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[Interviews]
Nicoletta Poidimani – Rispettabilità e “bonifica umana” nell’epoca della “sicurezza”(2009) e intervista ad Alex B. su “La società de-generata”
(Nautilus, 2012)
 
[Pep] La produzione teorica di Nicoletta Poidimani, trovando la sua trasgressiva ascendenza nell’imprescindibile pensiero filosofico di Luciano Parinetto, si muove con brillante radicalismo nel campo della critica all’eteronormatività e più in generale ai costrutti identitari che da essa discendono e conducono all’effettualità la sua funzione omologatrice (costantemente colti nel quadro complessivo di quell’entità disciplinare ad esito normalizzatore che il discorso di Monique Wittig nomina Straight Mind). Nel saggio che il Kalashnikov Collective Headquarter presenta ai propri lettori risulta centrale la critica alla predominanza culturale che negli ultimi anni è venuta conseguendo nella società la categoria del territorio inteso quale orizzonte della conflittualità sociale, obnubilando le sedi e le dimensioni reali di quest’ultima: al  riguardo sono di perenne validità le considerazioni di William Burroughs sul dileguarsi del territoriale (così, egli, su Paris Review, attesta “la speranza di sviluppare l’esperienza corporea e, in definitiva, di sfuggire allo stesso corpo, alle coordinate tridimensionali e alle concomitanti reazioni animali di paura e di fuga, che conducono inevitabilmente ai conflitti e alle dimensioni tribali”, nell’ottica di una ipotizzata mutazione biologica che ci consenta di oltrepassare il sistema restrittivo dell’economia dei bisogni e dei desideri: “Se solo le persone dominassero il loro corpo sembrerebbero sovrumane […]. Il solo problema è che dopo più millenni non hanno ancora imparato a far funzionare la loro stessa macchina”). In tal modo l’autore de “Il pasto nudo” evidenzia compiutamente la sopravvenuta irrilevanza del paradigma euclideo nell’ambito di una contemporanea concettualizzazione della sfera politica e relazionale. L’evasiva involuzione paradigmatica della politica contemporanea è orientata all’obnubilamento della sfera corporea quale campo effettivo del conflitto politico, nel suo essere intersecata da parte dei processi esproprianti di reificazione o agita dalle dinamiche, di opposto segno, di autoappropriazione ed autodecisionalità. 
Già Franco Basaglia nel 1967 leggeva i processi di reificazione corporea quali vettori dell’esclusione sociale e fattori della sue fondative costruzioni identitarie, così esprimendosi, ad evidenziare chiaramente il rapporto endosoggettivo col corporeo quale cruciale baricentro del confliggere politico ed ambito di intervento dell’ ingannatrice strategia giudaico-cristiana del capro espiatorio: “Se si esaminano gli elementi sui quali si fondano le discriminazioni razziali, classiste ecc., ciò che risulta evidente è il carattere oggettuale dell’escluso; e ad un esame più attento la sua riduzione a pura corporeità, materialità, passività. In definitiva, solo nel momento in cui riduco a corpo un’altra soggettività posso escluderla da me: ciò significa che l’escludente si pone come soggettività pura (quindi ideologica e adialettica), proiettando nell’altro la sua oggettività. In questo senso l’esclusione di gruppi, la cui negazione consente la vita apparentemente aproblematica e acontraddittoria della nostra società, si riallaccia al rito biblico del capro, in quanto esclusione e negazione dell’oggettuale e del corporeo attraverso un corpo. Se l’escluso è corpo, l’esclusione è giustificata sul piano della necessità, come affermazione dei nostri valori soggettivi. Il che consente la totale assenza di colpa e di responsabilità da parte di chi esclude. Non a caso le categorie degli esclusi sono definite dagli escludenti con similitudini che puntualizzano il loro carattere oggettuale, il loro essere un corpo defraudato della propria soggettività. L’ebreo ha il naso adunco dell’uccello rapace; la donna giovane e bella ha la grazia di una cerbiatta; la prostituta è una vera vacca; il negro è una bestia («rappresenta il pericolo del biologico» dice Fanon); il malato mentale è «pericoloso a sé stesso, agli altri e di pubblico scandalo» (il che significa corpo, oscenità, spudoratezza al di là di ogni controllo soggettivo), il bambino è un cucciolo che fa tenerezza ecc. Nel momento in cui queste categorie siano state fissate nella loro corporeità non sono più in grado di mettere in discussione la nostra soggettività: la distanza che le separa dai nostri valori è incolmabile. I rotocalchi di quest’ultimo periodo continuano a offrirci esempi direi paradigmatici di quanto vado sostenendo. E’ ormai usuale trovare in prima pagina la fotografia di un negro ucciso[…] Il negro, nella morte viene presentato finalmente come qualcosa di accettabile: si può provare pena per lui, per il suo corpo morto. In quanto corpo non rappresenta più un pericolo, così come non era stato un pericolo fino a quando aveva riconosciuto la distanza che lo separava dal bianco: fino a quando aveva accettato di essere oggettivato ai suoi occhi. Nella ribellione al bianco il negro ha ritrovato la sua soggettività, ma è morto ed è rientrato nella sola dimensione che gli è stata concessa da sempre: quella di essere un corpo”. A quest’ultima modalità di politicizzazione del corpo vittimario (a tutt’oggi evidenziabile nel caso dell’operaio, alla marginalità mediatica della cui figura fa da complemento l’improvvisa centralità di essa in caso di morte per un incidente sul lavoro) sembra essersi prevalentemente sostituito, come sottolinea Poidimani, il suo occultamento invisibilizzante, cui fa da parallelo la ricerca di omologazione, in seno ad una sfera normativa relativamente ampliata, o più propriamente rimodulata, da parte di ampi settori dei movimenti per i diritti civili delle minoranze stigmatizzate: alla opportunistica ed impaurita ricerca, mette in luce Poidimani, della rispettabilità.

