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[Free music for punx]

“Tra migliaia di disgrazie, ne ho scelta una: sono nato in U.R.S.S.! Sono nato in U.R.S.S.!”. La New Wave sovietica degli anni ’80!
[Puj] Certo che è esistita una New Wave russa! Si chiamava Tusovka, parola in slang che, più o meno, significa “gran casino”. Fu lo specchio di un’epoca di stravolgimenti politici e sociali (gli anni ’80), che, secondo i calcoli di alcuni, avrebbero dovuto portare alla modernizzazione dello stato e della società sovietica, ma, nella realtà, altro non fecero che condurre il sistema socialista allo sfascio. Gli anni ’80 furono il primo periodo autenticamente creativo per il rock sovietico, che per tutti gli anni precedenti si era limitato a replicare pedissequamente lo stile dei gruppi occidentali. In effetti, le poche rock-band che suonavano in Russia tra gli anni ’60 e i ’70 avevano un repertorio costituito prevalentemente da cover, che cercavano di eseguire il più fedelmente possibile. Tutto questo trova senso se si pensa che all’epoca non era per nulla semplice reperire in Russia i dischi occidentali e quindi i gruppi sostanzialmnte facevano da juke box. 
Il rock in Russia arriva negli anni ’50, all’epoca degli stilyagi (i “maniaci dello stile”, i giovani alla moda rock occidentale), ma la sua circolazione é affidata al mercato (nero) dei dischi pirata dei musicisti occidentali, incisi sulle lastre delle radiografie. La carta plastificata delle rediografie era materiale diffuso ed economico, sul quale i contrabbandieri di musica incidevano (con risultati probabilmente agghiaccianti) copie dei vinili di grido. Questi macabri flexi-disc ante-litteram venivano chiamati “costole”, proprio perché spesso erano lastre di radiografie di costole rubate dagli ospedali! Gli stampatori abusivi di musica, in quegli anni, rischiavano grosso: dai tre ai cinque anni di reclusione nei campi di lavoro! 

Il rock restò, almeno fino alla metà degli anni ’80, un fenomeno necessariamente underground, e le band che riuscirono ad emergere dall’anonimato furono davvero poche (e costrette a prestare molta attenzione alle proprie scelte artistiche per non scontentare i funzionari del Ministero della Cultura). Questo fatto trova spiegazione soprattutto nel severo controllo che il regime esercitava nei confronti di tutte le espressioni artistiche. Tutto in Unione Sovietica era regolato da una burocrazia asfissiante: i musicisti, ad esempio, erano rigidamente distinti tra amatoriali e professionisti; ai primi era vietato guadagnare denaro con la propria attività, esisbirsi in sale concerti ufficiali, essere supportati dalle Agenzie Culturali, comparire in tv o passare alla radio. Al massimo potevano essere sostenuti da qualche fabbrica, scuola o circolo di lavoratori, e suonare per qualche iniziativa locale, naturalmente autorizzata dall’alto. Sostanzialmente, potevano fare la musica che pareva loro, ma non avevano la libertà di suonarla in pubblico. I professionisti, al contrario, avevano accesso agli ambienti artistici ufficiali e ai media, ma dovevano impegnarsi a garantire un certo numero di concerti al mese per poter guadagnare abbastanza per vivere (come un qualsiasi lavoratore). Tuttavia, per ottenere l’autorizzazione ad esibrisi, dovevano presentare il proprio “show” ad un Consiglio Artistico che avrebbe valutato il potenziale commerciale della proposta, gli ideali espressi e naturalmente la preparazione tecnico-strumentale dei componenti. Se un gruppo veniva respinto poteva ripresentare lo spattacolo con gli aggiustamenti del caso. Se però falliva un’altra volta, allora doveva cambiare Commissione, ovvero città.

Con queste premesse si capisce perché suonare musica interessante risultasse tremendamente difficile in USSR. Malgrado tutto, a suonare rock, qualcuno ci provò; senza grande creatività comunque, considerato che, come già detto, per molto tempo le band si accontentarono di passare per le copie sbiadite e odorose di borsch dei gruppi occidentali.
Il rock sovietico cominciò ad assumere una personalità più marcata a metà anni ’70, con alcune band che scelsero di utilizzare regolarmente la lingua russa nei testi. Le band capostipiti del nuovo rock russo furono principlamente due: i Mashina Vremeni (Macchina del Tempo) e gli Akvarium. Non fu tanto la musica (non proprio originale, né trasgressiva) a determinare il successo di queste due band, bensì i testi, nei quali cominciavano ad emergere sentori di disagio uniti ad un certo pessimismo di fondo (nel quale molti giovani russi si identificavano), il tutto naturalmente sgradito ai burocrati. Per questo suo cattivo carattere, il nuovo rock russo entrò subito nel mirino delle autorità, le quali, per la prima metà degli anni ’80, si ostinarono ad arginarne duramente la portata e a censurarne gli esiti più scomodi, spesso con risultati del tutto controproducenti. Negli anni della perestroika di Gorbaciov (dopo il 1985) si assistette ad una maggiore apertura delle istituzioni nei confronti dei fermenti (sotto)culturali. Fu un’epoca di grandi entusiasmi, una vera e propria primavera artistica, tanto gioiosa quanto effimera, considerati i profondi cambiamenti che avveranno nella società russa al tramonto del socialismo…

