuti, macerie, spazzatura, pareti carbonizzate, bottiglie vuote, cenci sudici, avanzi di cibo, vetri infranti… Ci spiegano che prima vivevano da quella parte, ma, quando la polizia ha annunciato che li avrebbe cacciati, hanno demolito tutto e si sono spostati nell’ala a fianco. Boh! Intanto l’ambiente si anima e alcune ragazze ci consigliano un sorso della loro birra preferita: si tratta di birraccia addizionata con l’alcool che raggiunge anche i dieci gradi e viene venduta in bottiglie di plastica da un litro. E’ la migliore, perché, dicono, costa pochi dollari, dura tutta la sera e ci si ubriaca di sicuro! Ad aprire la serata ci pensa un ragazzo con tatuato sulla fronte un pezzo di una canzone dei Discharge (…) che suona una testiera attaccata ad un distorsore della chitarra. Si accanisce sui tasti con la foga di un pazzo maniaco e sbraita nel microfono frasi improvvisate. Il risultato è bitume harsh-noise con feedback spacca-timpani che lascia esterrefatti gli astanti.

Il clima è di approssimazione e caos, il tasso alcolico sale vertiginosamente e il frastuono si sente a tre isolati di distanza… Ad
un certo punto, entrano tre canadesi trafelati in evidente stato di alterazione da sostanze. Pensiamo siano dei vicini infuriati fatti di speed, ma in realtà sono gli H.O.P.E. (Human off planet earth), il secondo gruppo della serata. Il bassista sfodera il suo strumento (da una custodia per tastiera, tra l’altro) e provoca il pubblico dando una sensuale leccata al manico, in tutta la sua lunghezza. Poi non capendo quale sia l’ampli per il basso, si attacca ad un marshall per chitarra. I tre sono pervasi da un entusiasmo sinistro. Ed assolutamente immotivato. Ci aspettiamo uno show all’altezza delle premesse, ma veniamo delusi. I tre canadesi sono, molto probabilmente, il peggior gruppo del mondo. Essendo le stesse le probabilità di incontrare il miglior gruppo del mondo piuttosto che il peggiore, ci riteniamo comunque davvero fortunati ad assistere a questa performance, nella quale ognuno dei componenti è disperatamente scordato e fuori tempo anni luce rispetto all’altro; non sanno i nomi delle canzoni così che uno chiede all’altro qual’è la prossima e l’altro risponde: quella che fa tran,tran,tran o pram,pram,pram… Musicalmente, immaginate un incrocio mostruoso tra i Motorhead spompati e i Green Day stonati. Ah, dimenticavo: il bassista ha suonato con l’ampli spento per i primi due pezzi, poi si é accorto e l’ha acceso.

Scioccati da quest’esperienza border-line, ci prepariamo a suonare e scopriamo con orrore un fatto di cui, ingenuamente, non avevamo tenuto minimamente conto: il voltaggio dell’elettricità canadese è di 120 volt, non 220 come in Europa! Ciò significa, nel concreto, che le nostre tastiere e le nostre pedaliere si spengono o non si accendono neanche. In qualche modo riusciamo ad attaccarci, grazie anche all’aiuto dei locali, e facciamo il nostro concerto. Le creste vanno su e giù, la tinta per capelli cola abbondante con il sudore, i ragazzi e le ragazze ballano e si divertono. Nel dopo concerto la situazione deraglia e sembrano tutti pesantemente fatti. Sentiamo invocare l’ennesimo demolition party, mentre qualcuno ha già provveduto a recuperare un sasso gigantesco per sfondare le pareti. Al suono dei primi vetri infranti e delle bottiglie che volano, ci allontaniamo nella notte, diretti verso Montreal. Alle nostre spalle lasciamo il fragore della distruzione. Tre ore di viaggio nel nulla e giungiamo nella spettrale periferia di Montreal intorno alle quattro del mattino…

