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[Kalashni-gig report]

16 ottobre 2010 @ Villa Vegan Occupata (+ Extirpation + Ebola + Warpath + Anxtv)
[Puj] Periferia nord-ovest di Milano. Nebbia, freddo e odore di asfalto bagnato. Niente ferma i punx assetati, nemmeno un tempo da lupi e la pioggia a catinelle. La Villa Occupata viene così presa d’assalto dalle Orde del Caos per l’ennesimo mostruoso anarcopunk meeting organizzato dai Kalashnikov, il cui incasso andrà benefit per Villa Vegan e per i suoi animali.
E’ la sera del 16 ottobre e fino a poco prima un gruppo di ragazzi e ragazze era arroccato sul tetto di uno stabile in via Savona, dall’altra parte della città. Erano gli occupanti della Bottiglieria, uno squat nel pieno centro cittadino, nel cuore della Milano dei locali alla moda e degli atelier di design. Hanno tentato di rendere
agli sbirri più sgradevole lo sgombero dello stabile. A Milano ad ottobre fa freddo e tre lunghi giorni lassù, sulle tegole gelate, non sono certo uno scherzo. Non saprei raccontare meglio la storia di quanto abbiano fatto i protagonisti dell’impresa, nel bellissimo post nel blog della Bottiglieria, intitolato “La città vista da un tetto“.
Mentre scrivo, i ragazzi e le ragazze della Bottiglieria hanno già occupato un nuovo stabile in Via Giannone, nel cuore della Chinatown milanese (“la Macchina da Guerra Nomade conquista senza essere notata e si muove prima che la mappa possa essere aggiornata“, come dice Hakim Bey). Tutta la nostra solidarietà.
Questo autunno sarà ricordato come un periodo eroico per quanto riguarda le occupazioni a Milano e dintorni: uno spazio a Gallarate, poco a nord della città, l’Edera occupata, è stato da poco sgomberato, dopo sole due settimane di esistenza; analogo discorso per un altro spazio a Varese, durato una manciata di ore. Alla repressione fa eco l’entusiasmo e la caparbietà delle ragazze e dei ragazzi che lottano per capovolgere il senso delle cose. Un senso che si fa ogni giorno più univoco e più inesorabile. Il cappio di un mai sopito fascismo politico-culturale che pare stringersi intorno alle nostre gole. Anche per questo, in lotte come quella dei compagni e delle compagne della Bottiglieria di via Savona leggiamo sempre tanta poesia. Benché la digos, le denunce e l’indifferenza della gente non siano per nulla poetiche… La poesia e la bellezza stanno nel carattere “illogico” delle nostre azioni, nel fatto di giocare la partita infrangendo le regole del gioco ed essendo per questo condannati ad uscirne sconfitti. Il problema (per gli altri) é che nelle nostre partite da perdenti ci divertiamo molto di più di quelli che delle regole del gioco se ne servono per ottenere le loro
scontate, banali, imbarazzanti vittorie.
La mattina del 16 ottobre, a poche ore dal concerto, ci eravamo interrogati con i compagni e le compagne della Villa su che cosa andasse fatto per essere solidali con gli occupanti di Via Savona che, a quell’ora, se ne stavano ancora sul tetto. Ci siamo chiesti se fosse il caso di annullare tutto o di portare il concerto là, in strada, nel pieno centro della città. Sarebbe stato un suicidio? Ormai era forse troppo tardi per ripensarci, cancellare o altro. Alla fine, giusto o sbagliato, si è deciso di suonare, sfruttando l’occasione per parlare a tutti di questa cosa e cercare di raccontarla nel frastuono, nell’ennesimo groviglio di corpi e rumori.

La notte é trascorsa libera e selvaggia, con tutte le sue caotiche contraddizioni, nel segno di un’ostinazione tutta nostra a vivere la musica al di fuori di ogni logica riconosciuta, nel segno di una irreversibile dissidenza esistenziale. Più passa il tempo, più faccio fatica a capire che cosa di preciso ci tiene legati a questa realtà, a questo frastuono, a questa vita. E meno capisco, più cresce il nostro radicamento entro queste mura scrostate, cresce la passione disperata, cresce l’affetto sincero e smisurato per tutte le persone che in questo perimetro incontriamo. Più tasselli del puzzle perdiamo, più si scopre qualcosa di meraviglioso che sta al di sotto del puzzle. Aldilà delle A cerchiate sui giubbotti e dei riff di chitarra, c’é qualcosa che ci sfugge e che forse ha qualcosa in comune con lo stare su un tetto per tre giorni e per tre notti al freddo. All’alba, osservando il campo di battaglia del dopo-concerto, tra le lattine vuote e i cani, mi è caduto lo sguardo su due punx abbracciati l’uno all’altro che dormivano ubriachi sul divano, e mi è venuta in mente una frase di Joseph Carter dei Mob, che, forse, racchiude un frammento del senso profondo e gioioso di tutto questo: “Rivoluzionari? Non credo… eravamo soltanto un branco di bambini spaventati che si tenevano vicini per stare al caldo…“.

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