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[Kalashnikov tour-report] 
KALASHNIKOV COLLECTIVE IN GREECE …ONCE AGAIN! 15/3@Larissa – 16/3@Atene 

[Puj] Imboccando l’autostrada che dall’aereoporto Venizelos porta ad Atene, la prima cosa che si nota sono dei mastodontici cartelli pubblicitari posizionati su basamenti di cemento, del tutto spogli. Pubblicità della crisi e del vuoto di prospettive che vive in questi anni la Grecia, almeno stando a quello che raccontano i giornali? Arrivando ad Atene non sembra cambiato molto da cinque anni fa, dall’ultima volta che siamo stati qui a suonare: il solito traffico, la solita atmosfera di frontiera tra oriente ed occidente…
 
Poi si nota che la metà dei negozi è in stato di abbandono, i cartelli “affittasi” sono ovunque, e che le scritte sprayate sui muri sono decisamente aumentate, invadendo qualsiasi superficie disponibile. La rabbia la si percepisce soprattutto in quelle frasi che si dispiegano sui monumenti, sulle vetrine dei negozi, sulle porte delle case. Incontriamo Sapilla in piazza Sintagma, passata ai clamori della cronaca per le numerose manifestazioni di protesta che l’hanno avuta come scenario; anche al nostro arrivo è in corso un presidio, e non sarà il primo che incontreremo nelle varie piazze della città. Sapilla è il solito pazzo greco, però almeno si è comprato uno scooter così evitiamo di andare in dieci sul furgone come l’altra volta… 


Trascorriamo la serata poco distante, in un bar che il nostro vecchio amico definisce “collettivizzato”. Bar e caffè di questo tipo sono sempre più numerosi nelle città greche, si tratta di locali rilevati da un collettivo, solitamente di ragazzi e ragazze piuttosto giovani, che, grazie a sgravi fiscali e altre agevolazioni, riesce a portarne avanti l’attività, senza però scopo di lucro. Ma da lucrare c’è davvero poco perché i prezzi greci sono bassissimi, con meno di dieci euro mangiamo e beviamo alla grande, cibo fantastico, il tipico vino greco torbido e aspro, ottimi cibi crudi. Poi qualche giro di raki, la grappa balcanica, che qui in Grecia è particolarmente appetitosa; tanto che, a fine cena, fa un’improvvisa comparsata il Pupazzo Ripieno di Rakjia, che pensavamo essersi estinto. Quando notiamo Claudio sbucare da un cespuglio e arrampicarsi come un ragno sul cofano di una macchina, scopriamo che il pupazzo è vivo e lotta contro di noi. Cerchiamo di placarlo, finché non si annienta autonomamente in un lenzuolo sporco di vomito sul divano di Sapilla.
 

Il mattino dopo passeggiamo per il quartiere accompagnati da un fantasmino di pac-man: quel che resta del minaccioso pupazzo della sera prima. Entriamo in un bazar e ci dedichiamo ad acquisti importanti: uno smalto nero per unghie, un frullino da cucina, ago e filo per riparare i danni causati agli indumenti dalla furia del pupazzo di Rakja, un flauto dolce di quelli per l’educazione musicale delle medie e una maschera di plastica di Bin Laden da cinquanta centesimi. Loki si scopre pifferaio magico e ci conduce per le vie di Atene zufolando nel piffero un diabolico motivetto minimal-punk di due note. Dopo circa un‘ora d’insostenibile zufolare scopre che girare per le strade con indosso la maschera di Bin Laden fa molto più ridere. Nasce quindi un connubio che avrà molta fortuna nei giorni successivi: Loki e la maschera di Bin Laden. Il fortuito ritrovamento di una mitraglietta giocattolo a casa di Sapilla, avrà poi il sapore di una santa investitura, consegnando al nostro Mullah una missione: la guerra santa dal finestrino del furgone. Durante i viaggi, il Mullah farà strage dei conducenti delle macchine nelle corsie a fianco al grido di Allah akbar!, agitando spasmodicamente la mitraglietta. La cosa, nata per scherzo, si trasformerà subito in un lavoro meticoloso, portato avanti con dedizione: ogni camion, auto, moto che supereremo cadrà vittima delle pallottole del Mullah. Nemmeno la minaccia che l’elastico della maschera possa spezzarsi per il furioso utilizzo della stessa placherà il nostro jiahdista, che troverà la soluzione di reggere la maschera senza elastico infilandosi gli occhiali da sole…

