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Kalashnikov Collective su A Rivista Anarchica n. 373 , estate 2012
Sfogliando l’ultimo numero di A Rivista Anarchica ci siamo imbattuti in un articolo a sorpresa sul Kalashnikov collective. Dice cose molto belle, per cui ve lo riportiamo qua sotto…

Prove concrete di organizzazione orizzontale
“Capita di trovarsi tra le mani l’ultimo 7” del Kalashnikov Collettive, eclettico collettivo milanese che da più di un decennio allieta gli squat italici. Vamipirizzati oggi: quattro canzoni che parlano di morte quotidiana e di speranza, di riscossa. Dell’alienazione che avanza, iniettata nelle vene umane da un modo di vivere elle mette sopra ogni altra cosa la corsa al profitto, una spoglia mosca cieca il cui premio è la sopravvivenza. Di lavoro che, nato come mezzo, diventa fine (senza fine) che assorbe e annichilisce. Mentre per un altro giorno, per un altro giorno ancora, si arriva al domani per inerzia, anche se il futuro non riserva un granchè. Mentre il lavoro, l’istituto scolastico che diventa suo precursore, con la stessa dinamica asettica dell’allevvamento intensivo, del carcere, del manicomio, del lager, dello stabulario vivisettorio, tagliano il legame fra la possibile utilità di un’azione e la mansione concreta che invece ci si ritrova costretti a svolgere, fra la possibilità creativa e la lobotomizzazione forzata, “perchè farsi troppe domande rende meno competitivi sul mercato”.
E sono solo orde, orde di morti viventi che marciano verso le bocche del forno crematorio perchè è stato detto loro che va bene così, che lacrime e sangue saranno il prezzo da pagare. Non si accorgono di quel che è sepolto negli occhi del vicino: ormai è solo un avversario nella corsa. Corrono, corrono per arrivare primi, o forse perchè per fermarsi è troppo tardi, corrono perchè se tutti intorno a loro stanno correndo un motivo pure ci sarà – quale non è chiaro. Corrono, corrono, e al traguardo non trovano ad aspettarli altro che una tomba vuota con il loro nome scritto sopra.
Se nel più vecchio Dreams for super-defeated heroes i protagonisti erano super-eroi strappati al loro mondo di cellulosa e costretti ad affrontare la dura realtà, in Vamipirrzzati Oggi al centro dell’obiettivo ci sono coloro che si oppongono, in un modo o nell’altro. all’oscura magia che sta trasformando ogni persona si trovi loro attorno in un morto vivente. Formiche che cercano di resistere alla vampirizzazione delle loro vite. Si nascondono negli anfratti del tempo e dello spazio, fuggono verso Croatan o cercano di creare una effimera zona autonoma, la notte escono allo scoperto per “ballare ritmi di vendetta, scandendo le ragioni della loro estraneità”. Come scoiattoli si arrampicano con un sasso fra le mani fin sulle pareti delle fabbriche di morte, confidando che quel semplice ordigno possa incepparne i meccanismi, che continuano incessantemente a frantumare le ossa dei padri e dei figli. Sono solo formiche e scoiattoli, ed è qui che sta la loro forza.

E’ un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere im un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? E una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è? E qualcosa che fanno, pensò, qualcosa che sono. E la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno ancora causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco. ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualcosa di frenetico e di folle, così come lo è stata la loro conquista dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia. […] Quello che non comprendono è l’impotenza dell’uomo. Io sono debole, piccolo, senza la minima importanza per l’universo. L’universo non si accorge di me, e io vivo serva essere visto. Ma perché questo deve essere un male? Non è meglio così? Gli dèi distruggono coloro di cui si accorgono. Se sei piccolo potrai scampare alla gelosia di chi è grande. (La svastica sul sole, Philip K. Dick)
Un disco che abbandona lo slogan per tentare di sussurrare all’orecchio parole che insinuino il dubbio, al ritmo di ballate post-industriali. Coerenza fra fini e mezzi, scardinamento della concezione dell’artista come eletto, o come idolo da inseguire: l’arte ritorna ad essere pure urgenza esistenziale; la musica va al di là dei cliché di genere, così da potersi focalizzare sul contenuto e sul modo migliore per veicolarlo. Rifiuto delle logiche commerciali in favore di un’autoproduzione vista in primo luogo come necessità di riappropriarsi della propria vita, di non delegare la propria capacità creativa a terzi, ma di usarla invece come trampolino di lancio per la creazione di nuove relazioni umane.
Poi ti capita di assistere ad un loro concerto, coinvolgente come pochi. E, quando tutto è finito, di avvicinarti al banchetto della distro: cd, vinili. fanzines e libri, con a fianco una cassetta per le donazioni. Prezzo libero. Completa fiducia nei confronti dei ragazzi (di ogni età) che sono andati a incontrarli. E la cosa bella – la cosa che ti colpisce – è che, di fronte ad una distro incustodita con un cartello che invita a lasciare quel che si può/si vuole (sia questo denaro o un altro oggetto di scambio) si vede comunque la gente capire il legame di reciproca fiducia e rispetto che questa visione sottende e non approfittare della situazione. Come dire: prove concrete di organizzazione orizzontale. Ed è qui, in queste “piccole” cose – piuttosto che nella (straordinaria) musica in sé – che va forse cercato un senso in quello che i ragazzi del collettivo portano avanti” (Valentino Giorgio Rettore).

Un abbraccio all’autore dell’articolo (Strega-A) e una segnalazione per il suo ottimo blog: www.stregaa.wordpress.com! 

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