Alcuni esempi di “costole”, i dischi di rock’n’roll pirata degli anni ’50 incisi sulle radiografie…

Un misterioso gruppo rock dell’Armata Rossa si esibisce in caserma (anni ’60?).
I Mashina Vremeni in concerto nel 1984 allo stadio di Vladivostok, nell’estremo est russo…

Gli Akvarium nei primi anni ’80.
[Soviet new-wave – 1]
TELEVIZOR (Leningardo) –  Ше́ствие рыб (LP 1985-88)
Potremmo parlarvi degli Alisa, degli Zoopark o dei Kino, o di altri idoli delle adolescenti  sovietiche degli anni ’80, ma preferiamo partire dai più tenebrosi Televizor di Mikhail Borzykin. Perché furono, tra le band new wave, la più indisciplinata. I Televizor si formarono a Leningrado (odierna San Pietroburgo) nei primi anni ’80 quando Borzykin lasciò la scuola per dedicarsi anima e corpo alla musica. Borzykin era un tipo problematico e inquieto, e i Televizor lo rispecchaiarono fedelmente: non riuscirono mai ad accettare i compromessi che vennero loro imposti. Furono autori di pezzi stranamente (ed incoscientemente) espliciti nell’attaccare il potere: l’inno ingenuo ma sincero di “Sfuggi al controllo”, “Siamo in marcia”, “Il pesce puzza dalla testa” (proverbio russo che significa: la corruzione sta ai piani alti del potere), “Sono stufo” e soprattutto “Nostro papà è un fascista” (papà è Stalin, naturalmente).    
Per comprendere il ruolo che una band come i Televizor ebbe nella scena rock di Leningrado e di tutta la Russia, occorre spiegare che cosa significasse suonare rock in Unione Sovietica nei primi anni ’80 allorché le rock band crebbero di numero destando le preoccupazioni del regime. Dalla critica tradizionalista, il rock era considerato musica amatoriale e borghese, per giunta figlia dall’occidente corrotto e capitalista. Per risolvere drasticamente (e stupidamente) il problema della proliferazione incontrollata dei gruppi rock, nel 1983, fu deciso che da allora in avanti il repertorio di ogni gruppo musicale avrebbe dovuto essere composto da canzoni scritte da membri dell’Unione dei Compositori. L’Unione Compositori era un’elite di musicisti professionisti di formazione accademica dediti alla musica popolare ufficiale. I compositori di alcune band decisero di tentare l’ammissione all’Unione, ad alcuni andò bene, ad altri male, ma in entrambi i casi tutte le band furono costrette a scendere a compromessi umilianti. Le esibizioni dei gruppi che non eseguivano brani “d’autore” vennero quindi vietate. Al rock underground restava un’unica strada: i rock club ufficiali. Si trattava di riserve indiane nelle quali le band potevano esibirsi, ma sempre sotto il controllo, più morbido (ed ugualmente sgradevole), di un gruppo direzionale e del locale Komsomol. Anche qui però l’ammissione delle band era subordinata ad una audizione di fronte ad una giuria selezionata. Da ciò si capisce che anche nei rock-club si respirava l’odore stantio della burocrazia e delle gerarchie amministrative. Anche tra gli stessi musicisti i rapporti non erano semplici: i più anziani godevano di maggior credibilità e fiducia da parte delle istituzioni, ed esercitavano un ruolo quasi paterno verso i più giovani, che dovevano seguirne i consigli e masticare amaro, anche perché spesso i musicisti più grandi, per paura di guastare i rapporti con gli amministratori (e il loro status di band arrivate), svolgevano un’attività di censura nei confronti dei gruppi più giovani.

