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La morbida macchina del nuovo disordine mondiale: tre testi di Sadie Plant.
[Pep] Sadie Plant è una pensatrice che situa la sua riflessione nell’ambito del pensiero cyberfemminista: quest’ultimo costituisce il tentativo di declinare l’oltrepassamento femminista dell’antropocentrismo (inteso quale portato e corollario dell’androcentrismo) nel senso di un’alleanza tra il femminile e il macchinico, laddove una lettura di essi che li situa in un rapporto di affinità e parallelismo conduce ad una de-naturalizzazione del primo e ad una valorizzazione del secondo in quanto vettore di processi post-umanizzanti. Se il filone cyberfemminista muove dal “Manifesto cyborg” (1991) della studiosa californiana Donna Haraway, Sadie Plant ne costituisce un’autrice di indubitabile rilievo, particolarmente attenta alle manifestazioni sociali della figura chiave del cyberfemminismo (il cyborg), cui esso affida le proprie aspirazioni emancipative ed alle strategie messe in atto dalla cultura e dagli assetti politici antropocentrici per neutralizzarne la portata eversiva. 
Il primo testo della quarantottenne pensatrice britannica qui presentato (“Ciberfemminismo. Sostanze pericolose e nuovo disordine mondiale”, realizzato per un convegno del 1994) sviluppa, con incisiva chiarezza, il tema della costituzione antropologica e culturale della donna, in uno stretto parallelismo con l’altrettanto cruciale costituirsi, storicamente progressivo, dell’orizzonte macchinico: parallelo al femminile nel suo porsi in essere, nell’ambito dell’assetto sociale androcentrico-antropocentrico, quale realtà meramente strumentale. In tal senso l’evolversi nella direzione elettronica del mondo delle macchine (il loro progressivo autonomizzarsi dalla posizione di strumento, per farsi perturbatrici dell’orizzonte antropocentrico) costituisce puntuale chiave di lettura, ma anche veicolo della liberazione femminile, laddove quest’ultima si configura come apertura dell’essere umano alla contaminazione con il macchinico, contaminazione agibile in primo luogo, per affinità paradigmatiche e modalità antropologiche e cognitive storicamente indotte, dalle donne (autocostituentesi, dunque, quali cyborg femministe). Dal testo è inoltre evincibile la centralità della problematica delle sostanze psicotrope nel pensiero dell’autrice, per la quale la tossicofilia, e la sua declinazione dipendenziale estrema, la tossicomania, costituiscono altrettante modalità soggettive post-umane: in cui la dimensione cognitiva e percettiva si artificializza, e di cui la dipendenzialità costituisce il versante più coartante e tabuizzato, ma anche il più emblematico, nel suo essere oggettivamente una radicale manifestazione antropologica e sociale del cyborg. Al riguardo si veda il secondo testo che proponiamo (“Tecnologie morbide per macchine morbide: l’interfaccia chimica”, 1999), in cui Plant delinea una storia recente delle sostanze psicoattive (evidenziando la sottesa, totale reversibilità reciproca tra la categoria di droga e quella di farmaco) nei diversi sviluppi civili e militari, sottolineando come la nostra società protegga il suo assetto antropocentrico confinando la figura del cyborg nell’ambito della narrazione letteraria e cinematografica a carattere fantascientifico, e di quella sociale con la figura del tossicodipendente: lo stigma che colpisce quest’ultimo è pertanto leggibile come il tentativo di difendersi dalla figura concettuale del cyborg, in realtà socialmente proliferante, confinandola fittiziamente in un individuo tacciato di devianza e pericolosità (tale stigmatizzazione agisce in particolare, va sottolineato, attraverso il vettore della repulsività corporea: il quale sottende e occulta la percezione di un avvenuto trapasso, mediato dalla droga, verso un orizzonte somatopsichico post-umano). 
Chiude la raccolta un’intervista rilasciata nel 1994 da Sadie Plant alla rivista Decoder (“L’intelligenza non sta più dalla parte del potere”), in cui la pensatrice britannica impernia il suo discorso su concetti quali intelligenza artificiale, interattività ed autoapprendimento, atti a descrivere tanto i computer quanto le droghe, intese quali sostanze xenobiotiche interattive, ma anche esplicativi delle modalità della liberazione e dell’affermazione sociale femminile. Attorno a questa tematica prendono corpo il coglimento di una progressiva e potenziale evoluzione libertaria della società, la legittimazione anti-censoria della pornografia, la critica femminista alla psichiatria, la messa in luce dell’insorgere di una modalità post-organica ed anti-patriarcale della corporeità: nel quadro di un ottimismo politico che non puo’ certamente non avere chi si definisce radicalmente e felicemente ex umana. 

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