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Pierangelo Di Vittorio “James G. Ballard. This is tomorrow: biofascismo e follia d’elezione”(2009).

[Pep] Partendo dal presupposto che le potenzialità concettuali degli scritti di James Graham Ballard restino tuttora inindagate, Pierangelo Di Vittorio, il cruciale pensatore anti-istituzionale che muove dalle prospettive di Franco Basaglia, costruisce, in questo straordinario saggio che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori, un profilo dell’opera del narratore britannico, atto a coglierne soprattutto l’utilità nella lettura del presente, nel quadro del progetto del collettivo multi-disciplinare Action30, orientato alla rilettura storiografica e concettuale degli anni trenta del ventesimo secolo utilizzati come lente per evidenziare le odierne forme di razzismo e fascismo (collocandosi, in ciò, in un rapporto di consonanza con il Ballard di Regno a venire). Lo sguardo di Di Vittorio muove da un’illuminante opera di scandaglio delle origini biografiche ed artistiche dell’immaginario di Ballard per approdare alla nozione, compiutamente espressa dallo scrittore britannico, di self-racism o razzismo per normali ( fondato sulla discriminazione tra normalità meno normali e più normali e orientato al sistematico conseguimento delle seconde, nell’ottica del guadagno individuale della condizione definibile come super-normale, incarnata ad esempio da un personaggio quale Silvio Berlusconi). Di Vittorio mette quindi in particolare evidenza la nozione di fascismo terapeutico: in assonanza con la riflessione di Franco Basaglia che, ponendosi come critico del concetto di comunità terapeutica dello psichiatra britannico Maxwell Jones ( riletto attraverso l’analisi del film hollywoodiano “Il ponte sul fiume Kwai” di David Lean), riesce a focalizzare le peculiari modalità relazionali che intercorrono in essa producendovi una specifica amplificazione dell’effettualità del potere. In tal senso la riflessione di Basaglia si rivela portatrice di un punto di vista critico che oggi appare suscettibile di un’applicazione generalizzata all’intero corpo sociale, nel quadro dell’insediamento lungo tutta la sua estensione dei meccanismi di ascendenza psichiatrica della comunità terapeutica. Va rilevato in ogni caso come l’odierno razzismo tenda a situarsi al di là del meccanismo novecentesco dell’individuazione e dell’eliminazione dell’anormale,la cui genesi Michel Foucault individua nella psichiatria e nelle sue pratiche, per situarsi sul citato versante della discriminazione autopraticata tra le normalità più normali e quelle meno normali, oggetto di selezione all’interno del proprio quotidiano individuale. La narrativa di Ballard giunge a delineare un rovesciamento della comunità terapeutica stessa (in cui ad essere attivato e gestito non sia il potenziale cooperativo degli individui ma quello violento): quest’ultima è orientata ad un recupero controllato della violenza criminale razzista e della devianza psichica (concettualizzabili come fascismo e follia d’elezione, oggetti cioè di una libera e regolata scelta) in un quadro in cui il legame interindividuale s’eclissa sempre più, asfissiato dalla pratica biopolitica dell’eliminazione dei conflitti (di cui è emblematico risultato la comunità ideale del Pangbourne Village, descritto da Ballard in Un gioco da bambini), e abbisogna della violenza quale fattore imprescindibile della sua resurrezione. In tal senso Ballard si staglia come uno dei massimi analisti di un fascismo senza fascismo, ovvero di un fascismo gestionale che costituisce il nuovo orizzonte panterapeutico della moderne società liberali, dominate dalla figura sacerdotale dello psico-manager, in cui si fondono il manager e lo psichiatra, dando luogo ad una spiritualità tecnico-strumentale, che rilegge l’anima come risorsa strategica dell’efficienza organizzativa. Sarà semmai in questo senso che nella nostra società si potrà manifestare un nuovo messia fascista, in un rapporto pienamente continuistico con il presente. “Uscirà da qualche centro commerciale: i messia vengono sempre dal deserto. E troverà tutti in attesa di cogliere l’occasione al volo.

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