>>> Download Nicoletta Poidimani “Rispettabilità e «bonifica uman nell’epoca della sicurezza” (2009) in pdf (4 mbyte)


E introdotto proprio da Nicoletta Poidimani (con il saggio Queer et nunc) è il recente volume, straordinario per la capacità di riguadagnare centralità politica al corporeo, “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer” (Nautilus, 2012), di Alex B., militante antispecista e squatter (passato attraverso l’esperienza di Arcigay e di Crisalide Azione Trans), che vi svolge una puntualissima analisi della valenza mistificatoria del concetto di genere, nel suo sviluppo storico ed in relazione al sapere scientifico ed alla psichiatria (correttamente definita dall’autore come la pseudo-scienza attraverso cui il potere “può […] estendere il suo controllo ai comportamenti umani che risultano scomodi per  la società, ma non punibili dalla legge”): con un’altrettanto forte attenzione per la storia dei movimenti di resistenza queer all’eteronormatività e alle logiche assimilazioniste dei versanti riformistici del movimento GLBT, proseguendo la fondamentale opera cominciata negli anni Settanta da pensatori come Mario Mieli e Luciano Parinetto. Ad Alex, che ringraziamo per la sua disponibilità, il Kalashnikov Collective ha rivolto alcune domande. 

1. [Pep]” Troviamo particolarmente interessante il concetto, cui tu fai riferimento, di essenzialismo strategico, che riconduci alla teorica Gayatri Chakravorti Spivak, e che fonda la possibilità di un uso politico dell’identità di genere circoscritto e strumentale, nell’ambito di una strategia più complessiva volta a produrne infine la dissoluzione. In che senso e a che condizioni lo trovi applicabile nell’ambito delle attuali strategie dei movimenti queer?”

