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[Kalashnikov tour reportage]

Fraaance!
A settembre di ogni anno, non si sa perché, ci capita di fare un paio di date in Francia. Anche nel duemilaedieci…

1. 24/9: Paris!
Solitamente siamo estranei ai luoghi comuni dell’italiano medio, ma, per questa trasferta d’oltralpe, ci lasciamo tentare da un classico tutto italico: la partenza intelligente. In vista del concerto parigino di venerdì decidiamo infatti di partire la sera prima, giovedì, con tappa intermedia a casa del nostro amico Ludò che vive a Feillens, un paesino a nord di Lione. La partenza intelligente per una volta funziona, dato che non incrociamo una macchina per tutti i cinquecento chilometri che ci separano dalla meta e il viaggio scorre liscio come la chioma di un metallaro cosparsa di balsamo. Giunti a casa di Ludo’ nel pieno della notte non sappiamo fare di meglio che ingurgitare birra e sparare cazzate fino alle tre, così la mattina dopo, freschi come carciofi, partiamo alla volta della capitale.
Il tempo è una merda completa, piove a raffica, c’è anche una malinconica nebbiolina che profuma di funghi e scampagnata autunnale. Parigi ci appare all’
orizzonte sovrastata da un cielo plumbeo che minaccia tempesta. Il traffico della capitale è oltre ogni immaginazione. Aiuto, il semaforo è verde ma non ci si muove di un millimetro! Il tempo trascorso fermi nel traffico ci permette però di riflettere sulla mappa, così almeno questa volta non sbagliamo strada. La Miroiterie è uno squat incastrato tra i caseggiati decadenti del quartiere Gambetta, poco dopo l’ingresso in città dalla Porta di Bagnolet. Un quartiere multietnico, nel quale sorgono una di fianco all’altro atelier di giovani artisti e gastronomie mussulmane con commesse in chadore, club alla moda frequentati da fighetti e bazar di elettrodomestici usati gestiti da indiani baffuti. La Miroiterie è cortile lungo e stretto in fondo al quale si accede ad una sala concerti claustrofobica. Il meglio per i Kalashnikov! Spazio poco = divertimento tanto.
Erik, il nostro contatto e factotum, non è un punk, sembra piuttosto un attore di un poliziottesco all’italiana. Ad ogni modo, ci sp
iega che per ragioni di ordine pubblico il concerto dovrà chiudersi alle 22.00, quindi occorre darsi da fare per montare il palco e fare i suoni. Wow, un concerto che inizia alle sei e finisce alle dieci! E’ un’ottima invenzione, dopotutto, ma non attecchirà mai in Italia. Peccato. Suonare presto è bello perché si è in piena forma e, dopo, resta tutta la sera per rilassarsi e divertirsi.
Nel frattempo un giovane punk con la cresta verde ci abborda per realizzare una breve intervista pre-concerto per la sua fanzine.
Il ragazzo è davvero determinato e ci conduce in cucina, ove ci stordisce con una raffica di domande statistiche del tipo “Quante canzoni avete scritto?” (!!!), davvero buffe. Ma che cos’è questo profumino? La cena! La torta alle verdure però è un po’ fredda, dunque chiediamo se c’è la possibilità di scaldarla. Un tizio ci spalanca solerte un forno a gas degli anni ‘50 dal quale esce una nuvola di zolfo. Passata la nube, si intravedono le pareti carbonizzate coperte di ragnatele millenarie. Decidiamo di gustare la torta salata a temperatura ambiente, cioè congelata. Sì perché, come sempre, abbiamo sbagliato le previsioni atmosferiche: a Parigi fa un freddo irreale. Pazienza, ci scalderemo con il concerto! Il cartellone della serata è multietnico: ad aprire i Rai Ko Ris, un duo anarcopunk nepalese. Sì, proprio così: Oliver e Sareena arrivano da una cittadina ad un centinaio di chilometri da Kathmandu, la capitale del Nepal, una nazione collocata tra Cina e India, solitamente collegata all’alpinismo estremo sulle cime più alte del mondo, tipo l’Everest. I Rai ko Ris non ci giungono del tutto inaspettati tant’è che già li conoscevamo avendo avuto uno scambio epistolare con loro circa una decina d’anni fa, ai tempi della nostra prima cassetta! Olivier in realtà ha origini francesi, ma vive in Nepal da una ventina d’anni e lì ha formato questa band (originariamente composta da tre elementi): l’unica incredibile punk band anarchica nepalese! Il loro concerto è fantastico, molto intenso, la voce di Sareena é profonda e ispirata, e si muove incredibilmente sicura sul magro sostrato post-punk di chitarra e batteria. Wow! Che emozione! Purtroppo i dischi dei Rai Ko Ris (una folta discografia di cd-r registrati in presa diretta con copertine fotocopiate, venduti in patria a 100 rupie a copia, circa un euro e mezzo) non rendono per nulla l’idea dell’originalità e dell’intensità della musica che la band, in un rapimento quasi religioso, esegue dal vivo. E’ il turno delle Ze Revengers. Le tre montanare mascherate sono anch’esse una nostra vecchia conoscenza, considerato che ci abbiamo suonato insieme varie volte e abbiamo organizzato loro un concerto in Villa a Milano la settimana scorsa! Le Ze sono un ensemble creativo che utilizza vari strumenti musicali estranei alla tradizione punk come viola, sax e violoncello in un contesto radicalmente punk, mescolando la ricerca dell’art-rock all’attitudine anarchica da squatter consumato. Ne esce una specie di grind-core da camera, sinfonie sghembe tra Slits, Poison Girls e Fugazi. Nell’ultimo album “Nous Sommes ici et là“ (un meraviglioso digipack serigrafato e ricchissimo di testi scritti a mano) poi compaiono alcune parti di cantato “operistico” che ricordano gli Art Bears e una intro in pieno stile folk apocalittico. Insomma, un casino. Ma davvero “stimolante”.
Noi saliamo sul palco verso le 9.30, l’ora in cui i punx italici sono solitamente davanti allo specchio ad alzarsi le creste con la colla di pesce. Tanti ragazzi e tante ragazze conoscono le canzoni, cantano e ballano, mentre nelle prime file si consuma un pogo forsennato al limite della rissa. Il pogo macho non è mai un bene, anzi è una pratica disdicevole. Perché prendersi a pugni come dei deficienti, quando si potrebbe saltell
are gioiosamente gli uni contro le altre? Beh, il risultato è che Milena, a metà concerto, si becca una testata sulle tempie da un gigante metallaro, il quale, dopo averla colpita, esulta come Aldo Serena che ha fatto gol di testa. Ma, come si suol dire: Parigi val bene una rissa. Detto questo, l’atmosfera è molto bella, il pubblico ci invoca a gran voce e noi ci sollazziamo con qualche bis ultra-rovina.



