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Helen Fisher – Donne: il primo sesso (1999)

[Pep] Helen Fisher è l’antropologa statunitense che ha conferito una rigorosa e concettualmente ricchissima base scientifica alle prospettive del femminismo ginecocratico. Il suo ampio libro del 1999, di cui il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai suoi lettori una selezione di capitoli, modula la tematica dell’emergere attuale e futuro della supremazia sociale femminile (nell’ ambito scolastico e universitario, sua fucina strategica, in quello professionale e nella vita associata) evidenziandola soprattutto quale portato ultimo dei processi filogenetici di costituzione antropologica dei due sessi nel corso del divenire storico dell’epoca patriarcale.

Ne risulta che l’obsolescenza antropologica del sesso maschile è il risultato, più che di un suo deficit primario, del suo essersi costituito in quanto tale attraverso la propria posizione di predominio, rivelantesi infine produttrice di un assetto antropologico, oltre che socialmente pericoloso, inesorabilmente destinato a soccombere.

Al riguardo va rilevato come il pensiero di Fisher implichi che sia proprio il ristrutturarsi ginecocratico della società ad aprire la prospettiva storica di una riassestamento delle modalità del maschile tale da alterarne e dissolverne progressivamente i tratti antropologici che lo pongono in essere come tale. Certamente l’antropologa statunitense conferma la tesi delle grandi pensatrici anti-maschili secondo cui la superiorità femminile ha in primo luogo basi elementarmente cromosomiche (così nel 1971, in The first sex, Elizabeth Gould Davis, geniale pioniera del lesbo-femminismo ginecocratico :« L’uomo non è che una femmina imperfetta. Genetisti e fisiologi ci insegnano che il cromosoma Y, responsabile della nascita di maschi, non è altro che un cromosoma femminile X deforme o monco.», svelando dunque magistralmente l’inesistenza del sesso maschile, in quanto riducibile a mera variante degenerativa di quello femminile). L’antropologa statunitense pone però l’accento sulle specifiche condizioni storiche in cui la donna si è venuta a trovare nel corso della lunga notte dell’oppressione patriarcale, che ne ha indirettamente plasmato la modalità antropologica nel senso di un’asimmetria vantaggiosa rispetto al proprio oppressore, il quale, proprio in quanto tale ( secondo la basilare legge di tutti i rapporti di sopraffazione sociale), ha sviluppato e fissato tratti antropologici infine perdenti, in particolare nell’odierna, sofisticata società tecnologica. Probabilmente anche in ragione di tale orientamento e della propria tendenza a valorizzare un certo grado di intersezione antropologica tra femminile e maschile a livello individuale e collettivo, Fisher non appare interessata, a differenza della linea teorica che va da Valerie Solanas a Sally Miller Gearhart, fino a Mary Daly, ad una profilassi sociale anti-maschile attraverso un eliminazionismo eugenetico parziale o totale degli uomini e all’auspicio di un’estinzione naturale del precario cromosoma Y (con ovvio riferimento alle previsioni della ricerca genetica più seria, e non influenzata dal ciarpame cristiano di Adamo ed Eva). E proprio una pensatrice quale Mary Daly, che ha magistralmente evidenziato e inverato la strutturale dimensione anti-cristiana e anti-cristica del femminismo, nel 1998 così si esprimeva:«La notizia che gli uomini hanno una deficienza genetica circola già da un po’ di tempo. Ma non è stato permesso che si diffondesse. Elizabeth Gould Davis e altre prima di lei hanno affermato che gli organi riproduttivi della donna sono molto più vecchi di quelli dell’uomo, molto più altamente evoluti e che la partenogenesi è stato l’unico mezzo di riproduzione in un mondo tutto femminile. Ashley Montagu ha scritto: “Sembra esserci una cospirazione del silenzio sull’argomento della superiorità delle donne”». Sono parole che confermano la natura di incidente storico del “sesso” maschile, da leggersi in realtà, come puntualizzano linguisticamente le fonti scientifiche della stessa Daly, quale specie maschile (da tutt’altro punto di vista lo ha autorevolmente sottolineato anche William Burroughs), ad evidenziare implicitamente la strutturale insussistenza di qualsivoglia sua specifica congruenza relazionale e sessuale (che l’ ideologia eterosessista ha, al contrario, cercato di spacciare per ovvia) con la modalità antropologica integra e originaria che oggi denominiamo femminile. Nel caso di Fisher (la cui teoria della supremazia erotica della donna ne valorizza la tendenzialità bisessuale, più che specificamente il saffismo) è la supremazia sociale femminile e la perimetrazione del maschio nella posizione di secondo sesso a garantire la possibilità di un cambiamento positivo della società: verso un’intelligente degerarchizzazione di essa, orientata alla conversione delle semplicistiche strutture di potere piramidali e competitive in sofisticati gruppi paritari, centrati sulla condivisione delle responsabilità, i quali costituiscono il portato sociale delle superiori doti biologiche e del raffinato pensiero a rete femminile, concetto con cui Fisher traspone in termini cognitivi le storiche teorie sulla differenza etica della donna formulata della psicologa Carol Gilligan.

«Tutto ciò che devono fare [le donne] è essere sé stesse», infine afferma Helen Fisher, traducendo il proprio femminismo in precisa e sfolgorante traiettoria esistenziale: non per promuovere quello sterile ripiegamento identitario che costituisce la base del sessismo, ma al contrario per fare del predominio della femminilità de-patriarcalizzata il vettore inesorabile del definitivo e purificatore oltrepassamento dei generi, dei ruoli e delle identità.



>>> Download Helen Fisher – Donne: il primo sesso in .pdf [ITA] (9 mb.)

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