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[Free music for punx]

ART BEARS (musica radicale, U.k.) – “The World As It Is Today” (Lp – 1981)
[Puj] Ed ora qualcosa di completamente diverso. Siamo nel 1981, il punk si è ormai declinato in tutti i suoi sottogeneri underground ed è divenuto lo strumento di protesta prediletto della gioventù tatcheriana/reaganiana del decennio entrante. Fa proseliti in tutto il mondo, perché la sua virtù sta nell’imme- diatezza, nella fisicità adrenalinica e nell’accessibilità; sia che lo si ascolti, sia che lo si suoni, il punk è musica semplice, alla portata di tutti.
Negli anni ’70 la musica antagonista di matrice libertaria e sinistrorsa era tutto l’opposto: complessa, intellettuale (o intellettualoide?), ambiziosa (o pretenziosa?), difficile da suonare e da ascoltare. I gruppi militanti degli anni ’70 erano band di jazz anarchico o rock progressivo altamente sperimentale come gli Area (in Italia), gli Henry Cow (in Inghilterra), i Magma (in Francia) e i Floh De Cologne (in Germania). Malgrado tutto, con un po’ di pazienza si scoprono grandi dischi anche in questo panorama di produzioni un po’ trombone.
L’album “Il mondo come è oggi” degli Art Bears, uscito appunto nel 1981, è, ad esempio, un disco fantastico che ha molte cose in comune con il coevo anarcopunk dei Crass: è politicamente denso, è inquietante, è sperimentale e, soprattutto, non ha molto a che fare con la musica del proprio recente passato.
Gli Art Bears furono un ensemble inglese nato da una costola dei già citati Henry Cow, celebre band di estrema sinistra nata alla fine degli anni ‘60. Nel 1977, Dagmar Krause (voce), Fred Frith (chitarra, tastiere, viola e violino) e Chris Cutler (batteria) si stufarono del sound degli Henry Cow e misero a punto un progetto nuovo, un trio di jazz apocalittico, dai toni austeri, con l’ambizione di applicare la creatività e l’improvvisazione
del free-jazz alla forma-canzone. Ne esce una musica molto misurata, dall’appeal glaciale, scarna e militante. Ma anche incredibilmente suggestiva. Il nome del gruppo pare insensato (gli “Orsi dell’Arte”?), ma in realtà é un gioco di assonanze, in quanto in inglese Art Bears suona come “Heart Bares”, ovvero Cuori Scoperti.
The world as it today” è il terzo ed ultimo album degli Art Bears, ma anche quello più esplicito politicamente. Le undici canzoni del disco attaccano ciascuna un aspetto della società capitalistica. I testi raccontano le tappe di un viaggio visionario: anatemi scheletrici che trasmettono visioni di morte e distruzione, formulati in uno stile vagamente biblico. Ne riporto alcuni. “Democrazia”: “Ho visto un leone ed un serpente uccidersi a vicenda e dai loro corpi proliferare un’orda di scorpioni. Ricoprirono il mondo e il loro veleno fu la democrazia”. “Legge”: “Ho visto i nostri padroni seduti a cena, satolli della libertà tua e mia. Ho chiesto: ce n’è una porzione per il povero?
Loro risposero: certo! E ruttarono la Legge”. “Libertà”: “…ho visto moltitudini inchiodate alla terra, deprivate e rifugiate, alle quali era stato detto di essere libere. Libere di morire di fame. O di essere schiave. Libere di scegliere A o B, come veniva loro offerto, di lavorare o morire”. “Verità”: “Ho visto lunghe code, ma poco cibo. Volevo parlare, ma i soldati non mi hanno permesso di restare. Allora mi sono messo a leggere e ho imparato che “la prosperità era giunta” e che questo era “il nostro Eden. Apparvero i vermi, ma la “verità” lì spazzò via”. “La canzone degli investimenti di capitale oltremare”: “Il mio lavoro mi porta fuori dalla città, svuoto villaggi e brucio le loro case. Metto su fabbriche, avvio piantagioni, e porto prosperità alle nazioni più povere”. Si prosegue con grandi titoli, tipo “Pace (armata)”, “La canzone dei monopolisti”, “La canzone dei martiri” e “La canzone della dignità del lavoro sotto il capitalismo”.
A chiudere, un monito rivoluzionario, “Sveglia, Albione!” (Albione é il nome antico della Gran Bretagna): “Becchi, lacerate il tessuto della notte per farne scintille! Sveglia! Sveglia! Lasciate che le bandiere volino come proiettili
ed oscurino il cielo!”. Curiosamente, il testo di questa canzone non viene cantato nel disco; il motivo é che la Krause si rifiutò di farlo! Chris Cutler, in una recente intervista, racconta: “In quei giorni si respirava un’atmosfera difficile che rifletteva lo stato del mondo, credo: a Zurigo, dove ci trovavamo, ci furono rivolte con lanci di gas lacrimogeni, proprio mentre stavamo registrando. E in effetti Dagmar non volle di cantare l’ultima canzone, dato che trovò il testo troppo violento. Erano tempi difficili. Anche se forse questo aiutò il disco a essere tanto intenso quanto era necessario che fosse…“.
Che dire? Ascoltate questo capolavoro, cazzo!

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