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[Free music for punx (?)]
Outsider e derelitti della country music!
[Puj] Ed ora, come a volte capita, qualcosa di completamente diverso… Lo so, lo so: il classico country-rock americano è universalmente noto come genere retrogrado e politicamente conservatore. In effetti, le cose stanno generalmente così. Ma non bisogna dare tutto per scontato: in mezzo a tanta spazzatura yenkee destrorsa, si possono rinvenire dischi davvero interessanti, dietro ai quali si nascondono personaggi inusuali e anarchici, veri punk ante-litteram lontani dall’estetica patinata e fascistoide del Nashville-sound.
Ecco a voi tre proposte di contry rock alternativo capace di raccontare l’anti-sogno americano: la solitudine e il disagio esistenziale che emergono al di sotto della scorza di ottimismo tipicametne yankee, ma anche l’amore per la terra, la natura e gli ampi spazi del continente nord-americano, contro lo sfarzo decadente dei nightclub e dei centri commerciali; musicisti a disagio di fronte ai miti del progresso e del successo che desertificano l’immaginario della nazione americana… [nella foto: il buffo folksinger pacifista Country Joe McDonalds al concerto di Woodstock nel 1969].


[Free country for punx – 1]

FLYING BURRITO BROTHERS – Gilded Palace of Sin (U.s.a. 1968)
[Puj] I “Fratelli del Burrito Volante” furono la band di Gram Parsons (foto), folksinger americano, morto di overdose nel 1973. Parsons fu una specie di Jim Morrison del country: si bruciò con la stessa rapidità, alternando l’alcol alla droga, senza però ottenere nemmeno una briciola del successo del sopracitato.
Con Chris Hillman, formò nel 1968 i Flying Burrito Brothers autori dell’album “Palazzo Dorato del Peccato” dello stesso anno. Il disco, tentativo di fondere la tradizione country-folk americana e il beat psichedelico, non ebbe all’epoca un grosso riscontro di vendite, ma oggi è considerato uno dei più poetici e riusciti dischi del genere, nonché l’atto di nascita del moderno country-rock.
La copertina, sulla quale appaiono i componenti del gruppo in folli abiti da cow-boy psichedelici, è significativa dell’universo borderline raccontato dalla band: un incontro tra l’immaginario epico del motociclista anarchico e quello decadente dell’hippie allucinato.
La California di Parsons ha poco a che vedere con la Summer of love e con tutte quelle robe che vengono in mente quando si pensa alla west-coast di quegli anni: la California dei Burriti Volanti è piuttosto una triste landa di solitudine ed alienazione che fa da sfondo a spaccati esistenziali dominati dalla droga, dal sesso e dal teppismo. La Los Angeles di Parsons è appunto il Palazzo Dorato del Peccato, circondato da un deserto di sentimenti e di autentiche prospettive. L’intero album, malgrado alcune placide melodie e il suono caldo, rassicurante della slide guitar, è animato da un profondo nichilismo, da un senso di rassegnazione lontana dall’indole combattiva, solare ed ecumenica del folk-rock del periodo. Lontano è anche il machismo tipico della sotto-cultura country, nei testi di Parsons gli uomini sono fragili e insicuri: a volte trovano salvezza nell’amore per una ragazza (Dark end of the street, Juanita, Hot Burrito #1), altre volte ne cadono vittim e si rialzano a stento (Christine’s tune, Hot burrito #2).

I tamarrissimi Burrito Brothers (e i loro terrificanti abiti!) nelle note interne del disco Gilded Palace of Sin (1968)

Nel ‘69 i Burrito si imbarcarono in un tour in treno, perché Parsons
aveva la fobia degli aerei. Il pubblico li accolse freddamente, anche a causa della qualità altalenante delle performance (il cantante era sempre strafatto). La band tra l’altro dilapiderà i cachet incassati giocando a poker. I Burritos pubblicarono un solo album oltre a Palace of Sin, poi si sciolsero; Parsons entrò prima nei Byrds e poi si dedicò ad altri progetti senza trovare mai una stabilità né artistica né esistenziale. Il suo cadavere fu rinvenuto nei pressi del Joshua Tree National Monument, nel deserto californiano. Parsons amava quel luogo e là si calò la dose letale di anfetamine e tequila che lo uccise, nel settembre del 1973. Aveva ventisei anni.
Non trovò pace nemmeno dopo la morte: il suo corpo fu trasportato all’aeroporto di Los Alngeles perché volasse fino in Luisiana, dove sarebbe stato sepolto. Da qui però la bara scomparve: due amici, per rispettare le volontà del cantante, confidate poco prima della morte, trafugarono la salma e la riportarono a Joshua Tree, luogo nel quale Parsons avrebbe voluto essere cremato. Là, per ottemperare alle volontà dell’amico, riempirono la bara di benzina e le diedero fuoco. Ne seguì un’esplosione che attirò attenzioni indiscrete. Non essendoci, nello stato della California, leggi relative ai furti di cadaveri i due se la cavarono con un a multa di qualche centinaio di dollari. Quando si dice che riposi in pace

>>> Download The Flying Burrito Brothers – Gilded Palace of Sin album in .mp3 (.rar – 35 mb.)