In tarda mattinata partiamo per Larissa. Tra una sventagliata di mitra e l’altra, ci fermiamo a mangiare in riva al mare in una località desolatissima. E’ la trattoria più scassata che si possa immaginare: é un capanno di cellophane appoggiato ad un edificio abusivo, gestito da due signore dall’aspetto consunto. Gli unici avventori veri siamo noi, poi nel locale ci sono cinque ubriaconi abituali che probabilmente sono anni che non pagano. Detto questo, mangiamo alla grande: insalata greca a nastro, con ottimo vinello giovane. Peccato per i vasi di caffè ghiacciato con la cannuccia che ci portano quando alla fine chiediamo un espresso.

Ci areniamo nel centro di Larissa, nel mezzo di un traffico infernale, in attesa che Iannis, l’uomo dietro al concerto di stasera, ci venga a prendere per accompagnarci all’Università, dove suoneremo. “Ciao milanesi!“: è il vecchio Vasko a sbeffeggiarci dal finestrino di un fuoristrada. Vasko è macedone, é a Larissa con i Bernays Propaganda, la sua funk-punk band con la quale gira l’europa da anni, instancabilmente. E’ all’inizio di un tour di due mesi, una cinquantina di date dal Portogallo alla Russia, dalla Finlandia alla Puglia! Questa sera suoneremo insieme, e anche il giorno successivo ad Atene. I suoi racconti sugli hooligans, i ricordi della guerra nei balcani (quando sotto il letto la sua famiglia teneva un paio di Kalashnikov – quelli veri – sempre a portata di mano, per difendere la casa) e di Alan Ford (il vecchio fumetto italiano, con cui tutti i ragazzini della Yugoslavia comunista sono cresciuti), ormai sono un must!

Il palco è stato allestito all’ingresso dell’Università, uno stanzone grigio con i soffitti altissimi. L’atmosfera è davvero strana, perché arriviamo a lezioni ancora in corso. Di fianco c’è la mensa, con gli studenti che mangiano. Noi facciamo irruzione chiedendo se possiamo unirci a loro, ma alla domanda: siete studenti? non ce la sentiamo di mentire.  
I Bernays Propaganda sono uno dei gruppi che, tra quelli che abbiamo visto esibirsi nel nostro giro, si avvicina di più al concetto di perfezione: Vasko porta avanti la band con una serietà e un’abnegazione tale da farne una creatura quasi disumana, una macchina perfetta che dal vivo sprigiona tutta la sua inquietante infallibilità. Tina al microfono, malgrado il suo aspetto fragile e la faccia da gatto siberiano, divora il pubblico…

Trascorriamo l’alba in una vera casa punk: un (ex)appartamento di lusso (camino in marmo, finiture in legno, il pavimento in cotto…), ma del tutto devastato, come se ci fosse esplosa dentro una bomba atomica di fango e rifiuti. Le case punk sono una costante dei tour, vere e proprie incognite, luoghi magici, pieni di sorprese, come scarichi del cesso che non funzionano, buchi sui pavimenti nascosti da tappeti, resti di cibo in ogni anfratto, animali allo stato brado, sempre entusiasti di accogliere gli ospiti con ottime cagate di benvenuto.  
Dopo aver compiuto una strage di infedeli in autostrada, rientriamo ad Atene. La periferia della città sembra un territorio di guerra, tante case diroccate ed abbandonate. Sapilla ci spiega che sono moltissime le abitazioni che, con la crisi, sono state lasciate a loro stesse. Prima del crollo finanziario molti greci avevano investito i propri risparmi nel mattone, ma oggi con il ridimensionamento degli stipendi e la mancanza di lavoro, molti non riescono a mantenere le case né ad affittarle, e quindi rimangono vuote.

Il politecnico di Atene sorge al centro di Exarchia, noto come il quartiere anarchico della città, scenario, negli ultima anni, di cortei e violenti scontri tra i manifestanti e la polizia, che portarono anche a drammatici eventi come la morte del giovane Alexis nel 2008. Ad Exarchia non un centimetro quadrato di muro è sgombro da manifesti strappati e scritte sprayate, inneggianti tutte al crollo del capitalismo, o giù di lì. Solo un’ala del politecnico è occupata dagli studenti, ma l’intero campus universitario sembra squattato,  per quanto é colorato e invaso dai murales. Alcune parti poi sono state abbandonate a se stesse e inghiottite dalla vegetazione. L’intera università sembra una strana cittadella anarchica, dall’aspetto austero. Un po’ surreale, come lo può essere un’università di notte, con le aule deserte e senza il via vai degli studenti. L’aula nella quale si terrà il concerto è enorme, ma ci garantiscono che non basterà a contenere tutte le persone che di lì a un paio d’ore confluiranno….

