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[Kalashnikov tour report]

Kalashnikov collective live! 3/5 Udine, 4/5 Zagabria, Croazia.
[Puj] Friuli, terra di confine. Noi forestieri intercettiamo subito questo clima che sa di ultima frontiera.
Che il Friuli sia una realtà speciale lo si capisce dalla perseveranza e dalla fierezza dei vecchi punkettoni locali come Ezio e Sandro, da quelli meno vecchi come Beppe, Pavel e Frisco: gente che riesce a compattare le poche forze in campo, costruire occasioni di socialità autogestite e serate poetiche come quella che abbiamo trascorso a Udine. 
Il nuovo Spazio Sociale sorge in una vecchia area militare dismessa, tutta in rovina. Per magia, i compagni e le compagne di Udine hanno messo in piedi una simpatica situazione hippie-punk da vecchissima scuola con cena seduti tutti al tavolaccio, a gustare dell’ottima pasta con gli asparagi (è la stagione). 
Il concerto si svolge semi-improvvisato, con mezzi di (s)fortuna, senza palco, sotto la luce bianca delle lampadine. Mixerino otto piste, una barriera di bancali per ovattare il suono della batteria che altrimenti esploderebbe in un frastuono, riecheggiante nell’immnenso casolare dove si suona, a metà tra una stalla e una salina…
Ad aprire le danze ci pensano i Minoranza di Uno, vecchi punx locali (ex Spacciatori di Musica Stupefacente e Teatro delle Ombre). Il loro concerto va giù liscio come un bel bicchierone di vino artigianale bevuto a garganella: Sandro, Pavel, Beppe e Frisco (che purtroppo non ha a disposizione una cassa spia per metterci il piede sopra e darsi un tono da metallaro mentre fa gli assoli), assieme al nuovo arruolato Matko, sparano il loro punk veloce, come sempre ispirato ai Kina, con la sapienza che è propria solo dei saggi della rovina hc. Noi suoniamo davanti alla Udine punk frizzante e gioiosa, felici di poter condividere la situazione di questo nuovo spazio occupato reso vivo dallo sbattimento delle ragazze e dei ragazzi presenti, e sottratto all’abbandono di una società che non sa che farsene…

Friuli punx
Scarsa convinzione sulla correttezza armonica degli intervalli…


Dopo il concerto tutti a casa di Sandro a Cormons, a pochi passi dalla Slovenia. Sandro é un padrone di casa impeccabile e premuroso: si prende cura di noi. Ci fa riposare e rifocillare, perché l’indomani ci attende una mattinata di duro lavoro: il giro dei bar a bere gli spritz. Non uno, non due, non tre, ma quattro bar. Non uno, non due, non tre, ma cento spritz! Uno tsunami di acqua e vino. Non parlate ad un friulano di quella cosa che nei locali degli aperitivi milanesi chiamano spritz: lo spritz vero è un bicchier di vino con un po’ d’acqua dentro. Al massimo ci puoi infilare una fetta d’arancia (se lo spritz è rosso) o di limone (se lo spritz è bianco). Non è che devi avere molto per fare uno spritz: basta del vino e un rubinetto. A Cormons infatti lo trovi da tutte le parti: pure dal panettiere c’è un vecchio signore che ti fa un bello spritz dopo che hai comprato il pane. Comunque sia, la giornata è bella, l’aria cristallina, e noi abbiamo parecchia sete. Rispettiamo senza fiatare il fitto tabellino di marcia al quale Sandro ci sottopone. Poi torniamo a casa del nostro condottiero, ma lui ha lasciato le chiavi a Frisco che nel frattempo è andato a far la spesa e quindi siamo chiusi fuori. Non c’è problema: c’è un altro bar lì vicino, per uno spritz d’attesa.

Sandro, che è previdente, mentre facevamo colazione, era andato a prendere il vino sfuso. Così a pranzo svettano sul tavolo due belle caraffe che ci permettono di non perdere il ritmo. Durante il pasto, Sandro ci intrattiene con racconti da vecchio punk di frontiera, di quando andava nella yugoslavia comunista a vedere i concerti, e rimaneva sorpreso di quanto all’epoca gli slavi fossero musicalmente più brillanti di noi, oppure delle sue gesta di calciatore semi-professionista, di quando l’intervallo tra un tempo e l’altro lo passava al chiosco con una birra in mano anziché nello spogliatoio…

Convivialità a Cormons

Un commensale non-umano reclama il suo spritz…

Detto questo, belli carichi di umori friulani, saliamo sul furgone e sgommiamo verso Zagabria… 
Siamo soliti immaginare le città come agglomerati di forma circolare, con un centro, una periferia, tante vie che dal centro portano alla periferia e alcune grosse strade che ne disegnano la circonferenza. Zagabria però è tutta un’altra cosa, perché ha la forma di un merluzzo, con una specie di lisca centrale che l’attraversa in tutta la sua lunghezza. E’ difficile orientarsi: quindi, ogni volta che ci mettiamo piede, ci perdiamo immediatamente. Con lo sguardo dei bambini spaventati, percorriamo la solita strada sempre dritta che non porta da nessuna parte; ai bordi sorgono alcuni vecchi inquietanti edifici, esempi di brutale architettura socialista dell’epoca di Tito… 