4. Problemi di voltaggio

Venerdì mattina. Per ovviare all’empasse della sera prima, su consiglio di Matthieu ci rechiamo in un temporary shop di elettronica nella zona di Chinatown, al cui interno, trascorriamo la mattinata. Dopo infinite consultazioni con il commesso, lasciamo alla cassa 100 dollari tondi tondi per una collezione di adattatori di varie fogge e misure. Metà di essi non ci serviranno mai. Il centro direzionale di Montreal è in realtà abbastanza piccolo e similare ai centri delle grandi città americane, con i grattacieli di vetro e i taxi, però qui la gente è più tranquilla, non c’è la frenesia di New York. Non esiste nulla di storico, tutto sembra avere non più di cinquant’anni. Nel frattempo, riusciamo a perdere il don in un negozio di tastiere. Ci accorgiamo della sua assenza quando saliamo sul furgone e rimane un posto libero. Ricompattato in qualche modo il gruppo, iniziamo ad indagare con Matthieu sul concerto di questa sera. La caratteristica peculiare di Matthieu è quella di sembrare sempre in balia del caso, e anche nella circostanza in questione non tradisce le aspettative. Il suo piano per la serata è: a Montreal un concerto c’é, però non include noi; quindi andiamo là e chiediamo, tanto qualcuno ci conoscerà, veniamo da lontano e alla fine ci faranno suonare. Geniale!

Un po’ confusi, decidiamo perlomeno di fare scorta di birra per la serata. E’ avvincente scoprire quanto diverse siano le usanze in merito al consumo di alcool che s’incontrano girando per il mondo. Per esempio in Canada (come per altro negli states) solitamente non viene venduto alcool nei posti in cui si suona, bisogna portarselo da casa. Un’altra cosa che i canadesi amano è la birra aromatizzata: Matthieu ci consiglia quella ai mirtilli, per esempio. Buona, se non fosse per l’acidità di stomaco che fa venire e il sapore di detersivo. Però, non c’è luogo
più divertente per comprare birra che un market canadese. Perché non puoi soltanto prendere la birra dal frigo, ma puoi proprio entrarci nel frigorifero! Una porta conduce in una cella refrigerata, piena di bottiglie e lattine (nella quale fa ovviamente un freddo cane, cosa che riduce notevolemente la possibilità di scelta tra le varie birre ed incrementa quella di acquistarne di aromatizzate…).

Carichiamo tutto sul furgone, compreso il nostro arsenale di adatattori per il voltaggio candaese, e partiamo alla volta del fantomatico concerto nel quale cercheremo di imbucarci…

5. Ciclomakak

Calano le tenebre. Parcheggiamo nei pressi dei lugubri docks di Montreal. Solo capannoni industriali e bassi edifici piuttosto squallidi. Imbocchiamo un’entrata illuminata con sopr
a scritto: Ciclomakak. Ci troviamo in una stanza bianca, spoglia e senza finestre, con una scala che sale. Al piano di sopra si apre un club semi-abusivo frequentato da freakettoni, giovani alternativi alla moda, artisti e punks. Il capo della baracca è un giovane asiatico tutto strambo che ci accoglie molto calorosamente anche se non capiamo granché di quello che ci dice. Matthieu parte all’attacco per contrattare la nostra esibizione e pare che il suo piano funzioni, malgrado anche lui non riesca a comunicare facilmente con il bizzarro interlocutore.

La sala concerti
è una stanza scrostata, molto piccola e scomoda. Si alternano alcuni gruppi locali davvero ben preparati sul piano del look glam-decadente fine anni ‘70, ma piuttosto improvvisati a livello musicale. Nel frattempo abbiamo il piacere di conoscere un tizio ubriachissimo che ci racconta di essere vissuto a Verona e porta tatuato sul petto il titolo di una nostra canzone, ma con un errore di stampa (“ai ferri corti con tutto l’esisente“).

