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[Kalashnikov touring the Balkans – 3]
27 aprile @ Budapest, Hungary.

Terzo giorno di tour, day-off ungherese, utile a spezzare il viaggio verso Timisoara, Romania, dove suoneremo l’indomani. Il confine croato-ungherese è davvero comico. Ad un valico di frontiera semideserto alcuni sbirri baffuti ci fanno scendere e risalire dal furgone tre volte senza capire bene perché. Ci chiedono se abbiamo qualcosa da dichiarare. Nulla a parte una bottiglia mezza vuota di Stock84. Dopodiché attraversiamo a piedi l’autostrada (deserta) e ci rechiamo in un bungalow in mezzo alla campagna per acquistare il lasciapassare autostradale ungherese e ci vengono rilasciate una decina di ricevute incomprensibili da una signora vestita da bidella che ci insulta ripetutamente. Solo dopo mezz’ora di beghe burocratiche riusciamo a ripartire e sfrecciamo nella pianura magiara. Sembra che il genere umano si sia estinto dato che per chilometri non incrociamo nessuno. Non ci sono nemmeno stazioni di servizio.

Ora di pranzo: Claudio mette la freccia ed esce a caso dall’autostrada. Capitiamo in un villaggio chiamato Zalakomàr, altamente deprimente. Seguiamo poi un cartello di cartone con scritto a pennarello “restaurant” e ci troviamo davanti ad un prefabbricato di epoca comunista con alcuni tir parcheggiati fuori. Un’autentica trattoria ungherese per camionisti! L’atmosfera all’interno è unica, ben bilanciata tra vecchio e nuovo. Dove il nuovo sono le tovagliette della Pepsi ben ordinate sul tavolo e il vecchio… tutto il resto. C’è un televisore a tubo catodico degli anni ’80 adibito a soprammobile e una radio a transistor di fabbricazione bulgara che trasmette l’ultimo singolo di Rihanna. Ad un tavolo, due camionisti dal volto paonazzo (foto) sono impegnati a sbranare un cinghiale intero. Davanti a un manipolo di individui vestiti di nero, per giunta vegetariani e che, soprattutto, non parlano una parola di ungherese, la signora della trattoria si mostra intimorita, ma stranamente non si lascia prendere dal panico. Ci consiglia alcuni piatti del menù. Riusciamo ad evitare la carne, ma con la frittura non c’è niente da fare: qui, a parte il piatto e le posate, tutto è fritto, compresa la tovaglia.

E vada per i funghi fritti! Beh, é una specialità ungherese… E come contorno un piatto d’insalata, per smagrire. Oh no! Quella che ingenuamente pensavamo fosse insalata consiste in cubetti di verdure cotte ricoperte di maionese! Il Nonno, poveretto, per andare sul sicuro ordina delle patate, ma gli arrivano immerse nella panna montata. Indecisi se chiedere dell’Anitra WC o un digestivo, ci affidiamo ai consigli di Claudio: chiudiamo in bellezza con una grappa locale. Nel frattempo sono giunti altri avventori: due signore di 400 chili molto voraci e un vecchietto disperato che ordina una pinta di vino. Ecco i bicchierini contenenti il digestivo tipico: wow, rakija fatta in casa! La famigerata vinaccia balcanica è diffusa anche qui in Ungheria. Non si chiama proprio rakija come nei balcani, ma palinka, però la sostanza é la medesima: si tratta di una bevanda corroborante da 70°. Praticamente un torcibudella letale. Altro che Assenzio ed altre droghe da pivelli bohemien, la rakija è l’autentico, definitivo trip mistico da trattoria!
Claudio è in pieno delirio cosmopolita da interscambio eno-gastronomico e decide di acquistare alla modica cifra di 14 euro (un’enormità) una bottiglia da due litri di rakija autoprodotta dalla signora. Un acquisto che a questo punto del viaggio ha le fattezze del classico souvenir da portare a parenti e amici in Italia, ma il suo reale destino sarà, come scopriremo più avanti, moooolto diverso…
Dopo aver pagato il conto (6 euro a testa), ci lasciamo alle spalle Zalakomàr. Ah, per chi volesse scegliere Zalakomàr come destinazione per le prossime vacanze, tenga presente che nel periodo estivo la cittadina ungherese ospita un colorato Festival Regionale con interessanti concerti di musica folk, tipo questo:



Dopo un paio d’ore di vuoto assoluto ci ritroviamo a Budapest. Puj ha organizzato il pernottamento in un sedicente “Bed & Beers”: sotto, un allegro pub dove la birra Dreher sgorga ininterrottamente, sopra un appartamento per viandanti. Il posto è veramente confortevole (arredato 100% Ikea) e il proprietario è molto gentile, benché assomigli ad Ozzy Osbourne. Ci riserva il parcheggio per il furgone davanti al pub mettendo due sedie di legno in mezzo alla strada (stile ungro-napoletano) e ci consiglia di consumare al più presto una pinta di birra. Puj, nel suo delirio organizzativo, ha addirittura ordinato la cena un mese fa, da Milano. Che cosa prevede il menù? Funghi fritti, naturalmente! Per segnare però un solco netto rispetto al pranzo decidiamo di ordinare anche una zuppa di cipolle. Ce ne pentiamo. Ovvio.
La cena nel pub seminterrato (una bettola) in compagnia di alcuni tamarri ungheresi che vedono Barcellona – Real Madrid (trasmessa abusivamente via internet da Ozzy) é comunque suggestiva. La serata termina con una classica passeggiata sulle rive del Danubio. Birra della staffa? Ma é tutto chiuso! L’unico é un fast-food che si proclama vegetariano, ma che in vetrina espone una fila di polli allo spiedo; si vede che in Ungheria i vegetariani sono di manica larga… comunque sia, domani ci attende la Romania, quindi:
Noapte Buna. Ignoranti, è buonanotte in Rumeno! [Continua…]


[We talk about…]
80’s HUNGARIAN PUNK!

[Puj] L’Ungheria, che ci crediate o no, nel corso degli anni ’80, ovvero sotto il dominio comunista, ha avuto una vivace scena punk. Band veramente misconosciute come ETA, QSS, CPg, Auròra e molte altre formazioni clandestine animate principalmente, come accadeva in tutto il blocco sovietico, dall’odio viscerale verso il comunismo di regime.
Niente slogan politici, niente istanze pacifiste, niente di ciò che ha caratterizzato i gruppi punk capitalisti: soltanto un abisso di nichilismo! Le bands dei paesi comunisti hanno incarnato più di ogni altre lo spirito primigenio del no future. D’altronde, intorno a loro altro non vedevano che un piatto, grigio ed opprimente presente.
Come tanti punx dell’ex-blocco sovietico, anche quelli ungheresi subirono censure e arresti da parte delle autorità governative. La storia di uno dei più leggendari e controversi gruppi punk ungheresi, i CPg di Szeged (foto), é sintomatica del clima di paranoia e repressione che si respirava all’epoca:
poco più che adolescenti, due componenti della band finirono in carcere con una condanna a due anni di reclusione semplicemente a causa dei testi del gruppo, giudicati immorali dalla censura ungherese. Nel frattempo, i media avevano diffuso la notizia che il nome della band, CPg (che stava per “Came on Punk, Go!” e poi per “Coitus Punk Group”), fosse un’abbreviazione di Cigány Pusztitó Gárda, ovvero “Banda Sterminatrice di Zingari”! Lo scopo era naturalmente quello di far passare i punx come neo-fascisti, xenofobi e violenti. Anche gli Auròra di Gyor non se la passarono granché bene: il cantante Dauer, fu anch’egli incarcerato e costretto a lasciare il paese, mentre la band si esibì per anni sotto falso nome per non cadere nelle mani degli sbirri.
Detto questo, non mi è ancora riuscito di individuare tra la miriade di cassette, live e demo dell’epoca qualcosa di musicalmente entusiasmante; é soprattutto la qualità delle registrazioni a rappresentare un ostacolo davvero ostico per chi voglia avvicinarsi alle punk band magiare del periodo comunista… Il modo migliore che ho trovato per fruire pienamente della musica e dello spirito del punk ungherese degli ’80 é un bellissimo video-documentario girato a Budapest nel 1983 da un gruppo di cineasti francesi. Protagonisti alcune giovanissime band ungheresi come gli stessi CPg, ETA, Mosoi, Kretens, QSS e Kontroll Csoport…


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