Come sempre dopo il concerto inizia la parte più buffa della serata. La birra scorre e amabilmente si discorre. Ci intrattiene un comico parigino che parla solo francese e pare l’imitatore di Dario Fò. Non capiamo una parola, ma ridiamo esterrefatti. Claudio viene chiuso all’angolo sul divano dietro alla distro e brutalizzato da Dario Fò per cinquanta minuti buoni di barzellette e scenette inconsulte. Un incontro surreale, ma molto gradito è quello con Cinzia, la prima cantante dei Kalashnikov, autrice delle tracce di voce di “Romantic songs of dissidence”, il nostro primo album. Tantissima gente ancora adora quel disco adolescenziale, soprattutto per la voce di Cinzia, la quale, da molti anni, vive a Parigi dove fa la web designer. Tra le altre cose ha comprato casa a 100 metri dallo squat in cui ci troviamo. Bene… dormiremo da lei! Decidiamo a malincuore di declinare l’invito di Erik a casa sua, dove pare si svolgerà un minaccioso disco-party. Spiace, ma l’idea di lasciare il furgone comodamente parcheggiato ed evitare di infilarsi nel traffico parigino per percorrere i venti chilometri che ci separano dal disco-party è troppo allettante.
Alle ventitré e trenta gli zombie che ormai popolano lo squat vengono espulsi e i cancelli chiusi. E‘ presto, ma lo stato di fattanza alcolica dei francesi è come sempre egregio. Cinzia ci promette un assaggio della Parigi by night alla ricerca di prelibatezze culinarie per placare il nostro atavico appetito. Troviamo un kebabbaro che ci illudiamo cucini falafel, ma che in realtà alla notizia che siamo tutti vegetariani scoppia a ridere e ci insulta. Ci accontentiamo di un panino imbottito con un tovagliolo di carta al gusto di formaggio. Prima di giungere a casa di Cinzia, avremmo faticato ad immaginare che la sua offerta di ospitalità si sarebbe trasformata in una partita a Tetris. La partita naturalmente la perdiamo e piombiamo in un sonno inquieto. La mattina d
opo ci svegliamo chi a forma di L, chi di T rovesciata. Dopo un giretto per il quartiere alla ricerca di bancarelle di vinili ad 1 euro, salpiamo alla volta di Digione…