[Alex] “Per prima cosa voglio ringraziare i Kalashnikov per questa intervista e per l’interesse verso il mio libro. Vorrei premettere che non sono un teorico ma un militante anarchico, e che per me la teoria ha senso solo se affiancata da una pratica corrispondente. Possiamo sederci in un salotto e discutere per giorni di teoria queer, ma se poi usciamo da lì e non cambiamo niente nelle nostre vite, allora è stato inutile. Mi interessa quindi discutere di teoria, anche per un accrescimento personale e per un confronto con altre persone interessate a queste tematiche, ma mi interessa molto anche cercare i risvolti pratici che se ne possono trarre, e in particolar modo capire come trasformare queste riflessioni in strategie di lotta che ci permettano quantomeno di aprire qualche breccia nel sistema di dominio. Per rispondere alla tua prima domanda, vorrei prima spiegare cosa si intende per “essenzialismo strategico”, dato che immagino non sia così evidente a tutti. Con questa espressione si intende quella strategia di lotta che per ottenere dei risultati politici riunisce sotto uno stesso “ombrello” tutta una serie di persone accomunate da una presunta “identità” comune: è stato così per il movimento delle donne, per i movimenti delle persone gay, lesbiche, trans, per il movimento dei neri, e questi sono solo alcuni esempi. La Spivak considera questo tipo di essenzialismo come un “errore necessario”, perchè ritiene che solo associandosi sulla base di quelle stesse categorie che causano la nostra oppressione si può portare avanti una lotta con degli obiettivi concreti. Questa strategia ha i suoi pro e i suoi contro, indubbiamente queste lotte che hanno unito tutta una serie di individui sulla base di una comune oppressione hanno ottenuto grandi effetti di cambiamento culturale sulla società e hanno contribuito a ottenere alcuni miglioramenti a livello legale, ma non a incidere in profondità sulla radice delle discriminazioni. Il problema di questo tipo di politica “identitaria” è che ribadisce proprio l’essenzialismo che questi stessi movimenti vorrebbero distruggere, ovvero la credenza che il proprio genere, la propria sessualità, il colore della pelle ecc. definiscano la propria intera essenza, specialmente se non si è parte della categoria dominante. Questo rafforza una visione del mondo shematica e binaria (uomini/donne, eterosessuali/gay, bianchi/neri, ecc.) che è limitante per chiunque e porta a tutta una serie di esclusioni nei confronti di altri individui che non rientrano chiaramente in queste categorie. Inoltre queste semplificazioni hanno portato spesso a far passare in primo piano le rivendicazioni di quella parte del gruppo oppresso che era più privilegiata; ad esempio la maggior parte dei movimenti femministi si sono concentrati sulle rivendicazioni che più riguardavano le donne bianche, di classe media, occidentali, non tutte le donne, e lo stesso è accaduto per quanto riguarda i movimenti GLBT, dove i soggetti più marginali (trans, crossdressers, genderqueer, persone di colore) sono stati marginalizzati ancora di più, e in primo piano è stata posta la visione di quelle persone GLBT più “normalizzate” che altro non chiedevano che di essere inserite nella società senza criticarne le strutture oppressive.
L’attuale movimento queer cerca quindi di decostruire, e di distruggere, queste categorie rigide ed escludenti di uomo/donna, eterosessuale/gay ecc. ecc. in favore di una visione inclusiva di tutte le diverse possibili identità di genere e preferenze sessuali. Anche il movimento queer, pur volendo distruggere queste categorie, sta comunque utilizzando strumentalmente una certa forma di essenzialismo: lo stesso termine “queer”, pur essendo una non-identità dai confini incerti, viene utilizzato talvolta proprio per distinguere tutte le soggettività che non aderiscono alla Norma binaria ed eterosessuale dei generi. Anche questa diventa quindi una sorta di identità funzionale alla lotta, basata sulla posizione di esclusione che nella storia gay, lesbiche, trans e individui di altri generi hanno sempre subìto, e che ora viene ribaltata in senso positivo come punto di partenza per contrattaccare”. 

2. [Pep] “Il movimento queer, tu sottolinei, propone un’ottica sex positive. Come rispondi alla condanna che il femminismo muove spesso nei confronti della prostituzione e della pornografia, nonché più in generale all’attacco alla sessualità, identificata in quanto tale con l’eterosessismo patriarcalmente fondato, che alcuni filoni di esso promuovono (si pensi ad esempio al discorso di una fondamentale teorica anti-patriarcale come Catharine MacKinnon)?