Qualche minuto dopo ci imbattiamo (anche qui!) nel solito fanatico dell’h.c. italiano degli anni ’80. Dovete sapere che in ogni città del mondo esiste almeno un fanatico dell’h.c. italiano degli anni ’80: solitamente, lo si riconosce dalla maglietta dei Raw Power o dalla toppa dei Wretched. il simpatico canadese in questione addirittura ha tatuato su un braccio il simbolo dei Wretched con la fatidica frase: caos non musica. Per dimostrarsi aggiornato in materia, ci chiede se il Virus di Milano esiste ancora
o è stato sgomberato… [risposta esatta: è stato sgomberato nel 1984…]. Fuggiamo e ci troviamo al piano superiore, da cui si accede al terrazzo. La vista sulla Montreal notturna è magnifica, e volendo, come negli inseguimenti dei telefilm americani, si può saltare di tetto in tetto, dato che non c’è protezione.

Dopo l’esibizion
e di un gruppo americano che l’indomani si sparerà 14 ore di furgone per una data a Vancouver (gli americani sono i soliti esagerati…), tocca a noi. Cerchiamo di adattarci alla strumentazione giocattolo che ci viene fornita: gli ampli sono elettrodomestici antichi di cui nessuno di noi ha mai visto un esemplare prima d’ora, la batteria è per i bambini al di sotto dei 12 anni, l’ampli per basso è un sarcofago da cui scaturiscono i lamenti del faraone che ne è rinchiuso.

Malgrado le funeste premesse, il concerto risulta molto divertente, sia per noi che per i 20 zombi che ci ascoltano. A fine serata il clima è frizzantino: danze propiziatorie, quattro calci ad un pallone da spiaggia e birrini della staffa. La serata termina in un caffè del centro, l’unico aperto, a placare una fame ormai atavica a suon di insulsi tramezzini…

6. Anarchia & Poutine

Ci risvegliamo nel basement, ormai divenuto la nostra dimensione ideale. La mattina la trascorriamo all’Anarchist Bookfair di Montreal che si tiene ogni anno all’interno di una scuola della città. Una fiera del libro anarchico nelle aule di una scuola elementare, frequentata da centinaia di punx, freak ed altro, con concerti, reading, dibattiti etc…etc… è qualcosa di difficile da immaginare in Italia. L’atmosfera è molto bella e siamo felici.

La felicità, unita ad un certo languorino, ci fa prendere coraggio: che sia venuto il momento di assaggiare il famigerato piatto tipico canadese? Facciamo un passo indietro… Tutti i paesi del mondo vantano un piatto tipico, una pietanza che li contraddistingue rispetto agli altri. Di solito, ciascuno è fiero della propria specialità culinaria, e non
vede l’ora di offrirla al proprio ospite. In questi giorni abbiamo potuto assaggiare cibi molto diffusi da queste parti come lo sciroppo d’acero e il burro di arachidi (venduto in confezioni da dieci chili), ma nulla di realmente tipico, né che potesse essere considerato un “piatto nazionale”. Come nelle grosse città degli States, anche a Montreal abbiamo pranzato in straordinari chioschi vegan, inesistenti dalle nostre parti dove la cultura del veganesimo è davvero poco diffusa, segregata in ambienti salutisti un po’ snob o vista come pratica terroristica. Meravigliose insalate di tofu, seitan in tutti i modi, tempeh, vegan-burger… ma ancora niente di tipicamente canadese. Poi, Matthieu ci aveva timidamente confessato che un piatto nazionale canadese esiste, e si chiama Poutine. Ci aveva raccontato che fino all’adolescenza i suoi genitori erano riusciti a preservarlo dal Poutin, ma che poi, in età adulta, anche lui ne é caduto vittima, non senza vergogna. L’idea di poterci offrire un pranzo a base di Poutine sembra imbarazzarlo un po’. Noi però insistiamo ed eccoci seduti in una specie di fast-food yankee alla buona, uguale a quello dei telefilm americani, a consultare un menù unto alla ricerca del poutin. Nell’entusiasmo, accogliamo l’anziana cameriera con un coro di “Putén!” che in francese, con la e al posto della i purtroppo significa “puttana”. “Ehm… Poutine!” corregge Matthieu. La signora è visibilmente contrariata, ma ormai a noi interessa una cosa sola: il Poutine.

