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[Riproponiamo in un unico post, e con alcuni aggiornamenti, materiali riguardanti critica/rifiuto del lavoro, che da tempo non erano più disponibili sul nostro blog. Buona lettura!…]

[Free books for punx]
RE-POST: AA.VV. – Processed World: conflitto e rifiuto del lavoro nel post-fordismo (U.s.a. 1990/Ed.It. 1998)
[Puj] “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!“… e andate a farvi un birra al bar giù all’angolo: é così una bella giornata! Ma non solo: fermatevi a riflettere sul senso di quello che fate dalla mattina alla sera, della vostra esistenza quotidiana sacrificata tra viaggi in treno, discussioni con i colleghi, code in mensa, attività insensate e… – un’altra birra, grazie!… Strumento terapeutico, valvola di sfogo e spazio di condivisione per tutto questo, Processed World, fanzine uscita per la prima volta nel 1981 nell’area di San Francisco, è stata lo specchio di una generazione di lavoratori frustrati, sottopagati, disillusi ed annoiati che attraverso le sue pagine raccontavano di quanto grottesco, precario ed umiliante fosse (e tutt’ora sia) il mondo del lavoro, con i suoi rapporti gerarchici, la sua ripetitività demente, le sue regole senza senso, i suoi ritmi inumani. Racconti, saggi, riflessioni, collage situazionisti, stralci autobiografici… Processed World, utilizza un linguaggio confidenziale e un’iconografia dada, e ancora oggi rappresenta un punto da cui partire per sviluppare un percorso di dialogo e condivisione trai gruppi di affinità.  Anche dal punto di vista delle pratiche PW rappresentava un esempio di alto profilo: la rivista veniva prodotta con materiali e attrezzature rubate negli uffici dagli stessi autori! Il protagonista assoluto della rivista è il cognitariato urbano, il mondo dei colletti bianchi e delle segretarie, un tempo accomunato al padronato, oggi sempre più vicino a quello degli schiavi dell’antico Egitto; ma anche commessi, fattorini e tutte quelle figure di lavoratori sfruttati e malopagati che popolano i centri direzionali delle grandi città. 

Quindici anni fa, la Shake pubblicò il volume Processed World: ribellione nella Silicon Valley – Conflitto e rifiuto del lavoro nel post-fordismo traduzione dell’antologia di P.W. uscita negli U.s.a. nel 1990 e contenente una scelta delle più interessanti testimonianze pubblicate sulla rivista nel corso degli anni ’80. 
Nella prima pagina una dedica: “Questo libro è dedicato a tutti gli spiriti sovversivi che languono in impieghi solitari ed inutili. Tenete duro!”. 
Abbiamo preparato un estratto in .pdf che si può scaricare da qua sotto. Dentro ci si trova la prefazione all’edizione italiana, l’introduzione a quella americana e tre testi tra i nostri preferiti, esempio della diversità di registri utilizzati dagli autori della rivista. I documenti testimoniano poi come dal lavoro scaturiscano riflessioni ben più generali sulla nostra fottuta esistenza quotidiana nel Sistema, che vanno a toccare aspetti spesso non-pensati: il rapporto con il cibo, ad esempio, o quello con il tempo. Inquietante: “Vendi il tuo tempo per comprare il tempo che altra gente ha venduto”. Aaaarghhh!
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>>> Download Estratto di “Processed World” [ITA] (.pdf – 16,5 mb.)

