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[Free music for punx]

Storie di alcool, droga e rock’n’roll…  al POLO!
[Puj] Igloolik è una cittadina di millecinquecento abitanti che sorge sull’omonima isola, nella regione candaese di Nunavut. Igloolik, in lingua inuktitut (cioè la lingua delle popolazioni native) significa semplicemente “luogo dove ci sono igloo”.  In effetti, sull’isola, che sorge intorno al 69° parallelo, dove c’è il permafrost e non cresce vegetazione alta più di un dito, fino a poco tempo fa c’erano solo igloo; poi negli anni sessanta sono arrivati i prefabbricati, e la popolazione locale ha smesso di vivere negli igloo. 
Se cercate del buon hard-rock à la Black Sabbath, Igloolik non sembra il posto ideale dove trovarlo. E invece vi sbagliate, perché lo troverete: ve lo suoneranno i grandi Northern Haze! Rimarrete sorpresi dalla qualità del proto-metal stile Cirith Ungol/Manilla Road rigorosamente cantato in lingua inuit di “Sinnaktuq”, stampato nel 1985 in cinquecento copie, grazie all’interessamento della CBC Radio di Ottawa. 
Naisana Qamaniq, Kolitalik Inukshuk e Elija Kunuk impararono a suonare con strumenti giocattolo e misero in piedi la band alla fine degli anni ’70, nella sala prove della scuola. Hanno fatto qualche concerto e hanno avuto il loro quarto d’ora di (scarsissima) notorietà, per poi sparire nel nulla. Certamente una storia che li accomuna alla maggior parte delle band del mondo,  ma… 

I Northern Haze di Igloolik (primi anni ’80)
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…occorre però riflettere sugli ultimi cento anni di storia delle popolazioni native americane dell’immenso nord per comprendere appieno il significato e il contesto della musica di questi quattro simpatici, sorridentissimi eschimesi; facciamolo, partendo proprio dalla parola “eschimese”, che tutti gli occidentali usano  per indicare i popoli dell’estremo nord, non sapendo che in realtà si tratta di un termine dispregiativo, che significa: “mangiatori di carne cruda”, per altro assurdo se si considera che gli Inuit hanno sempre cotto il cibo! L’etimologia di eschimese ci suggerisce qualcosa sulla scarsa considerazione nella quale furono tenute le popolazioni native da parte dei coloni europei, e successivamente dai governi dei paesi colonizzatori. 
Per secoli e fino agli anni ’50 del XX secolo gli Inuit canadesi sono vissuti nell’isolamento; fino all’arrivo della cosiddetta civilizzazione, ritenevano che il mondo fosse nient’altro che una sterminata pianura congelata. Infatti, si definivano “Inuit” (“gente”), ritenendo di essere l’unico popolo esistente sul pianeta. Non avevano alcuna idea del futuro e del passato: la natura era l’unica divinità da amare e temere. Ad un certo punto, questo popolo di cacciatori nomadi, in totale simbiosi con il proprio ecosistema, entrò in contatto con mondo occidentale e si trovò inserito in un’organizzazione sociale del tutto nuova, imposta con la forza. 

Le strade di Igloolik

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Negli anni della Guerra Fredda, quando l’estremo nord del continente americano assunse una crescente importanza strategica, il governo canadese iniziò ad interessarsi alle terre selvagge e a “prendersi cura” delle popolazioni dei nativi; furono date loro case moderne, acqua corrente, cibi confezionati, elettrodomestici, stufe elettriche, alcoolici… insomma, vennero fornite loro le condizioni per poter praticare uno stile di vita stanziale e, naturalmente, svolgere un qualsiasi lavoro salariato ed alienante.      

I bambini inuit furono prelevati dalle famiglie e inseriti in collegi (le cosiddette “scuole residenziali”) dove studiavano la storia dei canadesi e imparavano l’inglese; luoghi dove si dimenticarono (o meglio, furono costretti a dimenticare) la propria cultura d’origine. In queste scuole, più di 130 in  tutto il paese, i bambini subirono violenze fisiche e psicologiche, e molti, addirittura, morirono.

I Northern Haze live!