[Free country for punx – 2]
MICHAEL HURLEY – Armchair Boogie (1971) + Hi fi stock uptown (1972)
[Puj] Michael Hurley (di fianco, in una vecchia foto degli anni ’70) é nato in Pensylvenia nel 1941. Dal 1964 ha registrato, senza alcun clamore né di critica né di pubblico, più di una ventina di dischi di ballate folk una più sbilenca dell’altra, nel corso di una vita spartana e provinciale.
Oggi, dopo essere stato del tutto ignorato per quarant’anni è considerato un musicista di culto per molti rappresentanti dell’odierno alt-folk americano. Attualemente é un simpatico vecchietto che vive ad Astoria, Oregon e continua imperterrito a suonare e a registrare dischi. E’ anche un pittore dallo stile naif: ha curato personalmente gli artwork di tutti i suoi album, nei quali compaiono personaggi ricorrenti come un lupo mannaro alcolizzato e un buffo alieno con una trombetta. Tutto ciò che Hurley fa è guidato da un infantilismo eroico. I testi delle sue canzoni sono animati da figure patetiche, perdenti cronici, raccontati dalla sua voce da cartone animato.
All’unanimità, il suo album migliore é “Armchair Boogie” (boogie da poltrona), registrato nel 1968, ma uscito solo un paio d’anni dopo. Contiene alcuni dei suoi pezzi più memorabili come “Lupo mannaro” (“Il lupo mannaro esce la sera quando i pipistrelli sono in volo, e ha ucciso una fanciulla prima che si alzi il canto degli uccelli, ma per il lupo mannaro abbiate comprensione perché il lupo mannaro è una persona, come voi e me…“). Qui sotto lo trovate scaricabile insieme al successivo e similare “Hi fi snock uptown” (1972), per un totale di ventotto stornelli sbilenchi che fanno un po’ ridere e un po’ piangere; il che, di solito, é una sintesi sublime…


Le copertine di “Armchair Boogie” e di “Hi fi snock uptown” di Michael Hurley


>>> Download Michael Hurley – Armchair Boogie album (1970) + Hi fi stock uptown album (1972) in .mp3
(.rar – 115 mb.)

[Free country for punx – 3]
ROBBIE BASHO – Visions of the country (U.s.a. 1978)
[Puj] Robbie Basho é la figura più interessante tra i cosiddetti american primitives. Come John Faye e Leo Kottle, Basho fu tra quei musicisti folk a ritenere che la chitarra fosse il vero strumento classico della tradizione musicale americana e che pertanto occorresse conferire ad essa una dignità da strumento solista, come hanno il pianoforte o il violino per la musica classica europea.
Basho utilizzò nelle sue composizioni numerosi stili, prendendo ispirazione dagli strumenti a corda di tutte le tradizioni, occidentali ed orientali. Portò a compimento una sintesi unica tra il folk americano e il raga indiano, e in effetti definiva la propria musica american raga. Il suo stile chitarriatico traeva spunto dalla musica tradizionale giapponese, da quella indi, ma anche da quella dei nativi americani. La morte di Basho, a 45 anni, ha dell’incredibile: é deceduto durante una seduta da un chiropratico per una terapia sperimentale che gli si rivelò fatale!
Tra i tanti e tutti suggestivi album di Robbie Basho ho scelto “Visions of the country” pubblicato nel 1978; non troverete la decadenza drogata di Parson, né la provincia bifolca di Hurley: qui protagonista é la natura, la vastità degli spazi della provincia americana, senza presenze umane ad intaccarne la bellezza. C’è un afflato primitivista che permea ogni nota dei dischi di Robbie Basho, una nostalgia per l’originario, l’incontaminato; nelle note di Vision of the country scrive: “Mi piacerebbe dipingere un ritratto del nord america come fosse una donna bellissima, giovane, indomita, senza condizionamenti e paure. Quando il suo comportamento era naturale e il suo pudore travolgente”. Beh, cowboy metropolitani dei miei stivali, deponete chiodo e cartuccera e fatevi una birra rilassandovi sulle note di questo magnifico disco!


>>> Download Robbie Basho – Vision of the country album in .mp3 (.rar – 68 mb.)

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