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Il Collettivo Kalashnikov e la stampa nazionale: un rapporto difficile.
[Puj] Le apparizioni del collettivo Kalashnikov sui quotidiani nazionali ormai non si contano più. Quella a cui siamo più affezionati – e di cui, senza falsa modestia, andiamo più fieri – è quella ormai risalente a più di quattro anni fa, su Il Giornale del 22 ottobre 2008. Il titolo: “La palazzina di tre piani ad Affori è di proprietà del Comune, ma da dieci anni gli anarchici se la sono presa abusivamente. Ora una mozione chiede che sia restituita alla città: il vicesindaco è d’accordo“. Si parlava della Villa Occupata a Milano, che, all’epoca, aveva appena festeggiato i dieci anni di occupazione.
Scrive il giornalista dell’illustre testata: “La villa ha tre piani. E’ immersa nel verde del quartiere Comasina Affori, al civico 66 di via Litta Modignani. Chiusa con lucchetti e catene, sorvegliata dai cani. Perché da dieci anni è occupata da un gruppetto di anarchici e punkabbestia. Se la sono presa nel ’98, quando era chiusa per lavori. Prima c’era un centro civico, che peraltro funzionava benissimo. Nel quartiere i “ragazzi di qualche anno fa” lo ricordano bene: i giochi, la musica, il ping pong. Anche adesso servirebbe uno spazio sociale, nel quartiere. Una sede per le associazioni. Invece la “villa okkupata” se la godono gli “anarchici”. Il decennale dell’occupazione lo hanno celebrato a luglio, con festini allietati da gruppi musicali come “Logica di morte” o “Kalashnikov”: rumore infernale fino all’alba…“. Contrariamente a quanto si pensa della stampa, confermiamo che quello che si dice nell’articolo é vero: in Villa non c’é il ping-pong.  
Allo stesso periodo (ottobre 2008), risale l’articolo che uscì sull’inserto culturale del Sole 24 Ore; un breve reportage sui Kalashnikov: “L’abolizione del palco. Nessun barriera per i Kalashnikov. E poi si compra il cd scegliendo il prezzo“. Il trafiletto ci costò accuse di ambiguità ideologica, di collaborazionismo o, semplicemente, di esserci bevuti il cervello con la cannuccia. In effetti, quella volta ci asservimmo all’organo di Confindustria, rinnegando anni di autogestione e militanza. Alle reazioni dei compagni e delle compagne, fece eco quella dei mercati: dopo la nostra intervista, in cui parlavamo del rifiuto del prezzo imposto e del ritorno alla pratica del baratto, il mondo della finanza andò in crisi planetaria. 
Per fortuna a riportare le cose in equilibrio ci pensa finalmente questo articolo pubblicato il 7 gennaio scorso sull’Unità, che ci restituisce alle nostre origini di anti-musicisti autogestiti, accostandoci ai Crass e alla vecchia scena punk/h.c. italiana. Non più teppisti anarchici, non più servi del capitale. Tuttavia, anche questa volta, non tarderanno a piovere le accuse: quelle di aver votato Renzi alle primarie, di suonare per soldi alle feste dell’Unità e di essere loffi riformisti. 

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