2. 25/9: Dijon!
Ooooh, Les Tanneries di Digione! Ci torniamo dopo due anni ed é un po’ come sentirsi a casa. Tutti i gruppi punk del mondo sono passati almeno una volta in questo mit
ologico mega-squat francese. Un’area industriale interamente occupata, uno spazio enorme dove l’ospitalità è fantastica. Birrette di aperitivo e quattro chiacchiere con Julia, una ragazza di Rio de Janeiro che ora vive qui, ma che noi avevamo conosciuto in Villa a Milano, durante un concerto il marzo scorso. Pianifichiamo su due piedi un tour in Brasile, gustando patatine aromatizzate alla pizza. Ehi, ma chi si vede! Dave e gli altri componenti dei Preying Hands! Che incredibile coincidenza: stasera condivideremo il palco con la band con cui abbiamo suonato a Montreal, in Canada lo scorso maggio! I Preying Hands vengono proprio da Montreal e sono alla fine del loro tour europeo. Si tratta di una band di formazione recente, ma in realtà alcuni componenti non sono proprio di primo pelo e hanno girato il mondo con la celebre anarcopunk band dei Ballast. Gli altri gruppi con i quali condivideremo la serata sono i The Sioux, Coche Bomba e Tres Puntos. Nel frattempo arriva anche Richard, il nostro fan francese numero uno. Era da un po’ che non lo sentivamo. D’altronde, negli ultimi mesi è stato impegnato in una lunga passeggiata in bicicletta (da Nizza ad Istambul). Appuriamo che è sopravvissuto. Ma il concerto inizia!
I “The Sioux” suonano punk garage abbastanza monotono e stereotipato, con tanto di bassista in gonna: oddio! la straordinaria visione di un uomo con la gonna che cerca di essere simpatico, originale come una goccia di sudore in un bagno turco, divertente come aspettare l’autobus seduto su una panchina di chiodi… Noi abbiamo patteggiato per suonare per secondi, considerato che l’alternativa poteva essere chiudere il concerto alle quattro di notte. Malgrado il pubblico sia ancora tiepido, tutti partecipano, saltellano qua e là invocando le canzoni. E’ una bella soddisfazione e troviamo sempre incredibile che qualche francese canti i nostri pezzi in italiano…

La decisione di suonare in questa posizione della scaletta è stata anche dettata dal fatto che la serata è stata monopolizzata dai Tres Puntos, band ska che qui in Francia è una celebrità assoluta, benché fuori dai confini natii nessuno ne abbia mai sentito parlare. I rude boys in questione si atteggiano un po’ da professionisti e hanno imposto di suonare per terzi. Il loro cambio palco dura all’incirca il tempo che noi impieghiamo per fare il soundcheck, aprire e chiudere il concerto. C’è aria di divismo gratuito e un po’ fuori luogo, con una lunghissima attesa nel backstage del tutto inutile. Poi, finalmente l’orchestrina ska parte in quarta e il pubblico risponde in maniera incredibile: mai vista una partecipazione simile ad un concerto! Questo tipo di ska da noi è relegato alle feste di paese ed ha un pubblico di bambini, mentre qui in Francia piace alla follia anche ai punx e agli squatters. Nel frattempo la nostra distro viene presa d’assalto e approfittiamo per fare due chiacchiere con sottofondo in levare. Un ragazzo della repubblica ceca ci riempie di complimenti dicendoci che era convinto che suonassimo negli stadi, mentre invece siamo gente a posto, che suona negli squat. Non ci avrà mica scambiati per qualcun altro? Comunque sia gli rispondiamo che l’unico stadio nel quale eventualmente ci capita di suonare è quello alcoolico.
Dopo un’ora e mezza di ska barricadero fritto e rifritto vediamo rotolare alcune sfere sul pavimento: sono le nostre palle, che sono cadute. Bastaaaa! Fortunatamente le nostre preghiere vengono esaudite e la serata ci regala momenti emozionanti con lo show dei trucidissimi Coche Bomba. Crazy punx attempati (Richard ci confessa di averli visti per la prima volta 25 anni fa!) di origine peruviana: roba con cui non si scherza. Uno dei due cantanti, un sudamericano sovrappeso che sembra un narcos dei film, chiarisce subito le intenzioni della band restando in mutande, l’altro, un tizio stempiato in bermuda hawaiani, nel frattempo mangia dell’uva in modo voluttuoso e scalcia come un mulo. Dopo la prima canzone (una sfuriata grind-core di venti secondi) lo slip nero nel cantante viene risucchiato dalle chiappe, due mozzarelle pelose, fino a divenire un sordido perizoma. Con il lancio dei calzini di spugna verso il pubblico, lo strip-tease è completo e l’apocalisse sonora dei Coche bomba è al culmine. Il pubblico di zombie davanti al palco si dimena in preda alla follia. Sarta poteva forse restarsene fermo in un angolo a guardare? Eccolo allora trasformarsi in Sa(r)tana e lanciarsi nella bolgia, seguito dal suo fedelissimo scudiero, Claudio. Sa(r)tana scodella le sue specialità: crowd-surfing con camminata sul soffitto, molestie assortite nei confronti del gruppo, smarrimento del cellulare (che, calpestato, gli viene però restituito). Claudio non vuole essere da meno e, benché in Grecia queste pratiche gli siano costate l’osso del culo, non si nega uno stage diving di schiena nel vuoto, nella vana speranza che i suoi amici invisibili lo sorreggano. La bolgia è suprema e i Coche Bomba lasciano il palco da mattatori della serata. Evviva lo speedpunk franco-peruviano!

Giusto il tempo di raccogliere le ossa e i brandelli di carne ammassati sotto il palco e tocca ai Preying Hands, ad un orario che ci fa quasi rimpiangere i concerti in Villa. Questi canadesi sono ragazzi veramente simpatici ed affabili, e le botti di birra con le gambe che ancora resistono sotto il palco gradiscono molto il loro melodi-crust sparato. Dopo il concerto, ad un’ora indecifrata, raccogliamo le nostre cose e lasciamo il campo di battaglia diretti a Feillens…

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