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Thomas Szasz “La mia follia mi ha salvato”. La follia e il matrimonio di Virginia Woolf (2006) – Die Irren Offensive. Il testamento psichiatrico.
[Pep] Thomas Szasz è uno dei massimi maestri del pensiero libertario contemporaneo. Liberale libertario, anti-proibizionista, anti- psichiatrico, assertore del diritto al suicidio (ma contrario alle sue forme medicalizzate, quali eutanasia e suicidio assistito), pioniere della lotta contro lo Stato Terapeutico, Thomas Szasz è noto soprattutto per la sua polemica epistemologica contro l’impianto (pseudo)scientifico della psichiatria.
Nato nel 1920 a Budapest (da cui fuggì per sottrarsi alle perscuzioni anti-semite di Hitler) e docente di psichiatria nel 1956 a New York, già negli anni Cinquanta aveva formulato le prime corrosive critiche alle basi scientifiche e giuridiche della psichiatria, culminate nel 1961 con la prima edizione del classico “Il mito della malattia mentale”, oggetto di vani tentativi censori da parte degli apparati medico-legali: a Szasz va il merito di aver individuato e disaminato con chiarezza il nesso derivativo tra l’odierna società e quelle teocratiche. Secondo Szasz è proprio l’odierno Stato Terapeutico ad aver sostituito quello teocratico: fondandosi su di un’abusiva valorizzazione etica della salute, con la correlata svalorizzazione della malattia, e su di un’obiettivazione del loro valore tale da deprivarlo di leggibilità soggettiva. In tal senso proprio la pratica della psichiatria, denunciata da Szasz come attività pseudo-medica, risulta giocare su trattamenti “sanitari” (tipicamente quelli coattivi, radicalmente delegittimati da Szasz) che si fondano sulla recisa disgiunzione tra la percezione soggettiva di malattia del paziente (generalmente ambigua, assente o nettamente rigettata da quest’ultimo) e la sua sussistenza al puro livello dell’oggettività diagnostica posta in essere nosograficamente e giuridicamente dal potere medico. In tal senso la psichiatria rivela il cruciale scopo di evidenziare la malattia come disvalore rilevabile al livello della piena oggettività, sottraendola alla valutabilità e gestibilità soggettiva individuale: esercitando la medesima funzione che nelle società cristiane era assegnata all’Inquisizione, nel suo rapporto con la stregoneria e il satanismo quali disvalori di evidenza oggettiva, come dimostra la modalità stessa delle prassi di indagine inquisitoriali (dall’accusa di stregoneria per sentito dire, all’unilaterale fraintendimento semantico e concettuale delle confessioni, fino alla ricerca del “marchio di Satana” sul corpo della strega: tutte strategie superstiziose passate, camuffandosi, alla psichiatria).
Il volume di Thomas Szasz di cui il Kalashnikov Collective Headquarter presenta alcuni capitoli, è la rilettura della vicenda di Virginia Woolf, scrittrice e pensatrice femminista riconosciuta dal marito e poi diagnosticata “malata di mente”. Szasz mostra come la presunta “malattia mentale” sia in realtà un fatto sociale, da intendersi come assegnazione e assunzione attoriale di un determinato ruolo: in particolare nel caso di Virginia Woolf è il ruolo di genio folle ad esserle stato attribuito, permettendole (anche) di utilizzarlo a proprio vantaggio. E’ proprio la disamina critica della mitologia psichiatrica della genialità folle, costituita da due termini ( genio e follia) ugualmente insussistenti e mistificatori, nel presentarsi ingannevolmente come descrizioni, essendo in realtà arbitrarie valutazioni (e ingiunzioni) morali (apologetiche nel caso del genio e denigratorie nel caso della follia). Di qui la ribaltabilità e l’intersecabilità di un termine nell’altro: è proprio a questo livello che Szasz può agevolmente smascherare la radice (non esattamente scientifica!) di questa mitologia psichiatrica, che di fatto pericolosamente suggerisce che la sofferenza, quanto più possibile acuta, sia condizione necessaria per accedere alla creatività. Tale radice è la figura di Gesù Cristo, con la sua corona di spine e la sua implacabile logica autolesionistica (recentemente riportata al plauso delle platee internazionali dal film di Mel Gibson) a dimostrazione del fatto che la psichiatria è riducibile a null’altro che un nuovo ( e, forse, disgraziatamente non ultimo) cristianesimo. Al riguardo ci piace, in conclusione, citare le ironiche parole di Thomas Szasz: «Chi è devoto in senso religioso non dubita che esistano i miracoli e i santi: si chiede soltanto se di un certo evento insolito o di una certa persona insolita si possa dire che si tratta di un miracolo o di un santo. Succede oggi la stessa cosa con chi è devoto in senso psichiatrico: non dubita che esistano le malattie mentali e le persone folli, si chiede soltanto se una certa persona insolita possa considerarsi un caso di malattia mentale o una persona malata di mente. La persona psichiatricamente illuminata sa che esiste la condizione medica chiamata “follia”, così come la persona religiosamente illuminata sa che esiste la condizione spirituale chiamata “santità”

Segnaliamo che la nostra selezione (oltre a contenere il primo capitolo del volume e l’appendice seconda su genio e follia, corredati dalla prefazione di Szasz e dall’introduzione della filosofa del linguaggio Susan Petrilli) include un modello commentato del testamento psichiatrico (da N. Manicardi, Italiani da slegare, Koinè Edizioni), messo a punto dal gruppo antipsichiatrico tedesco Die Irren Offensive, ispirandosi ad un’idea dello stesso Szasz: uno strumento di autodifesa legale nei confronti degli interventi psichiatrici coattivi, che può contrastare il totalitarismo terapeutico della psichiatria.

>>> Download Thomas Szasz – “La mia follia mi ha salvato” + … [ITA] in .pdf (36 mb.)

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