Zagreb brutal – 1
Zagreb brutal – 2
Zagreb brutal – 3

Matija ci accoglie al cancello dell’ACK Medica di Zagabria; l’incontro è tiepido, nello stile croato, lui è un po’ in sbattimento, ma i croati li conosciamo, sono sempre un po’ sulle loro, ridono poco, il più delle volte ti lanciano occhiate torve; sembrano perennemente sull’orlo di incazzarsi (poi, a volte, si incazzano anche). Però sono molto ospitali: soltanto non c’è d’aspettarsi che si tuffino in clamorose manifestazioni d’affetto (almeno da sobri). E comunque ci sono anche i croati che non sono né ospitali né affettuosi, bensì temibili come hooligans ansiosi di buttarla in rissa. Uno di questi è un gigante rasato con il collo che sembra un tronco: piglio da capocurva, tuta da ginnastica e un sacchetto della spesa pieno di birre. Sta seduto ai bordi del cortile con il suo sacchetto, stappando una birra dopo l’altra…

L’Autonomni Kulturni Centar Medika

Nel frattempo è pronta la cena. Paese che vai, rancio che trovi! Se in Francia, negli squat, con ogni probabilità ti troverai davanti ad un piatto di cous-cous, nell’ex yugoslavia stai sicuro che mangerai… minestra! E infatti eccola puntuale la zuppa bollente di cavolo e cipolle che ci rovesciamo regolarmente sui piedi prima che arrivi alla bocca. Matija appoggia sul tavolo anche una bottiglia di plastica con dentro del vino bianco, precisando: “E’ per voi, ma non è un granché…“. Non è un granché? Cazzo, è dopobarba allungato! Succo di Arbre Magique! Che bombetta! Bacco, dio del vino, vieni giù a berne un bicchiere e prendi atto di rappresentare anche questa categoria di liquidi che la gente locale chiama “vino”!

L’ACK Medika è uno squat di quelli grandi come un isolato, con bellissimi murales e già un sacco di gente dentro. Mentre passeggiamo rimirando i muri colorati, il don inciampa clamorosamente nella riserva di birra del croato gigante, infilando il piede in uno nei manici del sacchetto della spesa, trascinandolo per un po’. Tremiamo di paura, ma, a sorpresa, il coraggioso tastierista italiano se ne sbatte e non degna il bestione di uno sguardo, anzi se ne allontana infastidito. E quello capisce di avere a che fare con un vero duro, così tiene lo sguardo basso, borbotta alcune bestemmie in croato contro il popolo italiano e stappa l’ennesima lattina. Così, prendiamo esempio dal don e ci mettiamo tutti a fare gli spacconi, sfoderando un certo sense of humor tutto nostrano che crea solo imbarazzo nei nostri interlocutori a digiuno di ironia. Come la ragazza dietro al bancone delle birre, che quando le chiediamo una birra croata (per mostrarci interessati alla cultura enogastronomica locale) ci passa una Heineken. Che sia più spiritosa lei di noi? La nostra spiritosaggine si placa definitivamente quando veniamo fermati dal butta-fuori che ci controlla i pass. Sappiate che il butta-fuori, negli ex paesi socialisti è una presenza fissa. E’ solitamente una figura triste, che non c’entra mai nulla con quello che gli sta attorno, é lì, fa il suo lavoro sporco e solitamente lo fa in maniera del tutto inopportuna. Questo, in particolare, è spaventoso: ha gli occhi completamente neri, una ricca e variegata collezione di cicatrici in faccia e quel che resta di un naso. Aiuto!
Incappiamo in un altro personaggio col fisico da pugile e il collo da dinosauro, ma buono come il pane e sorridente come un orsacchiotto gigante: è Rasha di Belgrado, un nostro vecchio amico che è venuto dalla capitale serba per vederci! Bando alle ciance, inizia il concerto: sappiamo che per liberare il calore e la passione dei croati bisogna iniziare a suonare. Solo allora si capisce quanto amore sia rinchiuso dei cuori dei ragazzi e delle ragazze di Zagabria!

Suoniamo come pazzi e tutti sono contenti. Durante il concerto compare sotto al palco anche il gigante croato. Balla, canta e si diverte, come durante una finale Champions League. Spiace poi che di lì a poco, durante una colluttazione con un tizio greco, sia finito con la faccia sul pavimento ingombro di bottiglie rotte, firmando con il sangue il suo finale di serata. Beh, c’est la vie, amico mio!

[Kalashnikov collective performing “Nere sono le cinghie dei fucili” in ACK Medika (Zagreb, Croatia) 4/5/2013]

Il palco non è un limite invalicabile!“.
[Kalashnikov collective performing “Sonja contro la Grande Distribuzione” in ACK Medika (Zagreb, Croatia) 4/5/2013. Tutt* sopra!]

[We talk about…] 
Il driver! Uno sporco mestiere… 
Per questa tre giorni ad est, dato che Claudio aka Barba aka Pupazzo di Rakjia (il tradizionale driver del collettivo) non aveva ottenuto le ferie dal lavoro di bibliotecario con cui sopravvive (complice uno sleale slittamento delle date ordito da Sarta), abbiamo avuto modo di conoscere il losco figuro qui sotto ritratto. Marco Carloni, professione driver. In effetti, la professionalità c’è stata tutta: si è premurato di caricare le centinaia di cianfrusaglie che ci portiamo dietro (noncurante della legge della non-compenetrazione dei corpi), ha gestito il banchetto durante i concerti, ha litigato con un’anziana signora all’autogrill ed ha pazientemente subìto la logorrea di Sarta.
Si è presentato puntuale con il suo furgone dal grazioso arredo interno autoprodotto in mogano, armato di sacco a pelo e cuscino bianco nonché profumato per la notte. Peccato che quest’ultimo, cadendo accidentalmente nella prima fase di carico, sia subito finito sotto la ruota posteriore sinistra dell’automezzo, lordandosi in maniera invereconda. Dura la vita del driver! 

Mister Marco Carloni nella malinconia di una squallida distro…

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