La copertina dell’album dei Televizor: fa tenerezza nella sua ingenuità…

I Televizor, che erano tra i gruppi sfigati, ignorarono regolarmente ogni tipo di divieto e di intimidazione: a Borzykin fu chiesto in svariate occasioni di non cantare pezzi come “Sfuggi al controllo”, ma lui se ne sbatté sempre. Una volta, durante “Il pesce puzza dalla testa” indossò una maschera di Gorbaciov (tanto perché nessuno potesse fraintendere il messaggio della canzone!). A causa di siffatta condotta, i Televizor vennero banditi a ripetizione da ogni concerto e per mesi non poterono suonare. Il risultato non fu però quello sperato dalle aurotrità, (ovvero di intimidire gli altri gruppi), fu piuttosto l’inverso: una nuova generazione di band di Leningrado prese coraggio e decise di fare di testa propria, gridando ai quattro venti “il governo fa schifo” e altre amenità indigeste. I Televizor, con il loro esempio, avevano aperto una breccia e tutti gli altri ci si erano infilati ben volentieri.
Il disco “Ше́ствие рыб” è il classico dei Televizor: fu registrato nel 1985, a ridosso del buon successo che la band aveva ottenuto agli esordi sul palco del rock-club di Leningrado, ma non fu pubblicato, a causa del trambusto che provocarono i successivi live. Solo tre anni dopo, nel 1988, il clima si fece favorevole all’uscita dell’album. Si tratta di un vero classico del post-punk russo, gelido e preso male, ma con un inconfondibile tocco soviet-disco… 

Mikhail Borzykin fa del suo meglio, malgrado il tendaggio della scenografia…

STRANNYE IGRY (Leningrado) – Смотри в оба (LP 1985)
Restiamo al rock-club di Leningrado per parlare dei Strannye Igry che animarono anche se per pochi anni, la scena rock underground della città. Devo innanzitutto ringraziare il mio amico Maksim di Mosca che mi ha inviato il vinile della band, della quale ancora ignoravo l’esistenza. I Strannye Igry (Giochi strani) si formarono nel 1981 e non furono una band di ribelli: dopo aver trascorso mesi a suonare in varie situazioni tipo matrimoni e ristoranti (le uniche ammesse per i gruppi amatoriali) per racimolare qualche rublo (illegalmente) ed acquistare la strumentazione, si chiusero sei mesi in sala prove per mettere a punto il loro esordio ufficiale al Club della Musica Moderna nel Palazzo della Cultura di Leningrado (chissà che atmosfera frizzante!); in quell’occasione suonarono con i già celebri Aquarium, una delle più apprezzate band del rock sovietico. Diedero loro la merda, si racconta.
Erano una specie di collettivo formato da sette musicisti e performer, gente colta, con una certa ambizione…  Ascoltandoli, però, danno l’idea di essere un gruppo di cabarrettisti ubriachi di vodka. Incarnarono una caratteristica della Tusovka, cioé quella fusione tra musica, teatro e cabaret che era tipica di molti gruppi e contribuiva a rendere più comunicativi i concerti e a differenziare le nuove band dalle vecchie orchestre da ristorante tipiche dell’Urss.
Ciò che rende interessante gli Strannye Igry non è tanto la loro storia, ma il loro stile: noti per essere stati il primo (ed unico?) gruppo ska/rockstaedy della russia comunista, nulla hanno in realtà a che fare con il classico sound 2-tone dello ska europeo. Li definirei piuttosto un ibrido miracoloso tra Madness, Kraftwerk e Magma. Il miracolo sta nel fatto che tutto gira a meraviglia! Artemy Troisky (divulgatore del rock russo in occidente negli anni ’80) ci introduce così gli Strannye Igry: “Il gruppo conteneva un miscuglio di individualità molto diverse, ognuna singolarmente una figura forte. Sfortunatamente l’abbondanza di personalità non poteva aiutarli quando si trattava di scrivre buoni testi e così gli Strange Games utilizzavano i versi dei poeti occidentali modernisti (tradotti in russo naturalmente!). La voce era un altro problema – quasi tutti cantavano nel gruppo con un proprio stile e con uguale mediocrità. Per essere più chiari non c’era un leader nella band oppure ce n’erano troppi… il che li condannò ad una breve durata (lo scoglimento avvenne infatti nel 1985). Sul palco tuttavia erano magnifici – comici, caotici, impetuosi. Si sgomitavano a vicenda dal microfono, si scambiavano gli strumenti, provocavano il pubblico… ma la loro anarchia era finemente organizzata“.  
“Sguardo affilato”, uscì nel 1986, quando il gruppo era già al capolinea: dalla copertina ci scrutano gli occhi di una tigre siberiana; guardando meglio nelle pupille si nota il riflesso di un uomo armato di fucile. Se la copertina é folle, lo é altrettanto il contenuto. A chiudere l’album una cover assurda di Felicità (sì, Al Bano e Romina). Buon ascolto!

