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Nicola Valentino “Istituzioni post-manicomiali. Dispositivi totalizzanti e risorse di sopravvivenza nelle strutture intermedie residenziali” (2005)
[Pep] Nicola Valentino è tra i maggiori pensatori anti istituzionali contemporanei: di lui va senz’altro citato “Nel bosco di Bistorco”(1990), storico capolavoro afferente all’ambito della critica alle istituzioni segreganti, scritto in collaborazione con Renato Curcio e Stefano Petrelli. Militante nella lotta armata, poi transitato nei meccanismi carcerizzanti e quindi interprete critico dell’istituzione carceraria, Valentino si configura infine come pensatore basilarmente anti-psichiatrico, giocante su di una contro-lettura della soggettività individuale che la inquadra quale attraversata e plurimamente sdoppiata da linee di frattura molteplici: pervenendo ad un modello di soggettività multipla, che, contraddicente le fatali semplificazioni psichiatriche, si rivela cruciale nella lettura disvelatrice di qualsiasi assetto istituzionale del vivere associato e del relazionarsi. 
Il libro che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori evidenzia le dinamiche di trasmigrazione dell’istituzione manicomiale nell’ambito della nuove modalità organizzative della psichiatria e nel complessivo corpo sociale, nel quale l’istituzione psichiatrica si ri-presenta secondo modalità metastatiche. L’effettuazione di un ribaltamento dell’impropria ancillarità che, nell’alveo mistificatorio della psichiatria, le neuroscienze intrattengono verso di essa, pone Valentino in grado di servirsi anche dei loro risultati (avendo per riferimento gli scritti neuropsicologici di Giuseppe Miti sul carattere apparente dell’io individuale, oggettivamente celante il moltiplicarsi, aggregativo e disaggregante, delle configurazioni identitarie). La finalità di Valentino è quella della liquidazione concettuale del più radicale meccanismo difensivo che le istituzioni, in particolare nella loro modalità psichiatrica, dispiegano nei confronti dei soggetti di loro pertinenza: il silenziamento patologizzante (o comunque rispondente agli specifici assetti concettuali dell’istituzione stessa) delle reazioni soggettive dissocianti di questi ultimi nei confronti delle dinamiche oppressive di cui sono fatti oggetto. Muovendosi attraverso una molteplicità di riferimenti militanti (da Jasna Russo ed Erwin Redig, della Rete europea dei colpiti dalla psichiatria, alle significative strategie di azione antipsichiatrica del gruppo tedesco “L’offensiva dei pazzi”, dal sopravvissuto alla psichiatria Karl Bach Jensen, fino al teorico della Filofollesofia Giovanni Gramaglia), Valentino rivolge le sue attenzioni analitiche all’ambito delle Sir (Strutture Intermedie Residenziali, luoghi di residenza a vocazione dichiaratamente temporanea dei soggetti psichiatrizzati) aventi per formale caratteristica l’attraversabilità sociale, e l’assenza di atti burocratici legali per l’immissione nella propria sfera residenziale e terapeutica: le Sir, in realtà, oltre a traghettare frequentemente in sé la vocazione a porsi come residenze permanenti per i pazienti ospitati (prima della conclusiva movenza transistituzionale del trasferimento di essi negli ospizi per anziani), ereditano dal manicomio anche un plesso di modalità relazionali il cui ripresentarsi evidenzia la scarsa e non lineare elaborazione di alternative nell’ambito della prassi psichiatrica. La disamina di Valentino passa in rassegna vari campi tematici, usandoli come analizzatori delle Sir: oltre alla sessualità ( che l’istituzione affronta spesso attraverso la sua eterogestione da parte dei propri operatori), alla modalità istituzionale della terapia farmacopsichiatrica e ai dispositivi trattamentali è l’analizzatore del denaro ad essere valutato come particolarmente pregnante dal punto di vista di un’intelligenza critica della psichiatria. La mancata gestibilità del proprio denaro da parte del residente nelle Sir, spesso coniugata con il ritiro da parte dell’istituzione dei documenti d’identità di quest’ultimo (a sancire simbolicamente e fattualmente l’eliminazione di una cittadinanza effettuale del soggetto psichiatrizzato), offre spunto a Valentino per portare fra l’altro un attacco abolizionista ad una delle figure giuridiche connesse alle procedure psichiatrizzanti: l’interdizione per assente capacità di intendere e volere. 