[Alex] “Innanzitutto vorrei chiarire che quando sottolineo l’ottica sex-positive del movimento queer non è affatto per porla in contrasto con una presunta ottica sex-negative spesso associata al femminismo. Credo sia un errore considerare la critica che alcuni filoni del femminismo hanno mosso alla pornografia mainstream e alla prostituzione, in quanto espressioni del patriarcato e dell’eterosessismo, come una condanna tout-court alla sessualità. A meno che ovviamente non riteniamo che l’unica “vera” forma di sessualità sia la penetrazione vaginale da parte di un pene. Trovo anzi sia fondamentale per giungere a una visione liberata della sessualità porre in critica le manifestazioni sessiste di cui sono impregnate la nostra cultura e il nostro immaginario, e la pornografia eterosessuale mainstream fa parte di queste. Allo stesso tempo trovo importante valorizzare, come fa il movimento queer, una sessualità liberata dai canoni estetici dominanti e che rivaluta quelle forme di sessualità da sempre considerate abiette o perverse, promuovendo la varietà e la ricchezza di pratiche che ci possono condurre al piacere, ovviamente nell’ambito del consenso totale tra le persone coinvolte. Ritengo che questi due aspetti debbano andare assolutamente di pari passo e non siano in contrasto tra di loro, ma che anzi siano entrambi fondamentali.
Non ho mai approfondito i testi di Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, le due principali esponenti del filone anti-pornografia del femminismo anni ’80, non entrerò quindi in dettaglio sulle loro posizioni. Quello che certamente non condivido è il loro approccio legalista, appellarsi allo Stato perchè approvi leggi che proibiscano la pornografia. L’abisso che ci separa è evidente già dal titolo del libro della MacKinnon “Toward a Feminist Theory of the State” (Verso una teoria femminista dello Stato). Per quanto mi riguarda lo Stato deve essere abbattuto e basta, non riformato in chiave “femminista” o di altro tipo, non esiste riforma che possa cancellare la natura intrinsecamente autoritaria dello Stato. Da questo punto di vista, posta la critica alla pornografia eterosessista mainstream, apprezzo molto di più un approccio alla Rote Zora, gruppo militante femminista attivo nella Germania dell’Ovest a partire dal 1977, che attaccava con congegni esplosivi sexy shops, proprietà di trafficanti di donne, multinazionali farmaceutiche che traevano profitto dalla medicalizzazione del corpo della donna, associazioni anti-abortiste e quant’altro.
Tornando al discorso della pornografia, la mia opinione non è ovviamente di totale condanna, al di là dei circuiti commerciali esistono anche delle autoproduzioni porno queer underground, che mostrano un tipo di sessualità e di corpi non stereotipati e oggettificati. Anche tutta la corrente del post-porno potrebbe essere interessante, se non fosse ancora così egemonizzata da una rappresentazione di tipo eterosessuale, e se non fosse per il fatto che spesso mette in scena pratiche non consensuali tra esseri umani e animali (vivi o morti); in questo caso si vuole fare passare per “artistico” tutto quanto è scioccante e fuori dalla norma, senza però alcuna riflessione politica di fondo.
Anche per quanto riguarda la prostituzione il discorso sarebbe complesso, oltre all’ovvia condanna per tutte quelle situazioni in cui vi è una forma di coercizione, non considero la prostituzione peggio di altri lavori; ogni tipo di lavoro svolto in cambio di soldi è una svendita del proprio corpo, della propria mente e di una parte importante della propria vita. Quando la prostituzione come lavoro viene liberamente scelta (vi sono molte donne prostitute che se lo rivendicano) non trovo motivi per intromettermi. In ogni caso, e questo vale per tutta una serie di situazioni, ritengo sia sempre meglio lasciare che a parlare di sé sia chi certe situazioni se le vive, anziché irrompere dall’esterno con giudizi moralistici che spesso non rappresentano nemmeno chi stiamo goffamente tentando di “difendere”.

3. [Pep] “Quali ritieni essere nell’ ambito della produzione artistica contemporanea gli autori o i filoni di ricerca più prossimi alla sensibilità queer?”