Ed eccolo. Du
nque, non è semplice descriverlo. O meglio, è fin troppo facile, perché il poutine è… una scodella di patatine fritte. Ebbene sì: il piatto nazionale canadese non è altro che un piatto di patate fritte tipo quelle di mcdonald, con sopra una colata di salsa tipo barbecue e un formaggino insulso tagliato a quadratini. Salsa e formaggio colante, in pochi minuti, trasformano le patatine in spugne oleose, flaccide e sudate…

7. La Chiesa della Morte

La DeathChurch sorge lungo un vialone periferico di fronte ad un ciclopico supermercato. E’ una vecchia chiesa sconsacrata, che essendo di legno sembra più un fienile che un edficio sacro. Ora è uno di quei posti semi-abusivi in mano ai punx canadesi. La truppa ha visto nel frattempo una new entry: è con noi Taìna, la cantante dei Cojoba, band h.c. di Portorico, nostra vecchissima conoscenza epistolare. Dopo circa dieci anni ci conosciamo personalmente! Fantastico! Che cosa ci fa Taìna a Montreal? Da qualche anno vive a New York, e si è sparata dieci ore di treno per
vederci suonare stasera. Le chiediamo scusa. La simpatia caraibica di Taìna è esplosiva e lei parla italiano, quindi nulla la contiene.

Sono le sette di sera e l’affluenza dei fedeli della Chiesa della Morte è già significativa. Orde di punx si assiepano sul sagrato in attesa della comunione. Incontriamo anche i simpatici nichilisti della Hull House di Ottawa, già strafatti di erba all’ammoniaca. Archiviato il Poutine, decidiamo di consumare un pasto frugale nel parcheggio del supermercato (roba da veri punks). Da queste parti non si usa nutrire i gruppi che suonano, quindi ci si deve un po’ arrangiare. Per fortuna il mostruoso supermercato dall’insegna al neon che sembra un’astronave è ben fornito di cibarie vegan come tofu e humus in confezione famiglia. Mentre sgranocchiamo le nostre cose ci si avvicina un homeless e ci chiede una sigaretta. Come no, eccola. Il simpatico anziano ci ringrazia regalandoci uno dei suoi numerosi sacchetti pieni di vestiti usati. Insiste, ed anzi ce lo lascia legato ad un palo lì a fianco, per comodità. Ah,ah,ah! Strepitoso. Ehi, ma i vestiti sono più belli di quelli che abbiamo addosso!…

Intanto il concerto è iniziato. L’interno della Deathchurch è spettacolare: come in una vera chiesa ci sono anche le tribune laterali con la gente assiepata. E’ pienissimo, la temperatura è indicibile, il grado di umidità spaventoso e il profumo non è esattamente quello dell’incenso. Tutti ballano e si dimenano senza badare troppo alla situazione climatica.

Si susseguono gruppi finalmente notevoli: i d-beaeters locali Bone Black, dall’impatto devastante, la voce della cantante è marcia, nera fino al midollo; i Critical Convictions di Ottawa, trascinante h.c. old school con voce femminile; i Despite All Thi
s (da Halifax, Nuova Scozia) con il loro folk-punk da campagnoli spensierati; i Preying Hands di Montreal, infine, splendido anarcopunk veloce ed epico à la Ballast/Assassinators.

Malgrado il caldo soffocante, l’energia del pubblico, ormai per metà in mutande e reggiseno, sembra inesauribile e tocca il culmine durante l’ultimo concerto, quello dei Kalashnikov, uno dei più belli e partecipati della nostra umile storia di romantic-punx girovaghi. I ragazzi e le ragazze cantano i nostri pezzi (!) e ci incitano a suonare fino all’alba. Ne usciamo disidratati e in punto di morte, ma ne siamo felici. L’ultima data del tour deve sempre essere la migliore, a costo di condurci verso l’autodistruzione! Dopo alcuni minuti d’incoscienza, ci intratteniamo con i locali, chiacchieriamo con un messicano fan dei nostri amici Pisciosangue di Firenze (com’é piccolo il mondo), ci intratteniamo con Peter, un amico sdentato di Matthieu, veramente sbronzo e, colpo di scena, conosciamo la simpatica moglie con i dreadloc
ks di Matthieu, giunta in serata per ricongiungersi al marito. Taìna intanto sarà alla venticinquesima birra e cominciamo a temerla. Peter esce di scena a sorpresa, inciampando in una aiuola e volando di faccia sul bordo del marciapiede. Ora capiamo perché gli mancano i denti davanti.