Solo nel 2008, dodici anni dopo la chiusura dell’ultima scuola residenziale per nativi, il Governo canadese ammetterà l’orrore di un’assurda politica d’integrazione: si arriverà ad utilizzare la definizione di olocausto canadese per rendere l’idea di quella silente ecatombe, i cui contorni, ancora oggi, non sono per nulla definiti. 
Oggi gli Inuit sono usciti dal loro isolamento e combattono per tutelare la propria identità, ottenendo purtroppo scarsi successi: il riconoscimento, avvenuto nel 1991, dello stato canadese di Nunavat non è certo bastato a risolvere i problemi che affliggono la società degli Inuit, funestata dall’alcolismo, dalla tossicodipendenza, dalla violenza e da una altissimo tasso di suicidi. L’alcolismo in particolare, è una piaga devastante ed è causa della maggior parte dei casi di violenza domestica e suicidio: in Alaska, ad esempio, in molte cittadine a maggioranza indigena, è vietato il possesso di alcolici; così, per ovviare alla scarsità di alcool o ai prezzi esagerati di quello di contrabbando, molti ripiegano su bevande alcoliche alternative: collutorio, profumi, lacche ed altre sostanze a base d’alcool, che causano ovviamente gravi danni fisiologici. 
Sradicati dalle proprie tradizioni, impossibilitati a vivere un rapporto armonioso con la natura che li circonda, i nativi vengono afflitti dall’apatia, dalla frustrazione e dalla solitudine che lo stile di vita occidentale, a loro brutalmente imposto, comporta. L’abuso quotidiano di alcool e droghe diventa l’unico modo per evadere dallo spaesamento e dall’assenza di prospettive di una vita in mezzo al nulla. Detto questo, se oggi chiedete ad un abitante di Montreal, di Quebec City o di Toronto che cosa pensa dei problemi degli Inuit, risponderà molto probabilmente “Mmmh… chi sono gli Inuit?”.     

Tornando quindi ai Northern Haze, si percepisce come il rock abbia assunto un ruolo tutto particolare per i four horsemen di Igoolik:  fuori dalla sala prove, più pericoloso del gelo artico, li aspettava, tutti i giorni, un freddo esistenziale dal quale non è facile ripararsi. La storia dei Northern Haze comunque non finisce qui: nel 201o i superstiti della band hanno ripreso a suonare e sono stati protagonisti di un documentario girato da un regista inuit proprio sulla loro vicenda! 

>>> Download NORTHERN HAZE “Sinnaktuq” [extract] in .mp3 (.rar – 15 mb.)

La base di ricerca Rothera sull’isola Adelaide, Antartide.

Cambiamo polo, ed anche registro… Se vi capita di passare per la base di ricerca di Rothera, Adelaide Island, in Antartide, date un’occhiata in giro, perché può darsi che quella sera suonino i Nunatak, l’unica band esistente di rock antartico. Qui non parliamo di nativi locali (che in ogni caso sarebbero pinguini), ma di ricercatori inglesi che, in preda alla disperazione, hanno fondato una rock-band per ingannare il tempo durante la notte antartica (che dura circa 6 mesi) ed allietare le serate, non certo frizzanti, degli abitanti della base.
I Nunatak sono formati da cinque inglesi (un metereologo, un biologo, una guida polare e due ingegneri) che vivono alla base permanente di Rothera, per studiare l’ecosistema locale e i cambiamenti del clima in Antartide. “Nunatak” in lingua Inuit, significa “Montagne circondate dal ghiaccio”. 

I Nunatak live al Polo Sud.

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I temi trattati nei testi dei Nunatak vertono sul fenomeno del riscaldamento globale e sulla (in)sostenibilità del nostro stile di vita per l’ecosistema terrestre. Non siamo di fronte ad una band eco-radical primitivista, ma ci accontentiamo. Nel 2007 i Nunatak hanno avuto l’occasione (unica) di esibirsi di fronte ad un pubblico di gran lunga superiore a quello dei 17 colleghi che vivono con loro alla base di ricerca, in occasione del Live Earth.
Una curiosità: l’esibizione dei Nunatak non è stata la prima esibizione di una rock band sul suolo antartico: la band cilena dei Los Jaivas, nel 1983, ha avuto la brillante idea di girare un video al polo sud, sbarcando con un aereo nel Territorio Antartico Cileno e strimpellando un pezzo in playback, alla temperatura di -30 gradi centigradi! Un gruppo di idioti?

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