[Alex] “Non seguo molto le novità editoriali in ambito di ricerca queer, e negli ultimi anni ho sviluppato una certa allergia per le produzioni provenienti dall’accademia. Gli studi “di genere” o “queer” sembrano essere diventati molto di moda, per fortuna o per sfortuna l’Italia sembra essere immune da questo trend, quindi di questa produzione saggistica ci arriva poco o nulla. Le mie letture spaziano su argomenti tra i più vari, e proprio da questa varietà cerco di trarre spunti che colleghino varie tematiche e lotte. Anche dagli studi accademici si possono trarre spunti interessanti, ma l’importante è sempre mantenere uno sguardo critico e avere ben presente la posizione privilegiata di classe di chi scrive, che spesso è ben diversa da quella dei soggetti oppressi di cui ama scrivere. Mi è piaciuto molto ultimamente il libro di Julia Serano, Whipping Girl: A Transsexual Woman on Sexism and the Scapegoating of Femininity (in inglese), una raccolta di saggi transfemministi che offre una nuova prospettiva molto interessante sulle questioni di genere, sul sessismo, il femminismo e la transfobia. E’ stato poi da qualche mese tradotto in italiano un classico della teoria queer che consiglio di leggere: Stanze private: epistemologia e politica della sessualità, di Eve Kosofsky Sedgwick. Nell’ambito invece dell’attivismo vero e proprio, sono in attesa di trovare il tempo di leggere l’antologia di testi di Bash Back! (un network di gruppi anarchici queer statunitensi che si basano sull’azione diretta) “Queer Ultraviolence” (in inglese).
Altre letture sugli argomenti queer me le forniscono invece le ‘zines autoprodotte, di cui sono un grande fan, se ne possono trovare in gran quantità in inglese su zinelibrary.info, in francese su infokiosques.net e in italiano su anarcoqueer.wordpress.com”.

4. [Pep] “Nel tuo volume è giustamente riservato largo spazio ad una figura di indubbia grandezza quale Mario Mieli. Questo imprescindibile filosofo milanese, nei suoi “Elementi di critica omosessuale”, intreccia, secondo proprie specifiche modalità, una visione anti-psichiatrica radicalizzata (entrando in polemica con le posizioni dell’antipsichiatra David Cooper), con le sue prospettive teoriche transessualiste riguardanti le problematiche di genere: l’esperienza “psicotica” viene ad acquisire la sconvolgente valenza di un’immersione rivelatrice nella natura transessuale profonda dell’essere umano. Quali specifici intrecci tu pensi possa avere la battaglia portata avanti dai movimenti anti-psichiatrici in relazione a tematiche quali la “follia” e, più in generale, la “psicopatologia”, e la liberazione dai codici di genere?”


[Alex] “Sì, sono un grande amante della figura di Mario Mieli! Definirlo filosofo è riduttivo, dal momento che non è mai stato un intellettuale che produceva teoria fine a sé stessa, ma anzi la teoria che ha prodotto non è stata altro che una piccola parte della sua vita. Nella sua vita teoria e pratica coincidevano, il suo stesso essere e il suo modo di rapportarsi al mondo, sempre schietto e disturbante, erano la sua principale forma di attivismo. Quando lessi “Elementi di critica omosessuale” mi colpì molto proprio il capitolo “Il trip schizofrenico e la transessualità”, che infatti ho ri-editato sotto forma di opuscolo con un’introduzione. Mario fin dall’infanzia aveva visioni mistiche ed esoteriche, e per gran parte della vita ha attraversato esperienze come sentire le voci, vedere connessioni ancestrali dietro le persone che lo circondavano, credersi il Messia. Ovviamente questa sensibilità e percezione differente dalla norma lo portarono anche a finire recluso in strutture psichiatriche, ed è proprio in quei luoghi che il suo trip continuò e lo portò a sperimentare, quasi come un’esperienza mistica, la transessualità. Purtroppo finora non ho mai visto grandi connessioni tra le lotte contro la psichiatria e i movimenti queer: le prime raramente prendono in considerazione le tematiche di genere, benchè siano decine le pratiche sessuali e le identità di genere non normative ancora annoverate tra le patologie psichiatriche “ufficiali” (transessualismo, travestitismo, feticismo, sadomasochismo, ecc. ecc.); e viceversa raramente i movimenti GLBT hanno portato una critica radicale alla psichiatria. Questo momento di incontro sarebbe potuto avvenire con la campagna “Stop trans pathologization” portata avanti dal movimento trans internazionale negli ultimi anni allo scopo di “depatologizzare” l’identità trans e fare pressione per l’eliminazione delle categorie “disforia di genere” / “disturbo dell’identità di genere” dalle prossime edizioni dei manuali diagnostici psichiatrici (DSM dell’Associazione Psichiatrica Americana e ICD dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), previste per il 2013 ed il 2015. Se questa campagna fosse stata accompagnata da una critica a tutto tondo alla psichiatria, anziché come al solito ridurre i contenuti alla specificità delle proprie rivendicazioni non volendo vedere le connessioni con tutto il resto, sarebbe stata un’opportunità interessante per collegare i discorsi. Purtroppo si è trattato di un’occasione sprecata”.