Prima che il concerto inizi, incontriamo alcune vecchie conoscenze come il cantante degli Straitjacket Fit, che Sarta saluta calorosamente, tanto calorosamente da sputargli addosso, per errore, una caramella alla menta che stava cucciando. La caramella si appiccicherà sulla spalla dell’interlocutore, del tutto ignaro dell’accaduto, e ci rimarrà incollata per tutta la sera. Sarta chiederà aiuto a tutti noi per trovare il modo di staccare la caramella dalla spalla dell’amico greco senza che lui se ne accorga, ma nessuno riuscirà a pianificare una strategia plausibile. Sarta sarà poi punito qualche minuto dopo, volando dalle scale di un bar.
E’ mezzanotte, e i folgoranti Bernays Propaganda stanno chiudendo il loro set. La band di Skopje, come sempre, non lascia scampo. Tina guarda negli occhi uno per uno le centinaia di spettatori accalcate tra le pareti sudice, fendendo come una lama l’aria intrisa di fumo della sala… Salgono poi gli Straitjecket Fit di Atene: il loro è un ipnotico post-punk con improvvisi attacchi d’ira, virate death metal, da caramelle incollate sulle spalle. Come sapevamo, le band greche fanno un genere a sé stante, lontanissime dalle mode che dettano legge nel resto dell’impero.  

Infine tocca a noi. Quando saliamo sul palco, ci troviamo davanti una folla di cui non vediamo la fine…



Nel 2007, l’ultima volta che abbiamo suonato ad Atene, lo facemmo a Villa Amalias, storico spazio occupato dai punx anarchici della città, da poco sgomberato dalle autorità locali, sulla pressione operata dalle fazioni di estrema destra che hanno preso il potere in Grecia negli ultimi anni. Oggi i ragazzi e le ragazze di Atene stanno tentando di rioccupare lo spazio e, conoscendoli, ce la faranno abbastanza presto. Quella volta, sei anni fa, fu per noi sorprendente scoprire una scena DIY così vasta e combattiva in un paese così dislocato sulle mappe. Oggi, malgrado tante cose siano cambiate, malgrado la “crisi” e tutto quello che ne è conseguito, la situazione non è cambiata: anzi, la voglia di fare e di costruire dei giovani greci è, piuttosto, aumentata. Quella che tutti siamo abituati a chiamare “crisi” non ha un significato così ovvio e pacificato come i media vogliono farci credere: forse fra una ventinna d’anni si potrà fare un bilancio onesto ed oggettivo di ciò che sta accadendo in quest’epoca: e di sicuro se ne avrà un’immagine decisamente diversa da quella che i giornali occidentali stanno descrivendo oggi, nel bene e nel male. Per ora, quel che resta è la passione e la voglia di costruire dal basso, cosa che rappresenta, per noi, l’unico modo di vivere la vita e la musica.

Il nostro concerto di quest’anno è stato come al solito molto instenso e partecipato: non avendone però alcuna testimonianza filmata rispolveriamo un reperto audio-visivo rimasto inedito per tutti questi anni e risalente al pimo concerto ad Atene, che facemmo sei anni fa: quella volta il nonno, poiché era molto stanco, slavinò sulla batteria nel bel mezzo del concerto, radendola al suolo. Non abbiamo mai osato diffondere la testimonianza filmata dell’evento: oggi però i tempi sono maturi per sdoganare questi fotogrammi shockanti…     

2 Comments on

  1. Anonimo
    Replied on 11/04/2013 at 21:33

    le foto in bianco e nero sono bellissime, ma nulla possono in confronto al video dove carciofo dirotta il suo corpo e fa un attentato aereo contro la batteria. da ora quel video è nella top ten dei miei film preferiti…

    un Modi felice e incredulo

  2. Anonimo
    Replied on 13/04/2013 at 12:57

    E' un film neo-realista, un po' crudo, ma dice le cose come stanno. Dà un immagine non consolatoria della realtà.
    Puj

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