Manicomio di Rovigo (1979)
La prassi interdittiva (che, come noto, rende il denaro del paziente fruibile da quest’ultimo esclusivamente attraverso l’espropriante mediazione di un tutore) evidenzia il paradossale e implausibile meccanismo discriminante della psichiatria, atto a leggere come specifico del “malato psichico” ciò che, non tollerato, è aspecificamente diffuso nell’intero corpo sociale: laddove, infatti, l’inettitudine, anche fatalmente dannosa, nell’amministrazione del proprio patrimonio non si coniughi con una diagnosi psichiatrica, non si ha risposta interdittiva alla situazione, mentre, paradossalmente, laddove invece intervenga la psicodiagnosi di malattia mentale, l’interdizione avviene con un’amplificata ed ambigua casistica di applicazione (in luogo di un ben più plausibile, informale accompagnamento del soggetto nella progressivamente valida gestione del proprio denaro, così come nel compimento dei propri atti legali). Tra le risorse di sopravvivenza messe in atto dai residenti delle Sir è individuato in particolare un meccanismo fondamentale, la dissociazione, consistente nella moltiplicazione dei propri livelli soggettivi e  identitari e, in genere, silenziabile dall’ istituzione quale preteso sintomo di psicosi schizofrenica: in realtà esso è spia ed indice altamente significativo delle dinamiche reali del contesto istituzionale. E’ Giovanni Gramaglia, utente psichiatrico e teorico della filofollesofia (al riguardo si veda il suo volume del 2003 “Filofollesofia. Tra scienza e delirio. Processo alle opinioni.”) ad evidenziare, al di là delle semplificatorie pretese psichiatriche, alimentate dalle logiche istituzionali, il riconoscimento della strutturale molteplicità cognitiva e soggettiva dell’individuo (per la quale è, secondo Gramaglia, pienamente possibile credere in un sistema di opinioni definito “delirante” dal sapere psichiatrico e contestualmente, ad un altro specifico livello, non credervi: laddove invece la psichiatria prevederebbe, infine, solo la bidimensionale alternativa tra il non credervi, attestando la guarigione e il credervi, confermandosi psicotici). In tal senso i movimenti antipsichiatrici sono in grado di minare radicalmente e definitivamente la dimensione identitaria, insediando la propria critica al livello più strutturale e apparentemente inespugnabile di essa, quello cognitivo: evidenziandone le sottese discrepanze e le potenziali, trasgressive molteplicità. 
Oltre ad occuparsi delle modalità soggettive degli operatori psichiatrici (e della lesiva, destabilizzante influenza su di esse del contesto dell’istituzione, secondo dinamiche comparabili a quelle di molti altri ambienti lavorativi contemporanei, contaminati dalla metastasi istituzionale che, dopo la crisi delle istituzioni totali negli anni Settanta, ha investito la società), Valentino espone il metodo usato nel suo lavoro, la socioanalisi narrativa, consistente nel sollecitare la testimonianza diretta e gruppale da parte dei soggetti implicati, attualmente o pregressamente, a qualsiasi titolo negli ambiti istituzionali (dalle carceri agli ospizi, dai manicomi alle scuole fino agli odierni contesti produttivi), sviluppando un’intelligenza integrata e multi-sfaccettata di questi ultimi. Completano il testo uno scritto di Luigi Marinelli, testimonianza delle difficoltà e dei rischi di un’azione di contestazione delle dinamiche istituzionali da parte degli operatori psichiatrici, e un saggio dello psichiatra Gennaro Perrino, facente emergere in modo significativo gli strutturali incongruenze e limiti della contemporanea nozione psichiatrica di “guarigione”, oggi prevalente rispetto all’altrettanto infondato, arcaico mito dell’“inguaribilità della malattia mentale”.

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