5. [Pep] “Mario Mieli è anche un teorico della pedofilia, apologizzata quale fattore di dissoluzione a livello infantile delle dinamiche identitarie “educastranti” imposte dal sistema familiare. Per quanto ci riguarda precisiamo che, a differenza di Mieli, non giudichiamo eticamente legittime le relazioni a carattere pedofilo: tuttavia siamo contrari alla psichiatrizzazione della soggettività pedofila, tramite la quale il sapere psichiatrico assolve la sua fondamentale funzione di camuffare strategicamente i veri contesti e significati delle azioni umane. Vorremmo quindi sapere come valuti i controversi movimenti, più o meno sotterranei, che rivendicano la pedofilia”.

[Alex] “Non ho mai approfondito i discorsi dei movimenti che rivendicano la legittimità della pedofilia, anche se ho riflettuto un po’ per conto mio sull’argomento. Alcuni anni fa ho letto un libro, “Diario di un pedofilo”, edito da Stampa Alternativa, che mi ha offerto un punto di vista sull’argomento molto diverso da quello che ci offrono i media sensazionalisti che non perdono occasione di additare il pedofilo come il peggior mostro. E’ stato interessante leggere il punto di vista di chi una vicenda di questo tipo l’ha vissuta dall’altra parte; quest’uomo racconta il linciaggio mediatico e giudiziario che ha subito senza nessuna prova che i suoi rapporti con i ragazzini che frequentava non fossero consensuali, e questo è qualcosa su cui riflettere. 
Il discorso ovviamente è molto complesso e vi sono diversi fattori che si intrecciano. Per me l’unico principio morale valido nel campo dei rapporti sessuali è la consensualità. Se due o più individui sono consenzienti nella decisione di avere un rapporto, e del tipo di rapporto, in questo caso qualunque giudizio morale esterno è un’intromissione frutto solo di retaggi religiosi. Spesso si associa automaticamente pedofilia a stupro, ma è un errore, non è sempre così. Lo stupro è esattamente l’imposizione di un rapporto contro il consenso dell’altra persona, ed è una pratica che ovviamente rigetto con forza, che coinvolga persone adulte o bambini. Io credo vi siano però anche casi di rapporti adulti-minori che sono consenzienti. Esistono non solo adulti attratti da persone molto più giovani, ma anche bambini/adolescenti attratti da persone adulte, con cui ricercano un contatto sessuale (un amico qualche anno fa mi confessò che all’età di 6-8 anni “ci provava” esplicitamente con uomini adulti sperando di avere un contatto sessuale con loro; “speravo di trovare un pedofilo”, mi disse, ma non ci è mai riuscito se non diversi anni dopo). La difficoltà sta nel fatto che il consenso, tra adulti e bambini, è spesso influenzato dalle relazioni di potere implicite nei due ruoli, il che impedisce la libera scelta di entrambe le parti (specialmente della parte che subisce l’autorità, ovvero il bambino). Spesso vi sono di mezzo pressioni psicologiche, malizia e inganno messi in atto dall’adulto per ottenere il consenso “forzato” del bambino a un approccio sessuale. Questo non è reale consenso. C’è poi una notevole differenza nell’esperienza e nella percezione della propria sessualità a seconda dell’età. Un bambino ha una sessualità, contrariamente a quello che ci vogliono far credere, ma con ogni probabilità non sarà la sessualità “penetrativa” tipica del maschio adulto; spesso queste differenze non vengono rispettate. Per queste ragioni trovo sia molto difficile stabilire un reale consenso libero da relazioni di potere tra una persona adulta e una molto giovane, anche se non è impossibile. Meglio sarebbe se i bambini sperimentassero la loro sessualità con altre persone che sono allo stesso livello di crescita e consapevolezza. Lo stesso discorso potrebbe valere per i rapporti tra esseri umani e animali, dove ovviamente ci dividono diverse barriere tra cui quella del linguaggio che rendono molto difficile (ma non impossibile) stabilire insieme il consenso. 
Detto ciò, non ritengo che l’orientamento pedofilo sia “patologico” (che “patologia” è quella che non ha una cura?) e ovviamente, nemmeno ritengo sia da “psichiatrizzare”: non credendo nella psichiatria, non condivido le sue interpretazioni e non auguro i suoi “rimedi” punitivi a nessuno”.