[Da “Processed World” n. 2 – 1981] “Le olimpiadi degli impiegati! – Il Pentathlon. 1) Il lancio del telefono. Stando in piedi sulla scrivania, ciascun atleta scaraventa tre telefoni – uno alla volta – dall’altra parte dell’ufficio. I punti vengono assegnati per stile e gettata media. 2) Gara a “eliminazione”: ciascun atleta ha trenta minuti per eliminare il maggior numero di file dalla banca dati. I punti verranno assegnati sulla base dell’originalità della postura e, naturalmente, sulla base della quantità delle informazioni distrutte (in megabytes). 3) Picchia l’orologio: ci sono 45 orologi sparsi per l’ufficio da picchiare e distruggere. I punti vengono assegnati per zelo, minor numero di colpi e velocità di distruzione. 4) Piegare, perforare & strappare. A ciascun atleta viene data la chiave dell’archivio. I punti vengono attribuiti per origami, tagli creativi e quantità di distruzione. 5) Corsa ad ostacoli su Market Street: partendo da Embarcadero Plaza, gli atleti gareggiano lungo Market street scavalcando barricate ad ogni incrocio, schivando le nuvole di gas lacrimogeno e i proiettili di gomma della Guardia Nazionale, fino alla Banca Nazionale tra Market street e VanNess; i punti vengono attribuiti per velocità, equilibrio e per essere arrivati vivi alla fine. Dove si terranno: negli uffici di San Francisco . Quando: il più presto possibile. Aperte a tutti. Spettatori strettamente vietati”. 

Da “Processed World” n. 2 – 1981

 

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RE-POST: Alfredo M. Bonanno – Distruggiamo il lavoro (Salamandrina Ed. Libertarie 2005)

[Puj] Osteggiare la forza disgregante ed alienante del lavoro salariato è un impegno quotidiano a cui tutti siamo chiamati. Succede però che il lavoro sia per la gente, oltre che una condanna e una fonte di preoccupazioni, stress e alienazione, anche l’unico modo per conferire un senso all’esistenza. Il lavoro infatti confeziona un’identità ed una progettualità (seppur di seconda mano) che riempiono di significato le vite grigie di coloro che, privi di fantasia e di iniziativa, non saprebbero come altro impiegare il proprio tempo. Il lavoro salva le masse dal nulla nel quale esse sono gettate, ricoprendo una fondamentale funzione sociale di contenimento e controllo: infatti, liberate dall’occupazione coatta del tempo, le masse potrebbero farsi “instabili”, “pericolose”, e forse “un po’ troppo creative”.
Un tempo il mercato del lavoro rispettava in pieno questa funzione sociale, proponendo al lavoratore pacchetti a copertura totale: posti sicuri in aziende-caserme che si prodigavano non solo di impegnare le otto ore di lavoro quotidiano, ma anche di offrire opportunità precotte per impiegare il restante tempo della vita (pensiamo ai dopo-lavoro, alle gite aziendali, alle feste con i colleghi…). Oggi il mercato del lavoro è in crisi su tutti i fronti e non può più prendersi cura dell’intera esistenza delle persone; anzi, per tutelarsi e sopravvivere, cerca di scrollarsi di dosso il maggior numero di responsabilità nei confronti del lavoratore: flessibilità, riduzione dell’orario di lavoro, contratti sempre più blandi, assenza di garanzie, impossibilità di offrire al lavoratore un futuro sicuro e quindi progetti di vita… Il mercato oggi non chiede altro che licenziamenti, scarsa specializzazione, flessibilità degli orari e ricambio umano. Se il sistema è cambiato, se il nemico da combattere oggi si tutela “sabotando” i progetti di vita delle persone come un tempo gli anarco-sindacalisti sabotavano le macchine della fabbrica, le vecchie strategie di lotta sul lavoro rischiano di essere inefficaci e, in molti casi, di fare il gioco del mercato.

“Siamo in sciopero!” “Per sempre!” (da Processed World 2/981)

Al vuoto di senso che il lavoro fatica oggigiorno a colmare (e che potrebbe avere risultanze destabilizzanti), il sistema sopperisce con il benessere materiale dei consumi e con l’industria dell’intrattenimento, che offrono strumenti identitari, immaginari preconfezionati, sogni futili, passatempi vuoti in grado, malgrado tutto, di distrarre le persone dall’insensatezza che avvolge le loro esistenze, replicando, tra l’atro, meccanismi di passività ed assoggettamento tipici del mondo lavorativo. 

