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William Burroughs – La febbre del ragno rosso (1991)
[Pep] “La parola ESSERE in inglese contiene, come un virus contiene il suo precodificato messaggio di distruzione, l’imperativo categorico di condizione permanente”: così William Seward Burroughs (1914-1997) ne “La rivoluzione elettronica” si pronunciava riguardo il meccanismo strutturante del massimo paradigma del controllo, quello virale. Alla base delle sue dirompenti concezioni le teorie di Alfred Korzybski, linguista rivoluzionario e contestatore della logica aristotelica: cogliendo nell’identità una malattia ereditaria e nella relazione di identità il meccanismo di replicazione virale archetipo, preposto all’infezione e al controllo dell’essere umano, Burroughs ne preconizza la palingenetica rimozione tramite un cruciale processo linguistico, l’abolizione del verbo Essere. E proprio una lettura virologica del potere, ispirata alla teorie scientifiche del biologo G. Blyavin, costituisce l’elemento chiave del pensiero di Burroughs: scrittore, cineasta, pittore, discepolo di Scientology (che poi rinnegò criticandone il carattere capillarmente autoritario, pur nella condivisione dei suoi fondamentali presupposti teorici), radicalissimo pensatore gay e profeta del tramonto biologico dell’eterosessualità, filosofo anarchico, sperimentatore psichedelico, teorico del terrorismo generalizzato, capace di influenzare tanto la filosofia post-strutturalista quanto il cyberpunk, tanto il graffitismo urbano, quanto i settori più avvertiti della musica rock.
Il Kalashnikov Collective Headquarter qui propone un suo breve e straordinario romanzo (“Ghost of Chance” nell’edizione originale) in cui Burroughs, elaborando nuovamente attorno alla leggendaria figura del capitano Mission, cui già si era dedicato in “Città della notte rossa” (1981), delinea in poche decine di pagine un esauriente profilo della parabola patologica dell’umanità: il costituirsi di quest’ultima come tale in virtù dell’infezione virale del linguaggio (“Il linguaggio è un virus”, ha sentenziato Burroughs), la quale pone in essere il distacco dalle altre specie animali e l’inizio di un catastrofico percorso di sopraffazione, sino alla distruzione finale del mondo umano propiziata dal diffondersi impazzito e spaventoso delle epidemie letali conseguenti alla devastante incontrollabilità dei processi di replicazione virale.
Oggetto dello sguardo disaminatore di Burroughs risulta essere fra l’altro la figura di Cristo, il cui disegno etico (“Ama il tuo nemico”) pur costituendo un inesorabile assurdo biologico, si rivela in realtà il più perfetto e micidiale programma di replicazione virale concepibile (equivalendo alla trasformazione a tappeto dei propri nemici in amici: in ultima analisi in repliche di sé): con queste cruciali considerazioni sull’etica cristiana Burroughs integra magistralmente la sua pregressa visione del messaggio biblico quale quintessenzialmente virale nel suo definire l’uomo replica di Dio (“a sua immagine e somiglianza”), palesando quest’ultimo come implacabile parassita ontologico globale. Terrificante diagnosi anarchica ed anti-specista della malattia dell’essere umano e dell’essere umano come malattia, “La febbre del ragno rosso” è un libro filosofico di spietata profondità, in cui l’unica reale speranza che viene configurata è una fine dell’umanità che lasci spazio alla superiore bellezza e integrità della vita animale. Segnaliamo che il testo è illustrato dalle riproduzioni in bianco e nero di diciassette dipinti informali di Burroughs, testimonianze potenti di un itinerario visivo tanto affascinante e sconvolgente quanto quello letterario.

>>> Download William Burroughs – La febbre del ragno rosso [ITA] (.pdf – 3 mb.)

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