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Pino Bertelli – La clinica dell’AIDS (2012)
[Pep] La raccolta fotografica di Pino Bertelli che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai suoi lettori può essere considerata uno strumento di intelligenza critica dello Stato Terapeutico in una delle sue manifestazioni paradigmatiche: la notoria sindrome da immunodeficienza acquisita. 
Attraverso la registrazione visiva di uno spazio ospedaliero per malati di AIDS (in una delle nazioni del mondo in cui quest’ultimo presenta maggiore diffusione, il Burkina Faso) il fotografo anarchico ci ragguaglia sulla stigmatizzazione di questi ultimi: manifestantesi secondo forme che costituiscono il risvolto chiarificatore di quella socialmente sancita nei paesi del primo mondo. Adottando il punto di vista di Thomas Szasz, secondo il quale quella terapeutica è la moderna religione di stato, atta a sostituire gli anteriori assetti teocratici della società (riducendo l’esperienza religiosa tradizionale in uno stato di secondarietà e sudditanza), è conseguentemente possibile evidenziare come la nuova religione, adottando la salute e la prestanza psico-fisica quale parametro etico (e investendo correlatamente di valore moralmente positivo il processo terapeutico) legga l’esperienza della malattia in termini di difetto morale: ed eticizzi in senso positivo il comportamento terapeuticamente zelante e collaborativo dei membri della comunità dei suoi fedeli, ormai coestensiva all’intera popolazione mondiale (in tal senso gli appelli della medicina più avanzata alla consensualità della cura ed all’alleanza terapeutica tra medico e paziente risultano assolvere, all’interno dello Stato Terapeutico, l’oggettiva valenza di mascherarne i tratti fondamentali). 
L’inesplicito cardine dello Stato Terapeutico è il sapere psichiatrico, produttore di costrutti nosografici ( le “malattie psichiche”) che isolano in termini pseudo-medici modalità comportamentali e soggettive oggetto di riprovazione etica: con l’effetto di inquinare in senso etico il concetto più generale di malattia e di trasferirvi la sancibilità oggettiva di quest’ultima in contrasto con la volontà dell’individuo fatto oggetto di disamina medica (avendo il paziente psichiatrico la riprovata tendenzialità, in realtà auspicabile dal punto di vista delle strategie strutturanti lo Stato Terapeutico, a non ritenersi malato, trasferendo la constatazione di malattia totalmente sul versante operativo del medico). Si tratta della negazione di quanto affermato dallo stesso Thomas Szasz secondo cui, in una ipotizzabile ed auspicabile società realmente libera “le persone […] sono pazienti solo in quanto esse stesse accettano di assumerne il ruolo, perché come individui in una libera società hanno il diritto fondamentale di rifiutare la diagnosi medica, il ricovero in ospedale e la cura”.

L’AIDS rappresenta nel nostro tempo la modalità della patologia fisica riconosciuta dalla religione terapeutica che più radicalmente manifesta uno spessore morale negativo: nel suo fatale identificarsi con modalità esistenziali devianti (tossicodipendenza , omosessualità, libertinismo sessuale), dando luogo ad una paura del contagio declinata in senso fobico, che evidenzia, ben al di là di esigenze igieniche e come una carta al tornasole, l’orrore morale e sociale verso quella gamma di comportamenti inaccettati. La ricognizione di Bertelli sul ghetto ospedaliero di Ouagadogou, mette in luce una dimensione dello stigma sanitario prevalentemente inevidente nel Primo Mondo, lo stigma negativo (in cui il versante sociale escludente della marchiatura prevale su quello medico), che genera isolamento e abbandono del malato con relativa carenza di una cultura della prevenzione della malattia. Nella cultura della salute vigente nel Primo Mondo è invece ormai prevalente lo stigma positivo (in cui sul versante sociale escludente della marchiatura prevale quello medico), che induce il paziente ad un percorso di cura su coattiva richiesta etica e sociale: rimanendo lo stigma negativo relegato ai risvolti del sistema sanitario (con particolare riferimento all’ambito psichiatrico, in cui esiste ancora un’area di stigmatizzazione negativa, con relativa ospedalizzazione manicomializzante e abbandono cronicizzante dei pazienti). In tal senso una realtà del Terzo Mondo, dominata da una cultura più linearmente discriminatoria, da realtà politiche autocratiche indifferenti ai diritti dei cittadini, e segnata dalla carenza di fondi economici, funge da chiarificante risvolto di quella del Primo Mondo, permettendo di apprezzane pienamente l’inesplicitata dimensione oscura. Lo sguardo di Bertelli trova come di consueto nella modalità fotoritrattistica il proprio strumento per la formulazione di una risposta etico-estetica all’ottica omologata della gran parte della produzione fotografica e fotogiornalistica contemporanea: il fotografo anarchico sottende una sottile dimensione meta-temporale alle immagini dei propri soggetti, sottraendoli a qualsiasi processo di riduzionismo e di fissazione sociale in una contingenza identitaria specifica storicamente data, attraverso esempi di grande fotografia: che in questo caso, facendo proprio oggetto i sofferenti di AIDS, si pone come strumento di invalidazione delle strategie neo-religiose dello Stato Terapeutico. 

Il portfolio fotografico è corredato da un saggio dello stesso Bertelli, “Sulla fotografia dell’indignazione”, volto ad inquadrare la pratica fotografica come dispositivo di demistificazione fattuale ed estetica dell’esistente, nell’ottica di un’equiparazione, per medesimamente cruciale valenza contestativa, della fotografia di denuncia finalizzata alla circolazione nel web e di quella artistica. 

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