6. [Sarta] “Arriviamo invece a circoscrivere il discorso ad un ambito geografico-sociale: Milano e il contesto degli spazi occupati. Il tema che tu affronti, l’identità di genere come strumento per la normalizzazione degli individui e delle loro relazioni, è ancora lontano dall’essere dato per acquisito rispetto alle abituali tematiche trattate negli squat. Inoltre, anche durante i nostri concerti, assistiamo spesso a comportamenti che risultano conformi alla pratica etero-normante e alla logica dei ruoli di genere imposti, che cerchiamo per quanto possibile di stigmatizzare. Quali iniziative possono secondo te essere maggiormente efficaci per sviluppare una sensibilità in questo senso a partire dagli spazi occupati che frequentiamo?”


[Alex] “Io e le altre persone con cui vivo in uno spazio occupato ci stiamo provando da tempo, con ogni mezzo. Un primo passo importante può essere mettere a disposizione materiale per riflettere sulla tematica, nel caso qualcun* fosse interessato ad approfondirla, e rendere visibile l’attenzione sull’argomento: una distro ben visibile con libri e opuscoli su questi argomenti, un volantino all’ingresso, poster appesi in sala concerti, striscioni, e tutto quanto ci possa venire in mente. Raramente la situazione “concerto” è quella in cui le persone hanno voglia di fermarsi a leggere o riflettere, di solito sono più interessate a fare festa, quindi è importante creare anche altri momenti in cui si approfondiscono queste tematiche con presentazioni di libri, dibattiti, video ecc. Purtroppo molte persone vivono gli spazi occupati solo nei loro aspetti “ricreativi”, riproponendo così la logica del consumismo, a mio parere, e non sono interessate a partecipare alle altre iniziative politico-culturali. Nonostante tutti questi sforzi, infatti, le situazioni di merda ai concerti o alle feste continuano ad accadere: la battuta omofoba, l’approccio molesto, il machismo nel pogo, le scenate di gelosia… Credo che se vogliamo creare degli spazi più sicuri in cui davvero tutt* si sentano a proprio agio, senza discriminazioni di genere o sessualità, è fondamentale che tutt* si mettano in gioco in prima persona e reagiscano quando capitano episodi sgradevoli. Se sentiamo una battuta sessista, anziché starcene zitti, possiamo rispondere non lasciando questo “onere” solo alla persona che ha subìto la battuta. Specialmente le persone che fanno parte di una o più categorie “privilegiate”nella nostra società (per es. gli uomini eterosessuali, che non si devono subire il sessismo e l’omofobia nella loro vita quotidiana), se vogliono fare qualcosa contro il sessismo dovrebbero essere i primi a interrogare sé stessi e porsi criticamente di fronte ad altri uomini che esprimono atteggiamenti sessisti, per non lasciare che a rispondere alle discriminazioni e alle violenze sessiste/omofobe siano sempre solo le “femministe” o le persone GLBT. Insomma, sta a tutt* reagire quando queste situazioni capitano. Visto che parliamo di concerti, penso che un ottimo gesto da parte di un gruppo, nel caso di fronte ai loro occhi capiti qualcosa di sgradevole o si sentano battute sessiste/omofobe/razziste, ecc., potrebbe essere di interrompere il concerto e dire qualcosa dal palco”.

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