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[Free music for creative punx]

L’anarcopunk creativo degli anni ’80!
[Puj] “Nel dicembre del 1976, i Sex Pistols bestemmiarono all’ora del the durante il programma televisivo per famiglie Today e il punk venne allo scoperto” (Steve Gerber, the History of Crass), ma l’entusiasmo passa presto: già nel 1978, per l’industria discografica inglese, il punk é morto stecchito: già si parla di post-punk, mentre in tv dilaga il power-pop, che dovrebbe cavalcare la sfrontatezza del punk, ma é talmente pettinato da ricordare le balere.
L’anarchia di plastica dei Pistols, così sconvolgente per l’Inghilterra grigia e conservatrice di metà anni ’70, finisce diritta nei cesti delle offerte dei grandi magazzini; cogliendo l’attimo, Johnny Rotten cala la maschera del teppistello di periferia per indossare quella dell’artistoide post-moderno; e come se non bastasse svela gusti musicali colti e raffinati: il rock cosmico tedesco e il cantautorato progressivo di Peter
Hammill! Lo spirito del punk sembra condannato ad agonizzare nelle filastrocche degli Exploited…
Poi, all’improvviso, spuntano i Crass, che l’anarch
ia la mettono non solo nelle canzoni, ma anche nella vita! Sorvoliamo sul fatto che fossero vecchi freakkettoni sessantottini: i Crass diventano subito l’emblema di un modo nuovo e impegnato di concepire il punk. Penny Rimbaud (mente e batteria dei Crass) l’inizio della storia ce lo spiega così: “Siamo partiti con la voglia di rompere con la banalità della prima ondata punk, ma in fondo eravamo solo una manica di ubriaconi che voleva spassarsela […] All’inizio l’abbiamo fatto solo per divertirci, anche se i nostri testi erano abbastanza seri […] Eravamo quasi sempre sbronzi e suonavamo da cani […] Presto abbiamo capito che se volevamo ottenere qualche risultato concreto dovevamo metterci in riga. La gente cominciava ad essere interessata a quanto stavamo facendo“. Poi tutto prende una piega più seria: “E’ stato tremendo vedere che avevamo creato dal nulla un esercito! […] Non abbiamo iniziato ad andare in giro vestiti di nero perché tutti gli altri ci imitassero, anche se d’un tratto é parso che tutti i punk facevano esattamente quello. A quel punto ci siamo detti: merda, adesso che facciamo? Abbiamo fatto finta di niente sperando che la cosa morisse di morte propria, ma non é mai successo!“.
Obiezione: poche band del giro punk anarchico sono riuscite a miscelare un messaggio politico radicale con una musica di altrettanto spessore. Ok, ma continuiamo a pensare che l’anarcopunk inglese sia un bidone della spazzatura pieno di cose interessanti e sorprendenti. Per esempio, questi tre nomi del tutto dimenticati, soprattutto a causa delle loro scelte musicali fuori dagli schemi, lontane dalle ovvietà del repertorio punk: i D&V, i Flowers in the Dustbin e il poeta punk Andy T. Ora ve ne parliamo!… (nell’immagine qui sopra: un collage di Gee Vaucher dei Crass).
[Free music for punx]

D&V (anarco-rap, Sheffield, U.k.) – Discography (1983 – 1986)

[Puj] Benché alcuni ritenessero che D e V stesse per Diarrea e Vomito, il nome della band signicava “Drums and Voice”. I D&V in effetti erano proprio questo: un cantante e un batterista. Jeff Antcliffe e Andrew Paul Leach abitavano nello stesso quartiere, un sobborgo di Sheffield, frequentavano club giamaicani e locali sove si suonava blues. Naturale che il loro approccio al punk fosse piuttosto creativo: “il mio cantante preferito era Tapper Zuki ed era un dj giamaicano!“, dice Jeff. “All’inizio suonavamo così perché volevamo fare qualcosa di nuovo poi Andrew é diventato sempre più bravo a suonare la batteria e ha aggiunto tamburi e ritmi diversi… e ci siamo accorti che le percussioni sono una cosa molto interessante!“. A chi chiedeva loro se il fatto di essere solo in due potesse risultare frustrante dal punto di vista musicale, rispondevano: “Beh, l’unico limite è la tua immaginazione, amico!“.
Il rap anarcopunk dei D&V piacque subito ai
Crass che li invitarono a suonare al mitico concerto allo Zig Zag occupato nel 1982 e di lì a poco produrranno il loro primo 7″, The Nearest Door, che, a sorpresa, riscuoterà un buon successo di pubblico. “Qual’é la porta più vicina (the nearest door)? E’ quella della mente! E’ qualcosa che ho pensato molto tempo fa – dice Jeff. Perché non prendi la porta più vicina? Significa entrare in contatto con noi stessi. Non è una roba così cosmica come sembra…“. Bah, vabbé.Altrettanto interessante é l’album prodotto l’anno successivo sempre dai Crass (che per i D&V fecero un eccezione rispetto alla regola che li vedeva produrre un solo singolo per band), dal notevole titolo di “L’ispirazione li ha motivati ad uscire dall’isolamento“. L’album, a differenza del precedente singolo, é ricco di samplers, inserti di synth e trucchi da studio, e suona davvero bene. Dopo un periodo trascorso in giro a suonare con Flux of Pink Indians, Crass e Chiumbawamba, nel 1986 i D+V registrano il loro secondo e ultimo e.p. (intitolato Snares) uscito per la One Little Indian, nel quale tornano alla formula più minimal del primo e.p. Poco dopo, Jeff decide di trasferirsi in Australia, decretando la fine dei geniali D&V, dei quali qua sotto trovate l’intera discografia…

