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Alice Banfi “Tanto scappo lo stesso – romanzo di una matta” (2008) / Furio Di Paola “Una questione di civiltà (mentale)” (2000)
[Pep] Alice Banfi è una pittrice che ha vissuto l’esperienza della terapia psichiatrica, trasformandola in un fattore di acuta intelligenza critica della psichiatria attraverso la costruzione di un romanzo, che il Kalashnikov Collective presenta ai suoi lettori quale depositario di una verità alternativa della “malattia mentale” e della sua cura: fondata sulla polemica legittimazione della voce del paziente che il pregiudizio psichiatrico pretende al contrario di squalificare deprivandola di valore veritativo. Alice Banfi, concentrandosi in particolare sul suo ricovero in un servizio psichiatrico di diagnosi e cura di un ospedale milanese, perviene alla messa a fuoco dei procedimenti obiettivanti della psichiatria, la quale reificando il paziente nella sua malattia lo istituisce, in luogo di interpellarne la soggettività, quale bersaglio delle proprie procedure terapeutiche (di cui al giorno d’oggi risulta emblematico un approccio farmacocentrico autonomizzato da qualsivoglia quadro dialogico intersoggettivo). Alice Banfi riesce a rendere icasticamente tale deriva anti-dialogica (e dunque necessariamente anti-terapeutica) dell’odierna psichiatria laddove descrive la specifica modalità relazionale implicitamente o esplicitamente suggeritale dagli psichiatri ospedalieri preposti a curarla : quella dell’adesione passiva ad un (inefficace) processo terapeutico eminentemente psicofarmacologico che per realizzarsi compiutamente implica proprio tale disposizione soggettiva e relazionale. Ne risulta una prassi terapeutica inequivocabilmente predominata da un orientamento eliminazionista nei confronti della “malattia mentale” (l’entità nosografica che il sapere psichiatrico costruisce onde isolare e definire medicamente le modalità di pensiero e di azione socialmente in-accettabili), letta quale bersaglio da fare oggetto di un’ opera di silenziamento e cancellazione primariamente psicofarmacologica. Altrettanto evidenziato è il dilagare, nello spazio ospedaliero preposto alla terapia, della violenza abusatoria nei confronti dei pazienti, che, garantita dallo stigma psichiatrico che li delegittima quali soggetti di testimonianza, trova la propria condizione di possibilità nell’assegnazione della soggettività folle all’ambito di una alterità radicale e non commensurabile, cui consegue dunque l’effettuazione di un trattamento psichiatrico le cui modalità operative ed etiche sono prive di confini definibili. Particolare attenzione è riservata dall’autrice alla procedura psichiatrica della contenzione meccanica, (da lei stessa drammaticamente subita), consistente nel legare o fissare al letto per ragioni di sicurezza il paziente, e presente anche negli ambiti geriatrico e pediatrico. Tale modalità di intervento, psicologicamente e fisicamente pericolosa ,nonché lesiva della dignità del cittadino, benchè si sia rivelata evitabile e suscettibile di alternativa da svariati decenni, continua a sussistere, salvo che in una minoranza di situazioni più consapevoli, nella maggior parte dei servizi di assistenza psichiatrica: d’altronde è piuttosto difficile immaginare che venga modificata una pratica che, benchè dichiaratamente medica , risponde in realtà alle esigenze di un sistema di pensiero sottesamente religioso. Scrive infatti Thomas Szasz: “La premessa su cui si fonda la teologia è l’esistenza di Dio. I teologi non possono né definire Dio , né provarne l’esistenza; per loro e i loro seguaci l’esistenza di Dio è ovvia, al di là di qualsiasi necessità di dimostrazione. Quelli che la negano sbagliano, sono fuorviati o peggio. L’onus probandi [onere della prova] ricade sul non-credente che deve provare la non-esistenza di Dio. Ora, la premessa alla base della psichiatria è l’esistenza della malattia mentale. Gli psichiatri non possono definire la malattia mentale né dimostrarne l’esistenza; per loro e per i loro seguaci l’esistenza della malattia mentale è ovvia, al di là di ogni necessità di dimostrazione. Quelli che la negano sbagliano, sono fuorviati o peggio. L’onus probandi ricade sul critico della psichiatria, che deve provare la non-esistenza della malattia mentale”. Va peraltro sottolineato come si tratti di un onus probandi non effettivamente esercitabile: mentre per il teologo la negazione di Dio nell’accezione gradita alla propria specifica confessione religiosa, produce l’inequivocabile e sulfurea identificazione del negatore con un più o meno diretto e consapevole strumento di Satana, di ascolto superfluo e fatalmente insidioso per il fedele cristiano, per l’assertore della psichiatria la negazione dell’esistenza della malattia mentale (o dell’attribuzione di essa alla propria persona) risulterà tendenzialmente l’allarmante e definitiva manifestazione di quest’ultima.
A coronamento teorico dello straordinario e coraggioso testo di Alice Banfi (che è corredato da un’introduzione dello psichiatra sociale Giuseppe Dell’Acqua) accludiamo “Una questione di civiltà (mentale)”, l’esemplare poscritto del volume del noto filosofo della scienza Furio Di Paola, “L’istituzione del male mentale. Critica dei fondamenti della psichiatria biologica” (2000), in cui, a completamento di una puntuale contestazione epistemologica del bioriduzionismo psichiatrico contemporaneo, lo studioso rileva e disamina con magistrale limpidezza, sulla base delle teorie anti-istituzionali di Franco Basaglia,l’odierno perdurare delle valenze istitutive della psichiatria. [Sopra: un disegno di Alice Banfi].


>>> Download Alice Banfi “Tanto scappo lo stesso – romanzo di una matta” + Furio di Paola in .pdf [ITA] (3,6 mb.)

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