Gli Strannye Igry sul palco del rock-club di Leningrado non lesinano in effetti speciali…
ZVUKI MU (Mosca) – s/t (LP 1989)
Ci spostiamo nella capitale e parliamo degli Zvuki Mu, una delle più innovative rock band sovietiche degli anni ’80. Tanto innovativi che il loro primo vero album ufficiale fu prodotto da Brian Eno e distribuito in Europa. In effetti il loro sound ricordava i Talking Heads, sebbene strafatti di vodka. 
Il leader e cantate Peter Mamonov, si presentava come un eroe tragicomico tutto sovietico: un poeta, ma nelle vesti del più comune ubriacone di strada. Non fu semplice per lui, musicalmente analfabeta e incline all’alcoolismo, trovare compagni per formare una band: il primo ad essere arruolato fu il fratello, Alexey, che però beveva più di lui. La vera  fortuna di Mamonov fu quella di incontrare il ricco trafficante d’arte Sasha Lipnitsky, che non solo imparò a suonare il basso ed entrò nella band, ma investì parecchi soldi per finanzairne l’attività. Grazie alle tasche bucate (ma ben fornite) di Lipinitsky e alle leggendarie esibizioni autolesioniste di Mamonov, in poco tempo gli Zvuki Mu conquistarono lo status di cult band dell’underground sovietico. I Mu erano il classico mix improbabile quanto riuscito: due alcolizzati (i fratelli Mamonov), un ricco nullafacente disadattato (Lipinitsky), un adolescente pieno di ottuso entusiasmo (il batterista Afrika) e un fedele hare-krishna, astemio e vegetariano (il tastierista Pavel); era abbastanza scontato che ne uscisse qualcosa di interessante!  Artemy Troisky in “Tusovka: who is who in the new soviet rock culture” (1990) ci racconta un aneddoto divertente sulla band, ritratta durante una delle sue prime trasferte al di fuori dei confini sovietici: “I viaggi all’estero sono un test per ogni cittadino sovietico e normalmente provocano strane metamorfosi nelle persone. I radicali diventano di colpo conformisti, gli intellettuali si lanciano nello shopping, i chiacchieroni si calmano, le creature mansuete si mettono a fare un mucchio di rumore. Aspettavo con ansia la reazione degli Zvuki Mu a questa esperienza. Li ho seguiti durante il loro primo tour all’estero, un festival rock in Ungheria. Posso dire che la loro integrità non venne toccata dalle nuove comodità. Camminavano per le strade pulite di Budapest come selvaggi, trasandati e sporchi, e la popolazione locale li scambiò per rifugiati rumeni. Non erano però preparati alla vendita libera degli alcolici. Sulle prime, quando videro un bar in cui si poteva acquistare vino senza fare la coda, fedeli alla tradizione russa, si riempirono di vino più che poterono e ne portarono ancora via di scorta. Quando capirono che non c’erano code da nessuna parte e che l’alcol non mancava si rilassarono completamente e cominciarono a bere come spugne (con l’eccezione di Levushka il batterista vegetariano e hare-krishna). Poco prima dell’inizio del loro concerto qualcuno portò in camerino una cassa di birra e la lasciò lì senza commenti. Per un po’ i Mu le girarono intorno sospettosi, pensando che ci fosse stato un errore,  ma quando scoprirono che era per loro ed era gratis la birra sparì in cinque minuti esatti. Il chitarrsita Alexey si addormentò: Peter cercò di svegliarlo per andare in scena. Alexey non lo riconobbe subito e voleva picchiarlo; allora Peter lo trasportò di peso sul palco visto che non si parlava di farlo camminare… Alla fine gli Zvuki Mu diedero uno spettacolo brillante, probabilmente il miglior concerto di tutto il festival!“. 
Qui sotto trovate il disco del 1989 prodotto da Eno: un post-punk incline alle atmosfere levigate del pop occidentale, decisamente più addomesticato rispetto ai live della band, ma ugualmente interessante…
 