Il breve saggio di Alfredo Bonanno parte da queste riflessioni con l’intento di aggiornare la critica del lavoro di matrice anarchica, per far sì che essa si mantenga autenticamente radicale, rivoluzionaria e, allo stesso tempo, ben allineata nei binari del presente. E se il problema, alla radice, è quello della ricerca di significato da attribuire alle proprie giornate, alla propria vita, “distruggere il lavoro” non significa “non lavorare”. Il problema va piuttosto affrontato “approfondendo i propri progetti creativi, riflettendo su quello che si vuole fare della propria vita e dei mezzi di cui si viene in possesso non lavorando. Se si vuole distruggere il lavoro occorre che si costruiscano percorsi di sperimentazione individuale e collettiva che non tengano conto del lavoro se non per cancellarlo dalla realtà delle cose possibili“.

>>> Download Alfredo Bonanno “Distruggiamo il lavoro” [ITA] in .pdf (3 mb.)

[Free music for punx] 
DDI (Punk/h.c. Pavia, Italy) – Chitarrista dilettante
Non ho voglia di lavorare, soprattutto se un padrone mi dice quello che devo fare, preferisco suonare su un palco di assi, anche se non son capace. E non ho voglia di lavorare, mi piacerebbe vivere senza faticare. 
Voglio un amplificatore con un cono sfondato per suonare con un basso scordato. Proprio non voglio lavorare, però sono costretto altrimenti sono senza un tetto. E quando vado in fabbrica e vedo una pressa m’ispira una canzone proprio come questa! 
Mi piace suonare davanti alla gente, faccio casino, rumore, bordello, ma, credimi, al mondo non c’è niente di più bello. Però sono un dilettante, per me il pentagramma è un disegno stravagante. Forse hai ragione, faccio del rumore, ma ci metto tutto il mio cuore!”. 
[Tratta dall’album “Pazzi da asporto” (D.I.Y. album – Italy 1996)].

Hugh Morren – Tommy Wack (strips U.K. 1970 c.a.)

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RE-POST: Bob Black – L’abolizione del lavoro (U.s.a. 1985)
[Puj] Abolition of work è un classico della letteratura anarchica sul lavoro. L’opuscolo è stato pubblicato nel 1985 negli Stati Uniti e tradotto in Italiano nel 1992 dalla Nautilus di Torino. 
Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. 
Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro.
Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva.
Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte.
Per quanto i giochi a carattere infantile siano già di per sé apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera ed interdipendente. Il gioco non è un’attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all’inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell’occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L’oblomovismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa. La vita ludica è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la “realtà”, questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. E strano — o forse non tanto — che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell’anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d’altro cui esse prestino fede.
I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell’ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente – io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l’idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente…”.


>>> Download Bob Black “L’abolizione del lavoro” [ITA] in .pdf (2 mb.)


Ramones “It’s not my place (in the 9 to 5 world) (U.s.a. 1981) 
“Mio padre e mia madre non mollano il colpo, e la cosa sta diventando davvero deprimente – Per trovare un lavoro hai bisogno di un pezzo di carta! Oh, diavolo, chi pensi di prendere in giro? – Ma quello non è il mio posto, oh, no! Il mondo “dalle nove alle cinque” non è il mio posto! Non voglio spaccarmi la schiena e perdere la mia identità, perché, quando si parla di lavorare dalle 9 alle 5, no, non è roba per me. Non è la mia realtà!”

3 Comments on

  1. stregaa
    Replied on 13/01/2013 at 11:18

    E a Bob Black aggiungerei pure il capitolo conclusivo di "Società contro lo Stato" di Clastres…se non fosse uno scritto di antropologia sarebbe chiaramente un manifesto anarchico! https://anonfiles.com/file/c6172181767f6ab833843260c30f0ad3

    E, perchè no, anche questo: http://greennotgreed.noblogs.org/post/2013/01/07/philippe-godard-contro-il-lavoro/ 😉

  2. carminemangone.com
    Replied on 14/01/2013 at 13:18

    Il link di Processed World non è più valido. Me lo mandate anche via mail, così lo faccio girare e lo carico anche da qualche altra parte? Grazie! > pochiamicimoltoamore@subvertising.org

  3. Sarta
    Replied on 16/01/2013 at 18:17

    ciao valentino…ottimo, grazie per l'integrazione all'antologia "antilavoro"!

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