>>> Download D&V complete discography in .mp3 (.rar – 51mb.)
[Free music for punx]
ANDY T. (punk poet, Rochdale, U.k.) – Discography (1980-82)
[Puj] Se i D&V erano in due, Andy Thorley preferì fare tutto da solo. Il poeta anarcopunk di Rochdale pubblicò un sette pollici per la Crass records nel 1982; si tratta dell’unica uscita discografica di questo simpatico ragazzo dell’Inghilterra del nord, che animò i concerti di Crass, Flux of Pink Indians, Poison Girls ed altri nomi grossi della scena.
Credo che l’anarcopunk sia nato sulla spinta della delusione” dice Andy, che aveva seguito l’esplosione del primo punk inglese e amava i Clash, i quali “hanno continuato a fare musica eccellente, ma hanno sm
esso di essere “la band della gente”, cosa che pretendevano di essere. Gli Hawkwind e i Pink Fairies [due band hippie degli anni ’60 ndr] sono riusciti a mantenersi fedeli ai propri ideali molto più dei Clash…“.
Dopo alcune esperienze in band particolarmente scassate,
Andy decide di dire le cose che ha da dire senza il supporto rassicurante della musica, con la sua sola voce: “Senza tutta la strumentazione da portarsi dietro era più facile fare concerti! Quando salivo sul palco, la gente tendeva a smettere di pogare e ad ascoltare, e molti rispondevano in modo positivo. E’ vero che a volte partivano le bottiglie, ma non mi preoccupava, lo vedevo più come un segno di affetto. Anche perché gli ubriachi non hanno una gran mira… Una volta, a Manchester, il mio amico Dave si è seduto alla batteria nel bel mezzo del mio set, in attesa del turno del suo gruppo. La folla era un po’ turbolenta e qualcuno ha scagliato una bottiglia, che ha sibilato un paio di centimetri sopra la mia testa fracassandosi di fronte alla batteria. Dave è rimasto scioccato, ma anche impressionato dalla mia capacità di non battere ciglio. Dopo il concerto, Dave ha rimarcato il mio coraggio, ma la mia risposta é stata: …quale bottiglia?.
Andy evidentemente era abituato a non avere bisogno di molto per fare quello che gli andava di fare: “Ero figlio della working class del nord; in famiglia non abbiamo mai avuto una grande quantità di qualcosa. Lavoravo con mio padre, che era idraulico, fin da quando ero piccolo; poi raccoglievamo le bottiglie di birra e le lattine e le portavamo alla discarica per qualche soldo extra. Il nostro parco giochi sono state le case abbandonate del nostro quartiere; gli occupanti le avevano lasciate per l’edilizia abitativa ‘migliore’. Abbiamo trovato un sacco di cose con cui giocare, pistole nascoste sotto pavimento, un sacco di vecchi pianoforti… Abbiamo avuto uno shock, il giorno in cui sono arrivate le squadre di demolizione a buttare giù tutto: abbiamo sentito bussare, abbiamo aperto la porta al piano di sopra e abbiamo visto un’enorme palla di ferro oscillare verso di noi!“.
Nei primi anni ’80 Andy gira parecchio, passa un po’ di tempo alla Dial House e conosce i Crass con i quali stringe un rapporto di collaborazione e di amiciza (che dura tutt’ora). Poi le cose cambiano, l’entusiasmo intorno viene meno: i punx sembrano dedicarsi più alla droga e all’alcool che al resto. Così anche Andy T. si ritira a vita privata. E oggi che aria si respira? Non é cambiato granché… negli anni ’70, per essere fermato dalla polizia bastava un accento irlandese; in quest’epoca é sufficiente essere musulmano, mentre le autorità chiedono leggi di detenzione sempre più severe. Però i ragazzi, ai giorni nostri, non sembrano arrabbiati o politicizzati come noi, compresi i miei figli e i loro amici. Il fatto é che hanno tante distrazioni a loro disposizione. Tutto quello che avevamo noi invece erano un paio di canali televisivi che trasmettevano fino a mezzanotte, lo zio John Peel alla radio e i concerti a cui andare…“. Che cosa dovremo scrivere sulla lapide di Andy Thorley? “Un pazzo del Nord che girava con un cardigan infeltrito“.
Qui sotto trovate l’intera discografia del pazzo col cardigan infeltrito: il 7″ Weary of the flesh più alcune bonus tracks tratte dal volume uno della compilation “Bullshit Detector” della Crass records (un pezzo è a nome “Fuck C.I.A.”, ma si tratta sempre di Andy!…). Evviva!