Noi ci congediamo in maniera meno spettacolare, ma ormai sono le tre di notte e riteniamo di poter morire con dignità. Taìna al contrario è una furia selvaggia e non abbiamo le forze per contenerla. Fortunatamente é tutta scena: le basterà accasciarsi sul divano dell’ostello per addormentarsi nel giro di due millisecondi…





8. Canada addio.

Lasciamo il basement, con il cuore pieno di tristezza; a questa fogna maleodorante ci eravamo affezionati. Ancor più triste è l’addio a Matthieu, un uomo che in quattro giorni è invecchiato di dieci anni. E’ stato veramente un ragazzo incantevole e lo ricorderemo per sempre.

Il viaggio di ritorno scorre via nell’inedia, tra il sonno e la veglia; i sedili dell’aereo della British Airways sono scomodi come cessi e la cena, al solito, sembra uno scherzo. In questi pochi giorni, tutto è andato come al solito troppo in fretta per poter riflettere. Ora, dopo qualche settimana, siamo giunti ad alcune conclusioni illuminanti. Dunque, aspetti positivi del Canada: 1) i canadesi sono molto gentili, ospitali e ti sorridono sempre 2) la vita scorre placida e tutti hanno gli spazi di cui necessitano 3) le birre hanno quasi tutte il tappo che si svita a mano. Gli aspetti di criticità, invece: 1) il piatto nazionale, senza dubbio; 2) la mancia obbligatoria; 3) le tasse da aggiungere ai prezzi dei prodotti che rischiano di farti vivere situazioni imbarazzanti una volta giunto alla cassa.

In realtà, la cosa che ci ha colpiti di più dello stile di vita canadese è l’incredibile serenità delle persone, specchio di un’esistenza nella quale i problemi, i conflitti, la precarietà che noi viviamo tutti i giorni non esistono. I problemi legati alla casa, al lavoro, al denaro, allo spazio vitale, allo stress, all’inquinamento, al traffico, alla competitività che da noi sono causa di esistenze misere e alienate, qui non esistono. Chiamiamolo benessere. Chiamiamola noia mortale. Verrebbe da dire, parafrasando Oscar Wilde: “Il paradiso lo preferisco per il clima, l’inferno per la compagnia”.

Non è forse un caso però che in Canada la chiesa sia un’istituzione fortissima e le sette religiose spopolino. La cultura cattolica è talmente opprimente in Quebec che per bestemmiare si pronuncia con disprezzo il nome di una parte della Chiesa, tipo: “Tabernacolo!”, “Altare!”, “Acquasantiera!”; sembra incredibile, però in Canada queste sono le imprecazioni più blasfeme, tant’è che quando ci lasciavamo scappare qualche “Tabernacolo” per ridere, i ragazzi ci dicevano di stare attenti a pronunciare certe parole in pubblico! E’ interessante: i canadesi non se la prendono con il “capo”, come facciamo noi, ma con il personale, anzi, nemmeno, con l’arredamento dell’azienda! Ah,ah,ah! Matthieu ci ha raccontato inoltre che, negli anni ‘60, la chiesa promuoveva, con mezzi davvero inquisitori, l’incremento delle nascite: funzionari della chiesa bussavano alle porte delle famiglie e delle coppie appena sposate per spronarle ad avere figli e le redarguivano se ne avevano pochi o, ancora peggio, nessuno. Questo ci fa capire che l’uomo, a qualsiasi latitudine o longitudine, di modi per peggiorare la propria esistenza e danneggiare quello che gli sta intorno ne trova sempre. Un altro esempio di questo istinto sadomasochista? Il Poutine.

2 Comments on

  1. Anonymous
    Replied on 18/10/2010 at 14:10

    Ficata!

  2. Anonymous
    Replied on 18/10/2010 at 14:10

    Strepitosi…gran racconto.lo spirito continua.yep

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