Gli Zvuki Mu a colazione dopo una nottata difficile: Peter Mamonov (l’ultimo sulla destra), é quello messo peggio, ma Lipnitsky (il primo sulla sinistra) lo segue a ruota; tant’é che il tastierista Pavel (al centro), lo osserva preoccupato. Irreprensibile e fotogenico Alexey Mamonov (il secondo da sinistra) ma lo tradisce una certa fissità nello sguardo. Vivace invece il batterista Levushka (il secondo da destra): perché astemio!
AGATA KRISTI (Sverdlovsk) –  Второй фронт (LP 1988)
Anche la Siberia ebbe la sua new wave, con epicentro a Sverdlovsk. Da questa città (che oggi si chiama Ekaterinburg), la terza più popolosa dell’immensa nazione sovietica, provenivano le band di maggior successo della provincia siberiana: i Nautilus Pompilius e gli Agatha Kristi. I primi, capitanati dal tenebroso cantante Vyacheslav Butusov, sono stati un gruppo di grande fama, molto apprezzati dalla critica, ma risultano alle nostre orecchie abbastanza commerciali; più divertenti furono invece i secondi, che negli anni ’80 suonavano una specie di hard-rock gotico disperatamente retrò (a tratti sembrano un giurassico gruppo di rock progressivo).
I futuri componenti degli Agata Kristi s’incontrano nel 1984 alla Facoltà di Radioingegneria del Politecnico degli Urali a Sverdlovsk e mettono in piedi una band dal nome ridicolo di “VIA UPI RTF” (ovvero: Orchestra Vocale-Strumentale della Facoltà di Radioingegneria dell’istituto Politecnico degli Urali”). A proposito della sigla VIA, é necessaria una digressione: in Unione Sovietica questo acronimo (le iniziali in russo di “Orchestra vocale-strumentale”, appunto) indicava ufficialmente tutte le band di “musica leggera” (un po’ come da noi la parola “pop”). La sigla si diffuse negli anni ’60 per indicare i primi complesi beat e le orchestrine rock. Essendo i termini “beat” e “rock” di matrice occidentale quindi sgraditi alla burocrazia sovietica fu coniato il termine VIA, che presto divenne sinonimo di un soft-rock zuccheroso e vacuo, molto apprezzato dai critici di partito. Per i vent’anni successivi i gruppi VIA rappresentarono il nemico da abbattere per tutti i veri rocker dell’Urss!
Dopo ben tre nastri registrati con quell’imbarazzante acronimo, grazie a dio, la band cambia nome in Agata Kristi, come la scrittrice di gialli, che evidentemente sui giovani russi esercitava un fascino quasi trasgressivo, non come da noi in occidente, dove é sempre stata letteratura per ottuagenari. Inotre, A e K erano le iniziali del nome del leader della band, Alexander Kozlov, quindi tutto filava a meraviglia. 
Nel 1988 gli Agatha Kristi pubblicano il loro primo album, che si intitola “Secondo fronte” ed é una raccolta di canzoni horror-kitsch con testi del tutto disimpegnati; storielle decadenti dai titoli come “Gnomi cannibali”, “Pantera”, “Acqua stagnante” e “Lupi neri”. Per gli adolescenti sovietici, abituati al grigiore del pop ufficiale, questi testi morbosi e un po’ assurdi furono una vera manna dal cielo! Tant’é che presto gli Agatha Kristi divennero una band nota ed apprezzata, e lo restarono fino ai giorni nostri, o almeno fino al loro scioglimento, avvenuto nel 2010. 

Gli Agata Kristi imitano (malamente) i Cure in una foto dei primi anni ’90. Sopra in versione Spandau Ballet tamarri ottengono i medesimi risultati.

Russian Rock Underground (Documentary – Italy/Canada 1988)
Tra il gennaio e il febbraio del 1988, un canadese (Peter Vronsky) e un italiano (Sergio Pastrello) girano un reportage sul rock russo negli anni della glasnost, dal titolo non troppo originale di “Russian Rock Underground”. Un piccolo capolavoro che fotografa al suo zenith un’epoca fugace e vitale. Dentro ci trovate interviste a Boris Grebenshikov degli Akvarium, a Mikhail Borzykin dei Televizor e ai Nebo i Zemlya (un notevolissimo, ma misconosciuto gruppo punk che ci offre un memorabile live semi-clandestino in una scuola). Ah, c’é anche Marquisa, la new sensation dell’heavy metal moscovita, un clip degli Zvuki Mu con un allucinatissimo Peter Mamonov e uno degli Auktion, che  sembrano una caricatura dei Police. Imperdibile? Assolutamente sì!

 

2 Comments on

  1. Gio
    Replied on 05/06/2012 at 12:59

    scusate mi sa che c'è qualcosa di sbagliato.. l'astemio hare krishna degli zvuki mu è Pavel o Levushka? ed è il batterista o il tastierista? e chi è allora Afrika? comunque grazie per l'articolo sempre interessantissimo!

  2. Anonimo
    Replied on 06/06/2012 at 16:41

    Levushka era il battierista e si faceva chiamare anche Afrika. Per il resto sì, li ho invertiti nella descrizione. Ora correggo…
    grazie, ciau

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