>>> Download ANDY T. discography in .mp3 (.rar – 24,5 mb.)
[Free music for punx]
FLOWERS IN THE DUSTBIN
(anarco-pop, London, U.k.) – Discography (1983-1986)
[Puj] I Flowers in the Dustbin (siamo fiori nel bidone della spazzatura, cantavano i Sex Pistols in God save the Queen) furono tutto il contrario del tipico gruppo anarcopunk tutto chiacchera e A cerchiate: politicamente attivi nella vita privata, nei testi delle canzoni preferivano mettere a nudo i propri sentimenti: “Gran parte della scena anarcopunk era manichea, questo é giusto, questo é sbagliato… Invece noi non avevamo paura di rivelare le nostre emozioni […] Molte band sbraitavano contro le cose che succedevano fuori, noi gridavamo contro gli effetti che queste cose avevano su di noi“.
I Flowers, come altre band più note (Rubella Ballet e Chumbawamba, ad esempio) scelsero una via più colorata all’anarcopunk e s’impegnarono a scrivere canzoni che fossero prima di tutto belle, mantenendo un’audacia psichedelica che ad altri colleghi é mancata.
La vicenda musicale della band é costellata di sorprendenti singoli e svariate cassette amatoriali che mai sfociarono però in un vero e prioprio album. I quattro londinesi furono lì lì per spiccare il grande salto nel vuoto del mercato musicale mainstream (che probabilmente li avrebbe masticati e sputati nel giro di qualche mese), ma poi tutto finì, e nel modo peggiore: “Era il dicembre 1986 e la scena era morta sotto tanti aspetti […] La guerra di classe era perduta, così ti veniva sempre da chiederti: e adesso? La guerra era finita e i buoni avevano perso, tutti si rintanavano nel privato“; in questo clima di disarmo i Flowers in the Dustbin tengono i loro ultimi concerti: durante uno di questi il bassista e il batterista litigano a morte; Gerard, il cantante, cerca di fermarli, ma ha la peggio, rompendosi una gamba. Per poco non rimane sulla sedia a rotelle. La band si scioglie e cade nel dimenticatoio. Peccato: a giudicare dalle testimonianze viniliche, i Flowers in the Dustbin potevano ancora dare molto alla storia della musica sudata!
L’esordio discografico della band é affidato al 7″ Freaks run wild in the disco, uscito per la All the Madmen dei Mob: una splendida raccolta di canzoni sbilenche, con largo uso di tamburi minacciosi. Il primo pezzo si apre con un accenno ubriaco di Over the rainbow, mentre in The Journey’s end Gerard ci sorprende con un’interpretazione di grande intensità emotiva; putroppo ce la fa bruscamente dimenticare nella claudicante True courage, per sola voce e pianoforte. Titolo memorabile: Last tango in Viet-nam!
Il successivo singolo Nails of the Heart è musicalmente sorprendente: “La bandiera delle nostre idee non è una di quelle piene di stelle e intrisa di sangue, ma é verde, il colore dell’erba!“, dice il retro-copertina. La title-track è una battagliera canzone femminista, mentre la b-side una ballata paranoica con notevole partitura di carillon. Sempre sul retro della copertina troviamo stampata una nota incredibile (oggi più di allora naturalmente): “Sarah da Ludlow, Warwickshire, per favore mettiti in cont
atto perché abbiamo perso il tuo indirizzo“. Ahahah, geniale.
Passiamo infine a “Lecca i miei pazzi colori”, ultimo singolo e picco artisctico dei Flowers: la title track è disperata e psichedelica, fragile ed epica al tempo stesso… un capolavoro! “Tu leccherai i miei folli colori e io leccherò le tue ferite, baby…“. E le altre due tracce non sono da meno. Beh, fermiamoci qui: nel link trovate tutto… buon ascolto!


>>> Download Flowers in the Dustbin e.p. discography in .mp3 (.rar – 35 mb.)

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