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Pino Bertelli – Della fotografia trasgressiva. Dall’estetica dei freaks all’etica della ribellione – Saggio su Diane Arbus (2006). 
[Pep] Questo saggio su Diane Arbus (con contributi di Gianna Ciao Pointer, Alfredo De Paz e Geraldina Colotti) è il testo che il fotografo e cineasta situazionista Pino Bertelli considera il più travagliato e ricco della sua produzione: suo obiettivo è situare la figura della fotografa statunitense in uno snodo cruciale della consapevolezza artistica contemporanea, quello della critica ai processi identitari e della produzione visiva di un’interferenza al loro compimento. Bertelli opera una dissociazione della figura di Arbus dall’immagine di voyeuristica fotografa di mostri cui un’impropria e pregiudiziale chiave di lettura l’ha assegnata: secondo il fotografo situazionista lo specifico della crudeltà visiva dell’autrice (consistente nel cogliere il versante psichico e fisico inconsapevolmente mostruoso dei soggetti ritratti) si situa nella produzione di una divaricazione disturbante tra le modalità autopercettive di cui ciascun individuo è portatore e la sua immagine inter-soggettiva. Quest’ultima, nel suo fatale scoincidere con l’identità autopercepita, genera un processo disturbatore di auto-disidentificazione in cui la pretesa identitaria trova il proprio scacco: l’irrisolvibile diversità da sé si pone in essere come dimensione non riducibilmente provocatoria sia per i soggetti ritratti che per la ritrattista. Arbus viene riconfigurata anarchicamente come fotografa della dis-identità, quale modalità di eversione ed auto-eversione quotidiana veicolata da immagini che costituiscono dei sofisticati dispositivi anti-identitari: con un funzionamento assimilabile a quello di trappole tali da abolire le procedure endosoggettive di auto-normalizzazione. Arbus tiene cioè conto, evidenzia implicitamente Bertelli, del carattere Straight del nostro assetto soggettivo e sociale, che modula la propria struttura non solo secondo la modalità generalizzata della discriminazione sessista e classista, ma anche secondo quella della produzione, multiforme e pervasiva, di figure dell’anormalità. Evidenziando l’individuo contemporaneo come l’anormale di sé stesso, Arbus smaschera la finta polarizzazione che la Straight Society esibisce tra il soggetto sancito come normale e quello condannato come anormale, evidenziandoli come i reversibili versanti di una medesima medaglia, ad individuare il carattere di artefatto sociale, eventualmente disinnescabile criticamente, dei processi di produzione identitaria. Sono le stesse nozioni normative cui la Straight Society fa appello ad essere poste in crisi: quelle di devianza, follia ed handicap. Quest’ultimo, emblematicamente associato nell’immaginario diffuso alla produzione visiva della fotografa statunitense è evidenziato dalla procedura ritrattistica dell’autrice come nozione stigmatizzante a carattere morale: ponendo le basi per una riconsiderazione dell’ handicap stesso in quanto nozione medico-sociale la quale include le dis-abilità operative inerenti quelle attività che la società valuta come moralmente lodevoli, ignorando ed occultando, parallelamente, quelle inerenti le attività che valuta come moralmente non rilevanti o negative.
Un’ ulteriore tematica trattata da Arbus è quella dell’infanzia: al riguardo si veda Bambino con una bomba giocattolo in Central Park (1962), in cui la fotografa statunitense fa oggetto di attacco il mito dell’adulto, ovvero la concezione dell’esistenza come progressione ontogenetica culminante in una fase autoconchiusa (invece che progressione illimitata): l’età adulta. Di qui la valutazione di chi sta vivendo quest’ultima quale individuo gerarchicamente sovraordinato agli altrettanto mitici bambini e anziani (i secondi sono assegnati ad una presunta residualità esistenziale, emarginandoli conseguentemente: ma, al contrario, come scriveva il filosofo marxiano Luciano Parinetto, “Moriamo prematuri, anche a cent’anni; e per violenza, anche nel nostro letto”). Il Bambino con una bomba giocattolo costituisce un allarmante ribaltamento dell’irrilevanza cui il mito dell’adulto assegna l’universo emotivo e cognitivo infantile. La posa frontale del ragazzino fotografato, oscillante tra lo scherno e la minaccia terrifica, ribalta l’inclusione riduzionista del bambino nella visuale fotografica dell’adulto, facendo scivolare quest’ultimo nello spazio esistenziale dell’infanzia: spazio cui è restituita in chiave minatoria tutta la sua effettualità e realtà. Come in Monique Wittig, nella fotografa statunitense agisce dunque la profonda consapevolezza che la dimensione identitaria è da leggersi quale dimensione sociale che deve essere destabilizzata dal moltiplicarsi delle strategie di liberazione: tra le quali la fotografia dell’Angelo Nero (così Bertelli rinomina Arbus) costituisce una macchina da guerra sfolgorante ed esemplare.

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